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Le braci

«Il generale la osservava incuriosito, col busto ancora proteso. Le due vite fluivano assieme, con lo stesso lento ritmo vitale dei corpi molto anziani. Si conoscevano a fondo, più di quanto si conoscano madre e figlio, più di due coniugi. La comunione che univa i loro corpi era più intima di qualsiasi altro vincolo. Forse a causa del latte. Forse perché Nini era stata la prima a vedere il generale nell’attimo della sua nascita, coperto del sangue impuro in cui vengono al mondo gli uomini. Forse a causa dei settantacinque anni che avevano trascorso insieme, sotto lo stesso tetto, mangiando lo stesso cibo, respirando la stessa aria stantia della casa, con la stessa vista sugli alberi davanti alle finestre – avevano condiviso ogni cosa. Nessuna parola poteva definire il loro rapporto. Non erano né fratelli né amanti. Esiste qualcosa di diverso, e se ne rendevano oscuratamente conto. Esiste una fratellanza particolare che è più stretta e profonda di quella che unisce i gemelli nell’utero materno. La vita aveva mescolato i loro giorni e le loro notti, ciascuno dei due era consapevole del corpo e dei sogni dell’altro» p. 20

La vendetta. E’ soltanto per merito di questa che Henrik è ancora vivo. E adesso che Konrad ha scritto, è giunto il momento di assaporarne ogni aspetto, ogni gusto e retrogusto. La loro è un’amicizia che dura sin dalla nascita, è un sentimento indissolubile, che va oltre il canonico legame di sangue. Eppure, per quanto vicini, i due, non potrebbero essere più diversi. Differenti sono le origini sociali, differenti sono le disponibilità economiche, differenti sono i caratteri. Ed allora, com’è possibile, che essi siano al contempo così affini, così indivisibili, così uniti? E perché, ancora, quel legame si è rotto? Cosa è accaduto per far si che Henrik abbia aspettato ben quarantuno anni per la resa dei conti? Perché Konrad all’improvviso scompare senza dare spiegazioni e notizie? Perché il generale è sempre stato così certo del fatto che prima o poi questo sarebbe tornato per affrontare quei silenzi, quel “non detto” che a lungo è stato covato?
Un salone, la luce fioca delle candele, un camino, due poltrone, un buon vino. Tutto è come allora, eppure, nulla in realtà è come quei quarantuno lustri ormai trascorsi. Un confronto? Così dovrebbe essere, di fatto, un monologo composto di tante domande e di tante non risposte. Ad ogni conclusione si giunge per ragionamento, per logica, per mezzo di quei silenzi che non diventano mai parola. L’interlocutore non fa altro che assentire, sorseggiare la bevanda, abbandonarsi al flusso dei ricordi. Ieri e oggi. Chi eravamo e chi siamo.
Ed è così che Sandor Marai dona al lettore un elaborato che, con il suo lento incedere, offre emozioni che passano per memorie, asti, orgogli, amore, amicizia, umanità, sete di verità. Ancora ci sono la simbiosi con il pensiero e la mente dei protagonisti, la lealtà, il tradimento, e le braci. Le braci di quel volumetto che ormai è cenere, è bagliore fioco. E i due vecchi osservano; la scrittura di Krisztina è ormai polvere.
Caratterizzato da una prosa lineare ma articolata, da uno stile narrativo elegante, raffinato, ricercato che si articola tra ricordi, rimorsi e rimpianti, “Le braci” è un volume che si compone pian piano, è un puzzle in cui ogni pezzo si incunea e posiziona nella giusta casella. E’ semplicemente un capolavoro.

«Ma come tutti i baci umani anche questo, alla sua maniera tenera e grottesca, è la risposta a una domanda che non è possibile affidare le parole.»

Venuto al mondo - Margaret Mazzantini

«”Non devi pensarci, devi venire”.
“Perché?”
“Perché la vita passa, e noi con lei. Ti ricordi?
[..] Di colpo mi chiedo come ho fatto a rinunciare a lui per tutto questo tempo. Perché nella vita capita di rinunciare alle persone migliori a favore di altre che non ci interessano, che non ci fanno del bene, semplicemente ci capitano tra i passi, ci corrompono con le loro menzogne, ci abituano a diventare conigli?» pp. 10-11

Gemma. Quando tutto ha avuto inizio, non era altro che una giovane donna, di circa ventinove anni. Oggi, invece, ne ha quasi cinquanta, è sposata con un ufficiale dei carabinieri, Giuliano, calmo e premuroso, un uomo che non si è tirato indietro dal tirare su quel figlio, Pietro, ora sedicenne, frutto di un passato che non può essere dimenticato. Una telefonata che arriva da Sarajevo. E’ Gojko, vecchio amico, poeta matto che simboleggia quei giorni indelebili nella memoria. E’ un richiamo a cui la protagonista non può sottrarsi. Perché quei dolori mai sopiti, quei dolori che non hanno mai smesso di battere sul cuore di Gemma chiedono di essere affrontati, e con loro vuol vedere la luce anche quella verità troppo a lungo celata. Ancora, ricordi di un eccidio senza morti, rendono impossibile provare emozioni. Di nessun genere.
E così Gemma e Pietro partono. La scusa ufficiale è quella di assistere ad una mostra fotografica in onore di Diego, grande amore, padre del ragazzo, e fotografo morto in terra straniera durante il suo lavoro, la realtà è permettere al giovane di fissare alcune immagini del padre, permettere alla madre di fare i conti con i propri fantasmi.
In un perfetto alternarsi di ieri ed oggi, Margaret Mazzantini affronta, con “Venuto al mondo” tematiche di grande impatto sociale nonché emotivo. In queste pagine, troverete, infatti, il dramma della maternità, un miracolo che può al tempo stesso rivelarsi dannazione ma anche il caos, la confusione in cui l’esistenza può cadere, per i fatti quotidiani che la compongono che per fattori esterni, quali la guerra, che con la loro disarmante criticità e infausticità, scompongono e distruggono le certezze.
Seppur il romanzo abbia un inizio lento, pedante e soprattutto nella prima parte farraginoso, e nonostante a tratti si perda nei sentimentalismi e moralismi, esso si dimostra portatore di grandi valori e contenuti pregnanti. Superate, invero, le prime trecento pagine, questo sopraggiunge con tutta la sua forza disarmante conquistando anche quel lettore che, inizialmente, non era riuscito a farsi rapire.
Buona anche la delineazione dei personaggi, tra tutti, Gojko, è il meglio riuscito. Senza difficoltà egli fa capolino nel cuore dell’avventuriero conoscitore riserbandosi un posto d’onore anche a conclusione della lettura.
Dal punto di vista stilistico, l’autrice si offre a chi legge attraverso un linguaggio troppo ricercato, un linguaggio fatto di epitaffi, parolacce e frasi brevi che, per quanto curate, finiscono con il far da ostacolo al proseguire dell’opera.
Nel complesso, il libro vale la pena di essere letto, ma ne consiglio la discoperta con la giusta propensione d’animo altrimenti potrebbe risultare faticoso e difficile da cogliere.

«..E la vita ride di noi
Come una vecchia puttana sdentata
Mentre ce la scopiamo a occhi chiusi
Sognando il culo di u giglio.. »
p. 198

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