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Fiori sopra l'inferno - Ilaria Tuti

Bosco di Travenì. Il corpo di un uomo viene rinvenuto privo di vita. Giace sull’erba in posizione supina, è coperto di brina. Il candore della sua pelle contrasta con il nero dei capelli e del pube. Le braccia sono poste lungo i fianchi, le mani adagiate su un cuscino di muschio, tra le dita qualche fiore invernale dai petali pallidi e trasparenti. Un dipinto quello che si apre innanzi alla squadra di polizia, in cui gli unici colori sono determinati dal rosso cadmio scuro del sangue ormai freddo, delle vene svuotate, dalle membra rigide. Il gelo ne ha mantenuta integra la conservazione, nessun odore se non quello della selva, della terra umida e delle foglie marcescenti è percepibile nell’aria.
Investita del caso è Teresa Battaglia, commissario di polizia specializzato in profiling che ogni giorno scruta e analizza il peggio del peggio dell’intimo dell’essere umano e che imperturbabile nasconde un segreto, un segreto inconfessabile ma determinante per la sua vita e la sua carriera lavorativa. Tanti sono gli elementi che la rendono inquieta: il quadro presentato fa pensare ad un delitto compiuto da due persone diverse. Una prima, lucida, metodica che ha posizionato e custodito (con trappole varie) il corpo affinché arrivasse al suo pubblico nel modo più integro possibile, una seconda, al contrario, completamente disorganizzata, quasi animalesca, che non si è fatta scrupoli o preoccupazioni nell’uccidere in vicinanza di un sentiero e con alte possibilità di essere visto/a. Quasi, come se l’omicidio fosse frutto di un raptus. La protagonista, coadiuvata nell’inchiesta dal novizio ispettore Massimo Marini, con cui si instaura da subito un rapporto molto particolare a cui ancora non si è in grado di dare un nome, e dai veterani del corpo, sa benissimo che per capire chi è l’assassino di Roberto Valent deve prima di tutto stabilire il come dell’azione e, una volta ricostruite passo passo le modalità di questa, rispondere a quell’unica ma fondamentale domanda: perché? Interrogativo a cui nello scorrere dell’opera se ne aggiungono molti altri. Chi è il bambino n. 39? Cosa si cela nel passato? Cos’è accaduto nel trascorso da essere così determinante per quello che è oggi il presente?
Da questi brevi e semplici assunti ha inizio il romanzo di colei che è definita come la nuova promessa del thriller italiano, Ilaria Tuti. Che dire, i presupposti per riuscire ci sono tutti: lo stile narrativo è fresco, ben argomentato, sottile, elegante e sufficientemente maturo. La storia, dal suo canto è ben orchestrata e caratterizzata dai giusti colpi di scena, dai giusti mutamenti d’azione. Le ambientazioni, ancora, rendono palpabili le vicende descritte, i protagonisti sono ben delineati tanto da risultare tangibili e concreti per chi legge. Purtroppo però, quel che manca all’opera è quel velo di originalità che l’avrebbe resa inattaccabile sotto tutti i punti di vista. Nello scorrere delle pagine, infatti, i riferimenti e i rinvii ad altri elaborati (vedi “Child 44”/”Bambino 44” di Tom Rob Smith, giusto per citarne uno a titolo meramente esemplificativo) del filone sono inevitabili. Quella sensazione di deja vu è una costante in tutto il volume e fa sì che il lettore perda un poco di interesse nel conoscere dei fatti. L’impressione è quella di ritrovarsi di fronte a un riassunto del meglio che c’è in giro in materia di thriller.
Ad ogni modo “Fiori sopra l’inferno” resta un buon romanzo, adatto a chi cerca opere con quel giusto alone di mistero e si conferma un buon esordio il cui successo definitivo è interamente nelle mani dell’autrice. Non ci resta che aspettare e vedere come questa evolverà la storia nonché il personaggio del commissario Battaglia.
Buona lettura!

Caporetto - Alessandro Barbero

Nato a Torino nel 1959 e specializzato in storia militare e del Medioevo, Alessandro Barbero è uno degli storici migliori presenti nel panorama italiano. Con “Caporetto” l’autore riesce non solo ad inquadrare in modo ineccepibile quelli che sono stati i fatti e il loro susseguirsi, ma offre altresì al lettore una perfetta sintesi di ciò che possiamo trovare in altre opere a firma Monticone, Silvestri, Pieri, Faldella, Fadini, Rommel etc , che a più riprese si sono occupati dell’argomento.
La compilazione dello studioso segue uno schema metrico chiaro, lineare e preciso, tanto che il conoscitore è accompagnato passo dopo passo nel rivivere della battaglia. L’opera ha inizio con una parte introduttiva dedicata agli austro-tedeschi, prosegue con la descrizione del crollo delle nostre brigate in appena due giorni per poi approfondire ancora storie e polemiche di vecchia data su responsabilità e colpe gerarchiche che hanno negli anni fatto parte di dibattiti e discussioni tra le più autorevoli fonti storiche. Barbero si sofferma ancora sulle caratteristiche del nostro apparato militare, evidenziandone lacune e inferiorità, scarsa combattività e resistenza della maggior parte dei reparti. Ovviamente lo scrittore non si risparmia nemmeno in merito al tentativo di chi ha cercato di rendere “vittoria” quella che nel concreto è stata una sconfitta, e per dimostrare la sua tesi offre molteplici prove a sostegno.
Non mancano altresì osservazioni sul fatto che “i tedeschi avevano capito da un pezzo che in guerra bisogna innanzitutto cercare di non farsi ammazzare” quando al contrario Cadorna si rifiutava di accettare e comprendere il dato o storie relative a ciò che sarebbe stato il futuro di certi protagonisti quali, a titolo di esempio, il maggiore Visconti Prasca (diventato generale di corpo d’armata nell’ottobre del 1940, destinato a comandare l’esercito italiano nella catastrofica invasione in Grecia, silurato da Mussolini e di poi unitosi ai partigiani dopo l’otto settembre per essere infine catturato dai tedeschi, essere deportato in Germania, riuscire ad evadere per unirsi all’Armata Rossa con la quale entra a Berlino).
Nel cercare di rispondere al perché della disfatta di Caporetto, il docente si tratterrà sulla scarsa competenza tattica dei reparti italiani, alla mancanza di iniziativa e di flessibilità, all’inadeguatezza e insufficienza delle armi dei comparti. Lacune e problemi a cui si aggiungono la stanchezza, la disaffezione, la pessima qualità dei rincalzi, l’inadeguatezza e impreparazione dei giovanissimi ufficiali, le condizioni di vita precarie a cui erano soggetti, la stanchezza, l’incapacità.
Il tutto è avvalorato da grande chiarezza di scrittura e da uno stile narrativo affatto pesante nonché da immagini visive quali cartine e schemi che favoriscono la comprensione di posizioni e strategie anche a chi ne è profano. “Caporetto” sa infatti essere tanto rigoroso e appassionante come un saggio quanto scorrevole e piacevole quanto un romanzo.
In conclusione, un ottimo trattato storico completo da ogni punto di vista, tanto narrativo quanto di approfondimento e ricerca.

Il cacciatore di sogni - Sara Rattaro

E’ il 4 luglio 1984 quando Luca, suo fratello e sua madre si accingono a fare rientro in Italia da Barcellona, luogo dove si erano venuti a trovare per favorire gli studi universitari di Filippo, il maggiore. Quello che si apre davanti a loro è un volo particolarissimo, da un lato i passeggeri sono in subbuglio perché Diego Armando Maradona effettuerà la tratta con loro, dall’altro lo è il nostro piccolo protagonista che arrabbiato con il fratello per l’incidente della mano, viaggia accanto ad un uomo anziano apparentemente normalissimo. E’ affranto Luca, il suo sogno è fare il pianista ma a causa di una spinta di Filippo mentre era sui pattini è caduto e si è gravemente leso la mano. L’uomo, appresa della notizia, gli mostra un volume intitolato “I cacciatori di microbi” e decide di raccontargli una storia, una storia magica e vera e avente quale protagonista Albert Sabin. Nato a Bialystock, in Polonia, nel 1906 e costretto a fuggire negli Stati Uniti a causa dell’incedere del fenomeno della discriminazione razziale, lo scienziato manifesta il desiderio di dedicarsi allo studio delle malattie e rifiuta con tutto se stesso la possibilità di diventare dentista come avrebbe voluto lo zio. Entra nel laboratorio del Dott. Park e concentra interamente i suoi studi sulla poliomerite, riuscendo a portare a termine quel vaccino che lo ha consegnato alla storia. Per farlo dovrà però scendere a compromessi, lasciare gli ostacolanti USA e recarsi in Russia.
Con “Il cacciatore di sogni” Sara Rattaro torna in libreria con un racconto per ragazzi dai toni fiabeschi ma dalla morale profonda. E lo fa donandoci un libro che ben mixa leggerezza, immaginazione (grazie alle accurate illustrazioni ivi presenti) e riflessione. In un periodo storico come quello attuale in cui i vaccini sono fortemente contestati, è importante soffermarsi a riflettere sul perché sono importanti e sul perché sono nati. Senza contare, ancora, la spinta all’ottimismo e alla volontà di credere in quel che facciamo e nei nostri sogni, ieri, oggi e domani, ancora e ancora.
Il testo risulta essere adatto sia a grandi che a piccini ma considerando lo stile narrativo novellesco e leggero adottato sicuramente coinvolgerà maggiormente i secondi che i primi. Di fatto, un posto nel cuore per Albert Sabin.

«Si vede meglio a occhi chiusi, l’ho con musica. Lo faccio spesso anch’io. Seguo le note come se le vedessi sul pentagramma e poi le lascio volare via. Mi portano lontano, tra stelle più luminose, sopra le montagne più alte o nei mari più profondi ma poi, arrivano sempre a casa del nonno, dove ho i ricordi più belli.» p. 37

«Solo i grandi uomini possono diventare grandi scienziati, ma la nostra grandezza si misura sempre dalle cose più piccole» p. 55

«Vedi, la vita può cambiare da un giorno all’altro, e non solo se sei la mia vittima di un brutto incidente, ma anche se sei la persona che da quell’incidente si è salvata senza farsi un graffio» p.82

«Il talento dev’essere messo alla prova prima di essere misurato…» p.98

«La relazione che lega la musica all’anima è stretta come il nodo di un marinaio. Questo spiega perché ogni vita ha una propria colonna sonora, o meglio, perché ogni battuta di esistenza possiede una propria melodia. Non esiste un solo neuroscienziato che non avvalori la tesi secondo cui ascoltare musica o suonare uno strumento provoca cambiamenti nel nostro cervello. Capire come e perché questo avvenga è la vera sfida. Potrebbe essere istinto? Lo stesso che ci spinge alla fuga quando scoppia un incendio o ci fa controllare a destra e sinistra prima di attraversare la strada? Non si sa. La musica parte e noi battiamo il tempo, muoviamo qualche muscolo o addirittura balliamo. Non so se sia istinto di sopravvivenza, so di certo che l’esistenza della musica dimostra che non siamo fatti di sola carne»

La caduta dei Golden - Salman Rushdie

New York, la famiglia Golden costituita dal padre Nerone (detto Nero) Julius Golden e dai tre figli maschi, due ottenuti dalla moglie più anziana e uno, il più piccolo, di anni ventidue, dalla consorte più giovane, fanno ingresso al Greenwich Village, a bordo di una limousine Daimler, con nuove identità, un passato da dimenticare, alcuna presenza femminile al seguito, e una serie di “golden standard” da rispettare. In merito, chiare sono le indicazioni del genitore: da adesso in poi, mai e poi mai, alcuno di loro avrebbe dovuto far riferimento a quelle origini che si sono lasciati alle spalle. Grazie, infatti, alle loro caratteristiche fisiche, indubbia sarebbe stata la mimetizzazione, basti pensare che Nero con la sua conformazione tozza, i suoi occhi neri, i suoi avambracci da lottatore, i suoi opulenti monili d’oro, i suoi capelli tinti tirati all’indietro, sarebbe potuto passare tranquillamente tanto per un inglese, quanto per un immigrato dell’Europa medio-orientale. Quale luogo migliore per ricominciare, passare inosservati e dimenticare? Quale luogo migliore per lasciarsi alle spalle quel passato triste che ha avuto inizio in India, in quel di Bombay, luogo dove nella notte tra il 26 e il 27 novembre 2008 i terroristi musulmani di Lashkar-e-Taiba, l’esercito dei Giusti, provenienti dal Pakistan nello scagliare i loro attacchi prima contro la stazione ferroviaria nota come Victoria Terminus e, di poi, contro il Leopold Café a Colaba, contro l’Oberoi Trident Hotel, il Metro Cinema, il Cama and Albless Hospital, la Jewish Chabad House e il Taj Mahal Palace, per quelli che furono tre giorni di assedio e di combattimento, mieterono, tra le varie vittime, anche la madre dei più grandi giovani Golden?
Spettatore, osservatore, che poi si è conquistato la scena è René, aspirante regista di origine belga, che vuole realizzare una pellicola sulla opalescente famiglia. Con il proseguo delle vicende, il suo ruolo nella narrazione si rinnova tanto da finire con l’essere il detentore della morale del componimento.
Sin dalle prime battute, “La caduta dei Golden” colpisce sia per intenti che per contenuti. Salman Rushdie, ormai settantenne, abbandona in questa opera il suo solito e classico genere per realizzare, per quanto possibile, il sogno del “grande romanzo americano”. E questa volta, a differenza di “Furia” classe 2001, che chiaramente conteneva al suo interno l’impronta del neo arrivato negli states, l’autore dimostra di aver messo radici e, seppur ammetta di non potersi definire un nuovo DeLillo, e seppur ammetta di avere ancora molte lacune su quello che è il pensiero americano, si offre al grande pubblico con la volontà di fotografare il volto, se non altro, di New York.
Con questa breve premessa e con questi punti di partenza, l’anglo-indiano illustra l’eterogeneità della Grande Mela, utilizzando quale strumento narrativo la voce degli immigrati. Questi sono il mezzo attraverso il quale sono delineate le mutazioni del nuovo continente, le evoluzioni che nell’ultimo decennio esso ha avuto. L’elaborato di Rushdie, che ha inizio con l’era Obama, affronta quelli che sono tutti i tasselli di una crescita discontinua, fatta da passi avanti e passi indietro, una maturazione che si fa ancora più frammentaria e incoerente, intermittente, con l’era Trump, presidente delineato come una sorta di Joker e la cui vittoria è prognosticata ancor prima dell’avvento vero e proprio.
Ma badate bene, nonostante il compito auto-assunto dallo scrittore, quelli che sono da sempre gli elementi costituenti la sua poetica non mancano. Non a caso, infatti, viene riscontrata la metamorfosi, la migrazione, il declino, caratteri questi, ricamati in una tela precisa, meticolosa, serrata, che non lascia spazi e che non consente repliche. Se a questo aggiungiamo uno stile opulento, prolisso, costituto da un flusso di pensieri ininterrotti che si mixano e coadiuvano agli eventi, non stupirà il rimando all’opera classica. Veri padroni del testo sono i personaggi stessi: questi tessono, tramano e conducono.
Non solo. Altro obiettivo de “La caduta dei Golden” è quello di far riflettere sulla falsità che ci circonda. E’ come se fossimo serrati da una patina in cui il reale e l’irreale si fondono rendendosi indistinguibili. Chi è che ci governa, quali sono le conseguenze delle scelte politiche, chi è davvero Trump? Perché è così difficile analizzarlo? Cosa ne sarà degli Stati Uniti dopo il suo passaggio? E cosa non va in noi? Perché tendiamo sempre a sottovalutare quella presenza strisciante del razzismo? Perché ammettiamo e consentiamo che dilaghi? Perché ci facciamo trattare come pedine mosse da un Re che ci conduce ai suoi obiettivi e che ci distrae con fantocci di problemi e colpevoli?
In conclusione, un volume che può risultare complesso da leggere per il linguaggio adottato e per la forte impronta americana di cui è intriso, ma che, certamente merita di essere conosciuto e che consente molteplici riflessioni su quella che è la società attuale. Americana, e non.
«Cos’è una vita degna? Che cosa il suo contrario? Sono domande a cui nessuno risponderà alla maniera di un altro. In questi tempi vili, noi neghiamo la grandezza dell’Universale, mentre affermiamo e glorifichiamo i nostri fanatismi locali, sicché non c’è granché su cui andare d’accordo. In questi tempi degenerati, uomini mossi soltanto dalla vanagloria e dal profitto personale – uomini vacui e pretenziosi per i quali nulla è vietato, purché favorisca la loro meschina causa – si proclameranno grandi leader e benefattori dediti al bene comune e accuseranno gli oppositori di essere bugiardi, invidiosi, piccola gente, gente stupida, pesi morti e, con un completo capovolgimento della verità, disonesti e corrotti. Siamo talmente divisi, ostili gli uni agli altri, pieni di santimonia e disprezzo, talmente persi nel nostro cinismo, da chiamare idealismo la nostra pomposità; siamo così disincantati nei confronti di chi ci governa, così pronti a denigrare le istituzioni del nostro Stato che il “Bene”, come termine è ormai svuotato del suo senso e richiede, forse, di essere lasciato da parte per un po’, come tutte le altre parole avventate. “Spiritualità”, ad esempio, “soluzione finale”, ad esempio; ma anche (almeno quando la si applica ai grattacieli e alle patatine fritte) “libertà”».

La ragazza nella nebbia - Donato Carrisi

«Voglio dirle una cosa… Ho imparato che esistono due frangenti di tempo in cui fare le cose. L’adesso e il dopo. Rimandare può sembrare saggio, a volte c’è bisogno di ponderare bene le situazioni e le possibili conseguenze. Ma, purtroppo, in certe circostanze riflettere troppo può essere scambiato per esitazione o, peggio ancora, per debolezza. Tardare significa aggravare le cose. E non c’è peggiore pubblicità, mi creda»

Avechot. Anna Lou Kastner, sedici anni, non particolarmente bella, dai lunghi capelli rossi e quelle leggere lentiggini sul viso, timida, minuta e amante dei gatti, è scomparsa. Di lei non si hanno più tracce, eppure Vogel, l’agente investito del caso, non ha dubbi: non si tratta di un allontanamento volontario ma di ben altro. C’è un mostro e lui è pronto a tutto pur di offrirlo al suo pubblico. Perché se trovi il cattivo avrai servizi in diretta, fama, notorietà, interviste su interviste, prime serate e soldi a palate. E per il suo pubblico, l’uomo dai raffinati completi, non ha remore, scrupoli o esitazioni. Deve accontentarlo. Che la ragazza sia ferita, che sia morta, che sia con un ragazzo, per lui non ha importanza. Lei non è nulla più che la vittima, non è altro che un nome che verrà dimenticato, che sparirà nella nebbia, un nome che invoca una giustizia vecchia e farraginosa che segue un binario diverso da chi invece aspetta di addentare e puntare il dito su un colpevole qualunque. Perché contano i media, contano i dati, gli indici di gradimento, il successo. Ma chi si è macchiato di questo crimine e perché? Che sia nuovamente l’uomo nella nebbia?
Non è semplice realizzare un thriller di rilievo e spessore, non è semplice soprattutto in un’era come quella attuale dove si crede che quel quid in più sia dato dalla violenza e da un mix di scene cruente in cui le vittime sono sottoposte a di tutto. Carrisi, partendo da una storia semplice, lineare, quasi banale, oserei dire, riesce a differenziarsi dando prospettiva alle vicende narrate, dando spessore ai suoi protagonisti. E’ un perfetto burattinaio di quelle che sono le evoluzioni dell’opera, è un perfetto burattinaio che porta il lettore dove vuole senza mai cadere nel brutale, senza mai cadere nel cliché e anzi, offrendo proprio a questo eclettico conoscitore tutti gli strumenti per restare col fiato sospeso, per vivere pienamente quella che è la stoccata finale. Perché l’autore ti offre il killer, ma con astuzia, fa sì che il killer stesso cerchi te talché, il viaggiatore, eletto a pubblico, eletto a giuria popolare, non ha bisogno di indizi per emettere la sua sentenza.
Il tutto mediante uno stile leggero, una trama a prima vista scontata, un ritmo narrativo ben cadenzato che non manca di accelerare là, dove dovuto.
In conclusione: abile, scaltro, funzionante.

«Perché la cattura del colpevole ci fa illudere di essere al sicuro, e in fondo questo ci basta. Ma c’è una risposta migliore: perché la verità ci coinvolge, ci rende complici. Ha notato che i media e l’opinione pubblica, insomma noi tutti pensiamo al colpevole di un crimine come se non fosse umano? Come se appartenesse a una razza aliena, dotata di un potere speciale: fare del male. Non ce ne accorgiamo, ma lo rendiamo… un eroe. Invece di solito il colpevole è un uomo banale, privo di slanci creativi, incapace di distinguersi nella massa. Ma se lo accettiamo così, allora dobbiamo ammettere che, in fondo, un po’ ci somiglia. »

La guardarobiera - Patrick Mcgrath

Londra, 1947. La guerra è ormai finita, eppure i lasciti di questa sono ancora vividi nella mente, negli odori, nelle abitudini, nelle esistenze degli abitanti. Non bastano i residui bellici a rattristare il cuore e le anime dei protagonisti, a questo dolore si aggiunge quello determinato dalla morte inattesa del noto Charlie Grice, personalità di spicco della scena teatrale, padre della talentuosa Vera e marito dell’inconsolabile Joan, guardarobiera al Beaumont Theatre di origine ebraica.
E’ disperata Joan, non può accettare che il suo Gricey sia morto, non è contemplabile. Loro sono stati inseparabili per 27 anni, sono stati una persona sola, una unica anima. Donna forte e dedita al lavoro, reagirà alla perdita prima assumendosi la colpa di quanto accaduto, successivamente maturerà l’idea che in realtà il compagno sia sopravvissuto, in parte, nel corpo di un altro uomo: Daniel Francis alias Frank Stone attore che sostituisce il defunto nel ruolo del Malvolio de “La dodicesima notte” di Shakespeare.
Da questo momento ha inizio un’assidua frequentazione tra la donna e Daniel-Charile, una frequentazione che ha radici nel passato, che è raffigurata nel presente che è prospettata nel futuro. Un sempre maggiore livello di confidenza ed intimità faranno vacillare ogni supposizione sino a che una spilla a cui si sommeranno altri scenari immaginari, non verrà rinvenuta. Grice/Frank finiranno l’uno con l’offuscare l’altro tanto che si perderà irrimediabilmente il confine tra finzione e realtà. La donna non avrà altra scelta che abbandonarsi all’alcool e alla follia. E Vera? Cosa ne sarà di lei?
La crudeltà della vita e il fantasma, l’ossessione e la rappresentazione scenica, il fallimento che sta sopraggiungendo e la dimensione psicologica. Cosa è vero e cosa è palcoscenico?
Nonostante Joan sia una prima attrice indiscussa, una donna che possiede profondità, introspezione e che è capace di trasmettere il dolore, il lutto, l’incredulità, la rabbia, la disperazione nonché l’ossessività e la indefinitezza che è propria di Patrick McGrath, “La Guardarobiera” è un elaborato ben diverso rispetto a quelli a cui lo scrittore ci ha abituato. Sin dalle prime pagine ci ritroviamo in un viaggio nella mente che è sempre sulla doppia linea della normalità/follia, sulla doppia linea della recita/realtà, in un percorso che è totalizzante ma anche affiancato da trama precisa e chiara. E’ proprio quest’ultimo l’elemento differenziante rispetto agli altri componimenti del narratore: il filo conduttore delle vicende è inequivocabile seppur egregiamente sviluppato e i personaggi nonostante la vedova, sono tutti meno totalizzanti tanto che si abbandonano ad una conduzione delle vicende più romanzata. Il tutto è avvalorato da uno stile narrativo fluente ma tuttavia a tratti eccessivamente descrittivo.
In conclusione, coinvolgente, cupo, magnetico.

Buio - Maurizio De Giovanni

«Dormire no, però. Dormire è impossibile. C’è troppo buio per dormire. Per tenere lontani i brutti sogni, c’è troppo buio.»

Con “Buio. Per i bastardi di Pizzofalcone” Maurizio De Giovanni dona al lettore un romanzo di grande intensità e avente ad oggetto una doppia indagine. Se da un lato vediamo impegnati l’Ispettore Lojacono e l’agente Alex Di Nardo nella risoluzione di un atipico furto in appartamento, dall’altro, la squadra composta in prima linea da Romano e Aragona, è impegnata nel ritrovamento di Edoardo Cerchia, detto Dodo, di anni 10, rapito durante una mostra al museo con la scuola.
E’ una corsa contro il tempo, quella dei Bastardi, una corsa in cui lavorano da squadra, come un corpo unico e non come singolo. Una corsa che tocca entrambe i fronti. Quello del furto perché quel che si cela dietro al reato è molto più di quello che ci si potrebbe prospettare, e quello del rapimento a scopo di estorsione perché ogni attimo che passa fa si che le speranze di ritrovare il bambino si affievoliscono.
In questo contesto viene introdotta e descritta Napoli, elemento imprescindibile nelle opere dello scrittore. La città è analizzata nella sua storia, ne suoi usi e costumi, nelle sue crisi, nelle sue fallacità, nei suoi tormenti, nelle sue sventure, nei suoi abitanti. Ma mai con sguardo giudice, bensì sempre con occhio aperto alla riflessione, all’interrogazione. Perché in contrasto con questa luce, con questa allegria che si è soliti appropriale, questa è anche BUIO. Ed è nell’oscurità che si palesano e attuano i delitti. Crimini di ogni genere, anche i più efferati.
Un elaborato, quello tratteggiato, che va oltre le mere indagini rappresentate, perché tocca l’animo umano nel suo intimo affrontando quelle che ne sono le più profonde ombre. Non solo, l’opera è avvalorata da un linguaggio fluente e tagliente, un linguaggio che crea personaggi a tutto tondo, che crea vicende palpabili con mano, che fa si che il conoscitore si senta parte integrante del commissariato. Chi legge, infatti, è rapito dall’evoluzione degli avvenimenti, ne è parte integrante. Per tutto lo scritto resta col fiato sospeso. Ed anche se intuisce chi è “il mandante”, chi è “il colpevole” non riesce a staccarsene. Perché vuole una motivazione, la esige. La esige anche in quell’epilogo (e per quell’epilogo) che non risparmia e che comprova e ispessisce ulteriormente il carattere emotivo dell’opera.

«Ci sono notti.
Notti che tradiscono, avvicinandosi come se fossero pacifiche e invece sono piene di guerra e dolore.
Notti che ti incantano con una gioia finta, che ti adescano morbide con un abbraccio, e a tradimento ti accoltellano il cuore come buie assassine, senza un perché.
Notte disperate che sembravano placide, magari con un’aria nuova e illusoria, con una musica sottile che non si riconosce finché è troppo tardi, e allora ci sei dentro, senza più speranza.
Ci sono notti.»

La rilegatrice di storie perdute - Cristina Caboni

Sofia Bauer a seguito del suo matrimonio con Alberto De Santis ha dovuto accantonare tutte le sue passioni nonché il suo lavoro in biblioteca. Essendo il legame giunto a conclusione, la donna decide di separarsi dal compagno. Da questo momento la sua vita cambia: se da un lato un misterioso libro riesce ad affascinarla e a risvegliare tutti i suoi interessi, dall’altro, Tomaso Leoni, grafologo che l’accompagna nella risoluzione del segreto che ruota attorno a quelle pagine, forse riuscirà a farle battere il cuore come nessuno è mai riuscito a fare.
E’ mediante “Discorso sulla natura”, primo volume de “L’elogio della perfezione” (composto da: “Discorso sulla natura”, “Discorso sull’uomo” e “Discorso sul pensiero”) di Christian Philipp Fohr, che la protagonista viene a conoscenza dell’esistenza di Clarice Marianne Von Harmel, giovane nobile nata e cresciuta nel 1800 e in qualche modo legata al tedesco. Nel restaurare il testo, ormai lacero e rovinato dal tempo, essa recupera una lettera da quest’ultima scritta. Chiaramente questa rinvia agli altri capitoli, ma perché? Che indichi l’esistenza di un disegno più grande collegato alla trilogia? E che ruolo ha Clarice in tutto questo? Affiancata da Tomaso, Sofia non si fermerà davanti a nulla, perché deve scoprire dell’arcano. E sarà tramite questa analisi che ritroverà anche se stessa.
Con un linguaggio chiaro e elegante, Cristina Caboni dà vita ad un elaborato piacevole che racchiude al suo interno molteplici riflessioni su quella che è la condizione della donna e la sua evoluzione nei secoli. Lo scritto si fa scoprire rapidamente da chi legge e invoglia ad andare avanti soprattutto per la riscoperta dell’enigma che si cela dietro la figura dell’autrice delle lettere.
Unica difficoltà che ho riscontrato nello scorrimento è stata l’eccessiva impostazione fiabesca del componimento. La sensazione è infatti quella di trovarsi di fronte ad un testo che negli intenti ha un’ottima base di presupposti ma che nel concreto fatica a risultare plausibile perché troppo novellato. A più riprese, non celo, di essermi trovata a pensare di essere di fronte ad una favola.
Nel complesso, quindi, un libro gradevole, non impegnativo, adatto a chi ama le storie romantiche e con quell’alone di mistero radicato nel passato. Da leggere ma con questi presupposti.

«Non sarò certo io a doverle ricordare che i libri sognano. [..] Un libro sogna. Il libro è l’unico oggetto inanimato che possa avere sogni» p. 83 (cit. di Ennio Flaiano).

Le tre del mattino - Gianrico Carofiglio

Era appena adolescente, Antonio, quando gli è stata diagnosticata la patologia dell’epilessia idiopatica. Dopo un primo consulto in Italia, il giovane, con il padre, matematico ed insegnante, e la madre, docente di lettere, ormai separati, decide di recarsi in Francia, a Marsiglia, presso lo studio del Dottor Gastaut, un luminare nel settore della malattia de qua. A seguito di questo la vita del paziente torna ad essere “quasi normale”, può riprendere gran parte di quelle abitudini a cui era stato costretto a rinunciare e la sindrome sembra ormai essere sotto controllo. Trascorsi tre anni (siamo circa nel 1983), padre e figlio – ormai diciottenne – tornano in quel de la ville francese per il responso ultimo: sarà Antonio definitivamente guarito oppure dovrà continuare a sottoporsi alla terapia?
Apparentemente, il ragazzo sembra essersi ristabilito, il medico però, decide di sottoporlo ad un’ultima prova, la cd “prova da scatenamento” (oggi vietata e sconsigliata negli ambienti clinici). Padre e figlio, obbligati a causa di quest’ultima, a restare svegli per ben 48 ore consecutive (senza farmaci curativi e supportati soltanto da sorta di pillole a contenuto anfetaminico, atte e necessarie a evitare che il sonno sopraggiunga), si conosceranno, forse, per la prima volta, e, in questo colloquio inaspettato, riusciranno a mettersi a nudo, con le loro paure, forze e fragilità. Un’intimità, quella ritrovata, che Antonio, ricorda ormai da uomo adulto, con un vigore e una forza tale da far supporre che quei giorni siano celati in tempi brevi e non nei recessi della memoria.
Il tutto è avvalorato da una penna briosa, rapida, fluente e affatto impegnativa. La prima sensazione che coglie il lettore nello scorrimento delle vicende è, infatti, la leggerezza, nonostante, i contenuti, siano di indubbia riflessione. Carofiglio si distingue dal suo solito modus operandi ed anche se è percepibile la sua impronta “dietro” il componimento, non si può non apprezzare il tentativo di rinnovamento che in esso è racchiuso. Significativo anche il dato di provenienza delle vicende, liberamente ispirate a fatti realmente accaduti.
Una storia intensa, meditativa che tocca le corde più intime dei rapporti umani e familiari.

«Ero scettico e lui per convincermi ha citato un grande matematico polacco, Stefan Banach: diceva che i buoni matematici riescono a vedere le analogie ma i grandi matematici riescono a vedere le analogie tra le analogie. E’ una definizione geniale, e il mio amico diceva che la stessa cosa vale per i giuristi: quelli bravi colgono le analogie, le omogeneità e le disomogeneità, i grandi le analogie fra le analogie. Sono capaci di portare il discorso su un livello diverso.»

«Se la gente crede che la matematica non sia semplice, è soltanto perché non si rende conto di quanto complicata sia la vita»

Tre donne - Dacia Maraini

Gesuina, Maria e Loredana, rispettivamente, nonna, madre e figlia, sono le tre donne protagoniste dell’ultimo componimento di Dacia Maraini, persona di grande cultura e acume che ho avuto il piacere di incontrare ed ascoltare a più presentazioni.
Gesuina, ex attrice, ama l’amore e non vi si sottrae nonostante i suoi sessant’anni, circostanza quest’ultima che non è ben vista dalla nipote, la quale, ritiene che al contrario “alla sua età” dovrebbe comportarsi più da nonna e meno da ragazzina.
Maria, traduttrice, è colei che fa da ago della bilancia alla famiglia. Il suo vivere di libri la rende inconsapevole di quel che la circonda, di quel che le accade accanto. E’ apatica, autistica al mondo circostante, soltanto Francois, il grande amore con cui si scambia epistole in forma (ostinatamente ancora) cartacea riesce a riportarla nel mondo dei vivi e a farle battere il cuore.
Loredana, detta Lori, e i suoi piercing e tatuaggio del drago sulla schiena, figlia della predetta interprete, è in piena età adolescenziale, non conosce i valori e non sa gestire i sentimenti e le emozioni, è arrabbiata col mondo, è egoista, si interroga sul futuro e pone in contrasto la sua visione dell’Italia con quella del fidanzatino Tulù. E’ in continua ricerca di attenzioni, che mai arrivano. Al suo interno è timida e tenera.
Ciascuna è accomunata all’altra dai silenzi della quotidianità e dalla redazione di un piccolo diario in cui tutti i fatti e gli avvenimenti della giornata sono annotati con dovizia e cura. Mentre Gesuina li fa propri su un piccolo registratore portatile, Lori li redige su un quadernetto a fiori celato in un incavo della parete della propria camera e, invece, Maria, lo compone come se il suo interlocutore fosse il suo homme francese e dunque lo redige quasi sotto la forma di un’ulteriore missiva in cui annota lunghi pensieri e corpose parole sulle due coinquiline.
Un equilibrio labile e precario, quello descritto, che è destinato a disintegrarsi quando nelle loro esistenze, il grande amore irrompe non più platonicamente, su carta, bensì, in carne e ossa. L’irreparabile si insinua tra le mura della casa e quel che mai sarebbe dovuto accadere, accade. Da qui la mutazione dello scritto, la sua evoluzione. Le protagoniste sono costrette a far buon viso alle funeste circostanze, sono costrette a rimettersi in discussione, a fare i conti con i propri errori e le proprie paure.
Nel breve lungo racconto di Dacia Maraini, tema portante è la difficoltà della comunicazione nella società moderna e nella famiglia mixato, ad un’analisi della società stessa e della sua freneticità nonché a questa grande fame d’amore e di affetto che si palesa nelle anime e nei cuori dei personaggi delineati. Ciascuno ha un bisogno, una mancanza, una voglia di conoscere, una nostalgia di questo sentimento, un sentimento che da ognuna viene cercato nel luogo sbagliato, nel canale errato.
Tre esistenze, tre visioni della realtà, tre spaccati, tre impostazioni femministe e femminili diverse.
Ma se dal punto di vista contenutivo e degli intenti la novellatrice non delude, purtroppo viene spontaneo evidenziare che qualcosa nel testo manca. La sensazione è quella di incompletezza, per quasi 2/3 del romanzo (ovvero sino alla rivelazione dell’irreparabile che porta alla conclusione del componimento in poco più di 40/50 pagine su un volume di 204) ci si domanda dove ella voglia arrivare, cosa ci voglia dire. Molteplici sono le riflessioni che inserisce a più punti, meditazioni che chiaramente vogliono congiungere ad un disegno più grande ma che non sono immediatamente percepibili. Questo e il fatto che l’opera è narrata attraverso l’espediente del diario, rallentano la lettura (che badate bene, si esaurisce in poche ore) e ne fanno perdere di intensità. Sfiancano e quasi annoiano. E per quanto il conoscitore sia sconvolto dalla piega che le vicende prendono, per quanto chi legge sia invogliato all’analisi interiore, non può sopperire e venire meno a questi aspetti, a questi dati.
In conclusione, un libro introspettivo, piacevole ma anche incompleto, un volume che convince a metà. Da leggere ma non, se non si conosce l’autrice, come prima opera perché certamente non rappresenta quella che è la poetica della medesima.

«E’ proprio quello il bello, Lori, la tenerezza ha un suo valore nascosto ma profondo: la lentezza del pensiero, la lentezza della parola, la lentezza della scrittura, il grande privilegio di un tempo di sciatte velocità; la lentezza che pianta i suoi semi nella carne, allunga le radici, cresce, si fa foglia, fiore, albero, il respiro dell’universo.»

«Mi ha molto impressionato questa descrizione e credo di aver capito da quel racconto quale forza possano avere le parole quando diventano musica e pensiero: una struggente e commovente strategia di sopravvivenza» p. 16

Accabadora - Michela Murgia

Anni ’50, Soreni, Sardegna. Maria Listru, figlia di Anna Teresa Listru, è una fill’e anima. Quarta e ultima nata, viene adottata da Tzia Bonaria Urrai, nubile benestante e sarta di facciata. Sono i lustri in cui nell’entroterra sardo è diffusa la pratica del “fillus de anima” ovvero di quell’accordo ingenerato tra privati per cui si manifesta l’affidamento volontario e consensuale di un figlio da parte dei genitori a terze persone. La piccola si ritrova così in una nuova casa, con nuove regole perché quelle della madre adottiva sono legge di Dio e come tali vanno rispettate, e con uno spazio tutto per sé. L’anziana, resasi conto delle condizioni economiche e affettive in cui la giovane è vissuta, inizia un vero e proprio lavoro di ricostruzione, un lavoro atto a creare prima di tutto un rapporto di amore, di rispetto e di famiglia.
E quello che si instaura tra le due, è un legame fortissimo. Bonaria dona alla bambina istruzione, saggezza, intelligenza, severità, affetto e generosità, tanto che questa ha tutti gli strumenti per crescere sana e responsabile, ha tutti gli strumenti per crescere nella consapevolezza che alcune cose possono essere fatte, mentre altre, no. Questi concetti, purtroppo, non sempre e non necessariamente coincidono con l’idea filosofica del giusto e dello sbagliato.
Ma l’opera non si esaurisce con quanto sino ad ora esposto. Attorno alla figura di Bonaria si cela il mistero, il segreto. E’ oggetto e destinataria di domande, domande alle quali non può essere data risposta, domande, ancora, che semplicemente non possono essere poste. Maria si impegna a mantenere il silenzio, a domare la curiosità. Non sa spiegarsi il perché di quelle improvvise uscite notturne, ma sa anche che l’anziana è stata categorica in merito. Quando scoprirà quel che davvero si cela dietro la sua figura, quel che queste sortite notturne hanno ad oggetto, resterà destabilizzata e si staccherà da quel ventre materno che l’ha tirata sù per ritornarvi soltanto dopo aver maturato, soltanto quando alcuna parola è più necessaria perché ogni silenzio vale più di ogni verbo espresso.
Caratterizzato da un linguaggio curato, fluente, quasi magico, uno stile narrativo capace di far rivivere le tradizioni, le superstizioni e le credenze della cultura sarda, “Accabadora” è un romanzo che si auto conclude in appena una giornata ma che lascia il segno. L’intero suo scorrimento è caratterizzato da quell’alone del mito, della fiaba mixato alla trattazione di argomenti attuali ed infine, alla dimensione eterna. Quest’ultima è quella che parla dell’orgoglio, dei doveri di una figlia verso la madre e della madre verso la figlia, della vita, del significato che le attribuiamo, di quando questa perde quei connotati che siamo soliti riconoscere quali elementi giustificativi di dignità e di vivere.

«Perché Arrafiei era andato sulla neve del Piave con scarpe leggere che non servivano, e tu invece devi essere pronta. Italia o non Italia, tu dalle guerre devi tornare, figlia mia»

«Ci sono cose che si sanno e basta, e le prove sono solo conferma»

Il libro dell'inquietudine - Fernando Pessoa

«Dal mio quarto piano sull’infinito, nella plausibile intimità della sera che sopraggiunge, a una finestra che dà sull’’inizio delle stelle, i miei sogni si muovono con l’accordo di un ritmo, con una distanza rivolta verso viaggi a paesi ignoti, o ipotetici, o semplicemente impossibili» p.25

I pensieri racchiusi ne “Il libro dell’inquietudine” sono pura e semplice poesia, sono pura e semplice riflessione. Malinconici e intrisi di sentimento, essi giungono dritti al cuore del lettore che, inequivocabilmente non può che restarne affascinato, disturbato, trafitto. Soares, alterego dell’autore stesso, è eteronimo della personalità mutilata, dell’affettività, del raziocinio, della perdita, dell’affettività. Caratteristica, quest’ultima, che emerge in particolare nella seconda parte dell’opera, sezione in cui il protagonista si abbandona completamente al tedio. Non è attirato da alcunché, vive annullandosi, privandosi anche di quelle certezze e di quelle costanti affettive che sono proprie di ogni vita. Le emozioni diventano un qualcosa di a sé stante, si dimostrano essere un qualcosa che nasce dall’intelletto e non dall’esperienza di vita. Da ciò quest’ultima è percepita quale falsa, affetta dalla noia, è marcia, incurabile, perduta. E come questa, è percepita in tal senso, anche il dolore che viene provato lo è. Perché il novellatore è fingitore e per convivere con il malessere deve autoconvincersi che pure questo non è verità.
Pessoa rifiuta, ancora, la materia ed è mosso, nei suoi pensieri e nelle sue riflessioni, dallo sconforto. Uno sconforto che trova radice tra la dissipatezza tra mondo reale e sogno. Il mondo illumina l’uomo, gli dà vita, bellezza. Eppure, questo, si scontra con la dimensione onirica e con l’abito che ciascun essere umano è chiamato ad indossare. Egli, per primo, nutre un profondo disagio nel vestirlo. E’ stanco Fernando, è stanco di vivere di sogni, ne è ubriaco. Tanto che, stenta a ricordare quale sia la realtà. E’ stanco del rimpianto, della nostalgia, della consapevolezza del suo essere diverso da chi lo circonda, è stanco del suo non essere amato per la diversità. L’anima eccessivamente sensibile, dunque, finisce col chiudersi, col rifuggire al sentimento. E’ come se si rivestisse di una patina che gli impedisce di soffrire, di saggiare. Il suo sognare contrasta con l’assenza di praticità della sua mente, la sua consapevolezza di superiorità, si fronteggia, nuovamente, con quel muro di pietra che lo circonda.
Questa patina di protezione di cui si serra, procrastina la sua solitudine. Perché, seppur egli susciti simpatia, mai nessuno riesce a conoscerlo nel profondo. Mostra soltanto gli aspetti necessari, si apre ad amici immaginari in altrettanti caffè immaginari, rifugge nello scrivere che non è solo meditazione o valvola di sfogo ma pura e sempre necessità, e quindi si autocondanna all’insofferenza, all’isolamento. Né è conscio, così come è attratto dal nulla innanzi alla certezza dell’inutilità del suo sforzo “mistico”, ma tuttavia, non se ne distacca perché la vita è dolore, pena, crocefissione. L’uomo è carne, è azione, è omissione, è pensiero, è quel che accetta di essere.
E così, come l’artefice passeggia nei meandri della mente, del pensiero, dell’io, il lettore lo accompagna, passo passo, rapito da quella poetica e da quella penna magica di cui è insaziabile. Riflessioni, quelle descritte, che si evolvono nel procedere dell’opera, mutando, acquisendo – nella prima parte – e perdendo – nella seconda – colori, vitalità, come se l’anima si fosse distaccata dal corpo, dalla nostalgia, dalla sofferenza. La sensazione che ne scaturisce è quella del freddo, del vuoto, dell’assenza. Condizione, quest’ultima, che paradossalmente, porta ai massimi livelli le stesse percezioni che dovrebbero assuefarsi, anestetizzarsi, annullarsi.

«Lo svegliarsi di una città, che avvenga con la nebbia o altrimenti, per me è sempre più commovente dello spuntare del giorno in campagna. Ci sono molte più cose che tornano alla vita, ci sono molte più cose da aspettarsi quando il sole, invece di limitarsi a indorare (prima di luce oscura, poi di luce umida, infine di oro luminoso) i prati, le sporgenze degli arbusti, le palme delle mani delle foglie, moltiplica i suoi possibili effetti sulle finestre, sui muri, sui tetti [...]. Un'aurora in campagna mi fa star bene; un'aurora in città mi fa star bene e male, e perciò mi fa star meglio. Sì, perché la maggiore speranza che mi arreca possiede, come tutte le speranze, il sapore lontano e nostalgico di non essere realtà. Un mattino in campagna esiste; un mattino in città promette; il primo fa vivere; il secondo fa pensare. E io sentirò sempre, come i grandi maledetti, che è meglio pensare che vivere.» p. 56
«Di solito attribuiamo alla nostra idea dell’ignoto il colore delle nostre nozioni del noto. Se la morte la definiamo un sonno, è perché essa ci sembra un sonno dal di fuori; se chiamiamo la morte una nuova vita è perché ci sembra una cosa diversa dalla vita. Attraverso piccoli malintesi nei confronti del reale noi costruiamo le fedi e le speranze, e così ci nutriamo di croste che chiamiamo dolci, come i bambini poveri che giocano ad essere felici. Ma è così la vita; o almeno è così quel particolare sistema di vita che di norma è definito civiltà. La civiltà consiste nel dare a qualcosa un nome che non è il suo, e poi sognare sul risultato. E in verità il nome falso e il sogno vero creano una nuova realtà. L'oggetto diventa veramente altro, perché noi l'abbiamo reso altro. Fabbrichiamo realtà. La materia prima è ancora la stessa ma la forma che l'arte le conferisce la allontana da se stessa. Un tavolo di pino è legno di pino, ma è anche tavolo. Ci sediamo al tavolo e non al pino. Un amore è un istinto sessuale, però non amiamo con l'istinto sessuale, ma presupponendo un altro sentimento. E quella supposizione è ormai, in effetti, un altro sentimento.» p. 76

«Ogni sforzo è un delitto, perché ogni gesto è un sogno inerte» p. 206

La ballata di Iza

«Possibile che fosse morta anche lei e semplicemente non se ne fosse accorta? Possibile che una persona morisse prima di rendersene conto?»

Con “La ballata di Iza”, Magda Zsabò, dà vita ad un romanzo di grande intensità che si concentra su quelli che sono i rapporti umani e sulla sovente incapacità di essi. Alla base delle vicende narrate vi sono Etelka, un’anziana donna nata e cresciuta in un paesino di provincia, madre di Iza Szòcs, medico reumatologo residente in Pest, Vince, giudice riabilitato marito della vecchia e padre della giovane, Antal, ex marito della figlia e a sua volta dottore e Lidia, infermiera che ha vegliato sugli ultimi giorni di vita del magistrato.
Da una prima analisi l’opera chiaramente tende ad incentrarsi su quel che è il rapporto tra questa madre e questa figlia a seguito della morte del coniuge a causa di un cancro irreversibile. Di fatto, successivamente si stacca da questa visione per abbracciarne una più ampia e su larga scala.
Per non lasciare la mamma da sola, Iza decide di portarla con sé in quel di Pest, luogo dove la collocherà e dove pretenderà, senza rendersene conto, l’impossibile. La giovane assume immediatamente un atteggiamento di controllo verso colei che l’ha cresciuta, la studia come se fosse un caso clinico, si affida ai parametri ottenuti dai vari esami cui costantemente la sottopone, ma mai si interroga sull’agire dell’altra, mai si domanda il perché di certi suoi comportamenti e/o silenzi. Rifugge a essi, rifugge a tutto quel che richiede una valutazione approfondita. Non tollera le sue iniziative, non ha pazienza e silenziosamente la condanna. Perfino il nuovo compagno, Domokos, scrittore, che rappresenta nell’opera colui che è chiamato con le parole a rendere e descrivere emozioni e sentimenti, percepirà sempre, sino al momento conclusivo del volume, la figura della professionista in modo non chiaro quando al contrario, vivo sarà il dolore percepito al pensiero di questa attempata vedova. Tutto quel che viene fatto dall’anziana per cercare di dimostrare il suo affetto, per cercare di rendersi utile in questa realtà in cui dalla mattina alla sera si ritrova, è mal visto dalla dottoressa e, per riflesso, da chi la circonda tanto che, a furia di essere ammonita o brontolata, finisce col perdersi, con il dimenticare chi è. Non sa più pensare, non sa più fare alcunché. Perché i giovani hanno sicuramente ragione, perché Iza certamente sa quel che è giusto e quel che è sbagliato, quel che è corretto fare e quel che non lo è. Capisce di suscitare pena in chi le è accanto, ritiene di rappresentare un peso, vive come se lo fosse e nessuno – tranne forse lo scrittore e Antal che purtroppo risiede in una città lontana – si prefigge di dissuaderla da questa convinzione. Da questo momento le sue giornate sono scandite da solitari viaggi in tram o da lunghe soste nella propria stanza a fissare il vuoto e ad interloquire silenziosamente con il defunto marito.
Nel mentre, Antal, figlio di un acquaiolo, nato dal nulla e cresciuto in collegio grazie alle sovvenzioni di un avvocato che per anni doveva nascondere la propria colpa nella catastrofe che ha determinato il decesso del padre di questo, ristruttura l’abitazione della famiglia Szòcs, luogo che ha acquistato e in cui è tornato a vivere insieme a Capitano, leprotto che ha da sempre accompagnato le vicende dei protagonisti. Alcuno riesce a spiegarsi perché dopo quattro anni di matrimonio abbia deciso di interrompere la sua relazione con la collega. Nessuno è in grado di darsene una spiegazione. Il lettore, pagina dopo pagina arriverà a comprendere quelle che sono le motivazioni, quel filo a cui lo stesso ha dovuto aggrapparsi pur di non affondare, pur di non lasciarsi annientare da questa donna così fredda, maniaca del controllo, autistica alle emozioni, anaempatica, egoista. Perché Iza è una donna altruista solo in apparenza. I suoi gesti di cura, aiuto e apprensione verso il prossimo non sono mai mossi da uno spirito di autenticità, i suoi comportamenti, le sue imprese, parole e azioni sono sempre ponderate, calibrate al dettaglio, esposte in funzione di quel che l’interlocutore materialmente è dovuto a sapere. Cercherà anche, l’uomo, di salvare la cara mamma a cui si è affezionato nel tempo e da cui ha odiato distaccarsi col divorzio, ma sarà ormai troppo tardi. Perché quella sete di Etelka non può in alcun modo essere placata. La sua è una sete, inarrestabile, descritta con grande forza nel capitolo intitolato, appunto, “Acqua”. Ancora, a niente è servito il richiamo di Iza, ormai è troppo tardi, la sua è una ballata che non può che essere condotta che in solitudine.
Suddiviso in quattro grandi capitoli intitolati “Terra”, “Fuoco”, “Acqua”, “Aria” e caratterizzato da uno stile limpido, forte, duro, che trafigge chi legge trasmutandolo nella dimensione descritta, Magda Szabo dona al conoscitore un testo di grande empatia e contenuto, un volume che si percepisce con mano e che seppur in modo diverso rispetto a “La porta” resta indelebile nel cuore e nell’animo di chi legge. Potrei dire ancora molto, su questo elaborato, ma decido volontariamente di fermarmi per non rovinarvi il gusto di una lettura che sinceramente consiglio.

«Aveva ragione, aveva di nuovo perfettamente ragione, ma le persone anziane hanno passato la vita insieme ai loro oggetti, per loro ogni cosa possiede un valore molto più profondo che per i giovani»

«Ogni giorno si raccontava che Iza non l’aveva lasciata sola nella sua vecchia casa, aveva sistemato ogni cosa al suo posto, le aveva impedito di lavorare, si prendeva cura di lei, la ricopriva di doni. Dopo piangeva, a lungo, piena di vergogna, perplessa.»

Beren e Lúthien - John Ronald Reuel Tolkien

Come molti sapranno, la storia originale di Beren e Lùthien è contenuta nel Silmarillion, opera mitopoietica composta da J.R.R. Tolkien e pubblicata postuma, nel 1977, dal figlio Christopher in collaborazione con Guy Gavriel Kay.
In questa edizione pubblicata dalla Bompiani, edizione arricchita ed avvalorata dalle precise e meticolose illustrazioni di Alan Lee, ci ritroviamo ad Arda, dove Beren, un cacciatore mortale che vive nei boschi, incontra per la prima volta, Lùthien, una bellissima elfa. Tra i due scoppia immediatamente l’amore, un sentimento però a cui si oppone il padre della ragazza che per disincentivarne il proseguo pone un vincolo a Beren: soltanto se questo sarà in grado di portargli uno dei Silmaril che si trovano incastonati nella corona di Morgoth, potrà avere in sposa la figlia. E’ chiaro sin dal principio che trattasi di un’impresa disperata, eppure, l’uomo, grazie all’aiuto della compagna stessa, riesce ad impossessarsi dell’oggetto imposto dal genitore quale dazio al loro amore.
Una storia, quella descritta, fortemente empatica e che certamente non mancherà di fare breccia nel cuore degli appassionati. Eh sì, perché Tolkien ha da sempre sentito detta vicenda quale fortemente vicina, rivivendo con essa quella era la sua personalissima storia d’amore con la moglie Edith (n.b. sulle lapidi delle rispettive tombe, sono stati, non a caso incisi, proprio i nomi di Beren e Lùthien), talché non si è risparmiato nel descriverne le avversità, i dilemmi, le difficoltà relative ai preconcetti, all’appartenenza a due diverse razze. E vi è riuscito semplicemente avvalendosi di un linguaggio poetico, ricco, elegante, che accarezza ed accompagna chi legge.
Nello specifico l’opera si presenta in una doppia chiave di lettura: da un lato è in prosa, dall’altro in versi. Christoper Tolkien, con meticolosità matematica, si prefigge l’obiettivo di mostrare quelli che sono gli sviluppi della leggenda inerente a questi personaggi e per farlo si avvale proprio di questa duplice impostazione. Suo scopo principale è quello di riuscire a riportare alla luce i passaggi più descrittivi e significativi della drammaticità del sentimento, elementi che purtroppo hanno finito col perdersi nello stile riassuntivo e condensato del Silmarillion, elementi ancora, che in alcuni casi vedono la luce per la prima volta.
Il fine di questo volume è dunque ben diverso da quello dei tomi della “History of Middle-Earth” da cui scaturisce, obiettivo infatti non è quello di fungere da appendice a quei libri bensì di provare ad estrarre da questi un elemento narrativo che era, nella complessità dei predetti, in continua metamorfosi, evoluzione. Conseguenza inevitabile di questa scelta è che il libro non può prestarsi alla lettura di tutti indiscriminatamente. Anzi.
Esso si presenta ottimo ed adatto alla lettura di chi ha conosciuto ed amato la storia di Beren e Lùthien né il Silmarillion perché consente di ricostruire ed approfondire tutte quelle varie tappe che hanno portato alla maturazione degli eventi, ma non anche a chi, al contrario ne è digiuno. Per questi ultimi, scoprire dei dettagli delle prime stesure del racconto, o ancora trovarsi innanzi ad una novella che alterna due modalità narrative può essere destabilizzane e rischiare di far perdere di attenzione. E’ vero che il linguaggio adottato è meno pedante rispetto che ad altre opere dell’autore, tanto che quindi la fruizione è più agevole, ma è anche altrettanto vero che per poter apprezzare gli approfondimenti che sono alla radice dell’ideazione del componimento, è necessaria una conoscenza almeno minima delle avventure. Non solo, la sensazione a più riprese è quella di trovarsi di fronte ad una antologia vera e propria.
In conclusione, una storia per anime romantiche arricchita da illustrazioni ineccepibili e per gli appassionati di storie fantastiche.

Il cerchio - Dave Eggers

Quando George Orwell nel 1949 – data della prima pubblicazione – dette luce a “1984” mai avrebbe pensato che le sue parole potessero rivelarsi tanto profetiche quanto reali e di ispirazione. Molteplici sono i romanzi che hanno tratto spunto dalle opere del passato, molteplici sono i componimenti che anche involontariamente, ne rievocano le sensazioni. Questo è un po’ quel che accade con “Il cerchio” di Dave Eggers classe 2014.
Sin dalle prime battute, infatti, il rimando a Orwell e ad altri scrittori del medesimo filone, è inevitabile. Soltanto che, in questo caso, Eggers, traspone e concentra le conseguenze del presente su un futuro nemmeno poi così lontano e dispotico se si pensa alla realtà in cui oggigiorno viviamo, una realtà scandita dai social network. Partendo da questo assunto, ed inevitabilmente estremizzandolo, l’americano concretizza e realizza una perfetta fotografia della società attuale.
Mae Holland, ventiseienne, viene assunta – su raccomandazione dell’amica universitaria Annie – al “Cerchio”, un luogo che non è solo e soltanto un posto dove il lavoro si estrinseca, quanto un vero e proprio centro di ricerca e gestione delle informazioni web nonché una location in cui materialmente il dipendente è chiamato a vivere. Il giudizio, infatti, sul rendimento è determinato tanto dall’effettiva produttività (calcolata al minuto su un indice di 100% quale valore massimo e 0 quale minimo e con una soglia di merito che non deve mai scendere sotto il 95%) ma anche dalle interazioni sociali a cui il medesimo operatore partecipa. Da un monitor, la ragazza, finisce con il trovarsi a lavorare con oltre 9 schermi, ed è chiamata a rendere nota qualsiasi informazioni ad essa attinente. Più interagisce, si iscrive ai vari gruppi, dialoga e risponde alle singole richieste degli utenti, più la sua posizione in classifica va a salire e a procrastinarsi ai massimi livelli. All’interno del Cerchio c’è tutto, dai centri benessere, all’assicurazione sanitaria per gli impiegati e i loro familiari, a controlli medici costanti che si estrinsecano di settimana in settimana e che tengono sotto controllo giornalmente, mediante degli appositi braccialetti, ogni funzione vitale degli stessi. Mantra dell’organizzazione è la trasparenza. Gli strumenti digitali non sono altro che il miglior mezzo per diffonderla, garantirla. Dunque, perché nascondersi? Perché celare? Perché avere dei segreti?
Di fatto, in questo sistema, “TUTTO QUELLO CHE SUCCEDE DEVE ESSERE CONOSCIUTO”, e dunque, “LA PRIVACY E’ UN FURTO. I SEGRETI SONO BUGIE: CONDIVIDERE E’ PRENDERSI CURA”.
Il risultato finale è che si perdono completamente le interazioni sociali, la vita diventa un film (un po’ come già nel quotidiano accade) e tutto quello che è realtà finisce col fondersi con la finzione. Indistinguibile è l’una dall’altra. E Mae, sarà l’emblema di questo risultato. Accetterà di farsi filmare 24 h su 24, perderà il confine tra il pubblico e il privato e sarà talmente parte del meccanismo che la visione di chi, come Mercer o i suoi genitori, al contrario ne è estraneo, sarà rifiutata, interdetta. Diventa, semplicemente autistica ad ogni emozione, stimolazione esterna. Significativi in questo senso sono alcuni passaggi dell’opera in cui i rapporti con l’amica di sempre Annie risultano sfalzati, non veritieri, artefatti, e nonché quelli con l’ex fidanzato e i genitori, figure che arrivano a rifiutare qualsiasi rapporto con lei, soprattutto a seguito della cena che si tiene presso l’abitazione natia della ragazza. Durante lo svolgimento di questa, la donna non alza la testa dal proprio dispositivo telefonico e, oltretutto, non resiste alla tentazione di condividere l’immagine del lavoro del vecchio compagno. In un’altra occasione, purtroppo, rivela anche alcuni aspetti dell’intimità dei genitori, carattere questo che porterà alla rottura di ogni legame. Vano, relativo e superfluo ogni tentativo di cancellare le riprese, perché al “Cerchio” nulla può venire meno. Deve stare tranquilla, Mae, tempo qualche giorno e la notizia passerà in secondo piano.
Con il proseguo dell’opera vedremo ancora come la trasparenza giunga a tramutarsi in controllo, anche politico. Il singolo non è consapevole di quel che fa nel collettivo così come il cerchio finisce con l’essere una entità che con i suoi tentatoli arraffa e divora tutto quel che trova sulla sua strada.
Ciò avviene mediante l’ausilio di un linguaggio a volte farraginoso e non molto fluente ma che si caratterizza e confà perfettamente a quelle che sono le vicende narrate. L’impressione può essere quella di trovarsi in un “reality show”, ma essendo le circostanze così vicine e palpabili, chi legge finisce con il ravvisarvi situazioni realmente vissute tanto che non può sottrarsi alla riflessione. E come il Cerchio risulta snervante per i protagonisti dell’opera – anche per quelli assuefatti – lo è anche per il lettore che si sente in gabbia, si sente destabilizzato. “Il cerchio” riesce a trasmutare l’avventuriero conoscitore nelle vicende, tanto che l’effetto del sistema è percepibile su pelle con ogni suo retroscena. Perfettamente calzante anche il finale.
In conclusione, una lettura riflessiva, intelligente, non frivola, destabilizzante, attuale e non così lontana.

«Mercer, il Cerchio è un gruppo di persone come me. Stai dicendo che in qualche modo siamo tutti in una stanza, in qualche posto, a sorvegliarti, a progettare il dominio del Mondo?»
«No. Prima di tutto, lo so che è tutta gente come te. Ed è questa la cosa più terrificante. Individualmente voi non sapete quello che fate collettivamente. Però, in secondo luogo, non dovreste fare troppo affidamento sulla benevolenza dei vostri capi. Per anni c’è stato un tempo felice in cui gli uomini che avevano il controllo dei più importanti canali Intenet erano davvero persone abbastanza perbene. O almeno erano rapaci e vendicativi. Ma io ho sempre avuto questa preoccupazione: e se qualcuno volesse usare questo potere per punire quelli che l’hanno sfidato?»
«Che stai dicendo?»
«Credi che sia solo una coincidenza se ogni volta che un membro del Congresso o un blogger parla di monopolio viene immediatamente coinvolto in una terribile controversia a base di sesso, pornografia e stregoneria? Per vent’anni Internet ha avuto la possibilità di rovinare chiunque in due minuti, ma nessuno, fino ai tuoi Tre Saggi, o almeno a uno di loro, si è mai proposto di farlo veramente. Vuoi farmi credere che questa per te è una novità?»
«Sei davvero paranoico. [...] Per cent’anni sono esistiti dei lattai che ti portavano il latte, dei fornai che ti portavano il pane…»
«Ma il lattaio non mi scannerizzava la casa!»
«E con questo? Non vuoi che la Charmin sappia quanta della loro carta igienica consumi?»
«No, Mae, è diverso. Sarebbe più facile da capire. Qui, però, non ci sono oppressori. Nessuno ti obbliga a farlo. Te li lasci mettere spontaneamente, questi lacci. E spontaneamente diventi del tutto autistica nella sfera dei rapporti sociali. Non raccogli più suggerimenti basilari della comunicazione interpersonale. Sei a tavola con tre esseri umani che ti guardano, tutti, e cercano di parlare con te, e tu resti incollata a uno schermo cercando degli estranei in qualche parte del mondo.»