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La colonna di fuoco - Ken Follett

«Era sempre stata lì, ogni giorno della sua vita: solo il cielo sopra di essa cambiava con le stagioni. Gli diede una vaga ma potente sensazione di conforto. Le persone nascevano e morivano, le città prosperavano e tramontavano, le guerre cominciavano e finivano, ma la cattedrale di Kingsbridge sarebbe rimasta fino il giorno del giudizio»

Con “La colonna di fuoco”, classe 2017, giunge a termine la trilogia iniziata nel 1989 con “I Pilastri della Terra”, proseguita con il “Mondo senza fine” edito nel 2007 ed avente ad oggetto le vicende storiche tra il XII al XVI secolo.
Gli avvenimenti si aprono nel Gennaio del 1558 a Kingsbridge, città immaginaria inglese teatro delle avventure sin dal primo romanzo, con il ritorno a casa del diciottenne Ned Willard, dopo un anno di assenza e di permanenza in quel di Calais. La situazione sin da subito appare ben diversa da come l’aveva lasciata: se da un lato, problematiche di espansione e mantenimento territoriale si affacciano nella realtà del popolo britannico, dall’altro, il cuore del giovane è messo a dura prova vedendosi sottrarre, Margery, la donna che ama, a causa di un matrimonio combinato atto a garantire alla famiglia Fitzgerald, aristocratica, il titolo nobiliare. Mentre Ned è, infatti, un protestante e un commerciante, Bart Shiring, visconte di Shiring, cattolico, è considerato il pretendente perfetto per raggiungere l’obiettivo della famiglia. Della volontà della quindicenne, dei suoi sentimenti, non può tenersi conto, lo scopo finale ha priorità assoluta. E proprio per questo, non esistono scrupoli, tanto che i genitori decidono di far leva sulla profonda fede e devozione in Dio della futura moglie, pur di, strapparle la promessa di acconsentire all’unione.
Costretto a lasciare nuovamente Kingsbridge, ed ingaggiato da Sir William Cecil, il consigliere di Elisabetta Tudor che dopo la sua incoronazione vedrà tutta l’Europa rivolgerglisi contro e che affiderà a quest’ultimo il compito di creare una rete di spionaggio incaricata di proteggerla dai numerosi attacchi nemici, il protagonista si ritroverà ad essere uno degli uomini a far parte dei primi servizi segreti britannici esistenti. Il suo amore per la giovane Margery sembra ormai condannato, e per quasi mezzo secolo, questa condizione parrà essere procrastinata. Ma sarà davvero così?
Nel contempo, mentre la lotta tra cattolici e protestanti ha raggiunto livelli particolarmente infuocati, la Francia ha dichiarato guerra alla Spagna per il controllo del regno di Napoli e altri stati della penisola italiana, e l’Inghilterra si è schierata con la Spagna. La Francia, di fatto, riesce a riprendersi Calais ma non anche gli stati italiani tanto agognati.
In questo contesto si inserisce Pierre Aumande, figlio illegittimo di una mungitrice di Thonnance-les-Joinville residente a Parigi, che vivendo di espedienti, una volta al cospetto della famiglia Guisa non esita ad accettare l’incarico di ricerca dei protestanti. L’investigazione su questi ultimi, sui luoghi da loro frequentati ed in cui si riuniscono per celebrare i “riti blasfemi” nonché sui loro modi di diffusione del credo, porteranno all’introduzione della figura di Sylvie Palot, figlia di Giles e Isabelle Paolt, la cui casa è sita all’ombra della grande cattedrale di Notre-Dame, abitazione al cui pian terreno si colloca il negozio di famiglia, esercizio destinato alla vendita e produzione di libri. Altra unione politica fondamentale, sarà quella tra Francesco, quattordicenne figlio maggiore di Enrico II e della regina Caterina ed erede al trono di Francia, e Maria Stuarda, una rossa di straordinaria bellezza di appena quindici anni, regina di Scozia.
Sul versante di Siviglia, Barney Willard dovrà in primo luogo affrontare problemi legati alle persecuzioni religiose, assisteremo infatti a proclamazioni di ereticità avverso tutte le confessioni diverse dalla cattolica, ed in particolare, avverso la protestante e la musulmana. Ebrima, mandingo di origine, servo all’inizio del racconto, riuscirà a diventare un uomo libero, e dunque a realizzare il suo sogno.
E’ in questo scenario che si insinuano, ancora, le famiglie Wolman e Willemsen, atte a rappresentare i Paesi Bassi; è in questo scenario che gli estremisti clericali seminano volenza, sfruttando i diversi culti a proprio interesse e valenza, poiché fine essenziale è quello di imporre a prescindere da tutto, il potere e la supremazia, poiché fine essenziale è vincere sulla tolleranza e sul compromesso, nonché, piegarne i sostenitori.
Attraverso un linguaggio fluente, avvalorato altresì da una serie di personaggi ben costruiti che sanno amalgamarsi perfettamente ai protagonisti che hanno fatto la storia (a titolo esemplificativo possono annoverarsi tra i presenti: Maria Tudor, Elisabetta Tudor, Sir William Cecil, Sir William Allen, Sir Francis Walsingham, Enrico II, Caterina De Medici, Maria Stuarda, Giacomo Stuart, Giacomo VI di Scozia e re Giacommo I D’Inghilterra, e molti altri ancora), Ken Follett dà vita ad un romanzo storico di grande spessore, un elaborato completo sotto tutti i punti di vista, uno scritto che è capace di conquistare il cuore di lettori eterogenei, anche di quelli che non sono tra gli amanti del genere.
E vi riesce grazie ad un’impostazione chiara ed esaustiva, un’impostazione che tramite il mutamento di prospettiva (si passa dalla Gran Bretagna, alla Francia, passando per la Spagna e per i Paesi Bassi) nulla risparmia e nulla lascia al caso. Non solo. L’opera è completata da minuziose descrizioni (che consentono a chi legge di rivivere sulla pelle le avventure delineate) nonché da dialoghi ben calibrati e bilanciati tra loro, dialoghi che sono fondamentali per la delineazione degli eroi che colorano queste pagine. Il risultato finale è quello di trovarsi di fronte ad una perla di semplice e rara bellezza, una perla che seppur dipani le sue vicende in secoli turbolenti ma ad oggi lontani, in realtà si presenta e si palesa di grande attualità.
Questo, grazie anche – e non di meno – alle molteplici tematiche che vengono affrontate. L’inglese non si risparmia e con occhio acuto riesce a mixare problematiche quali il conflitto religioso, le guerre ivi relative, le ostilità radicabili nell’estremizzazione del concetto di razza, di sangue puro ed impuro, gli odi, le discriminazioni, le violenze del più forte sul più debole, la questione e posizione femminile, le lotte di potere e di avidità, ed anche quel desiderio sempre più pressante di libertà, una libertà sognata, irrealizzabile, e di poi conquistata, ma così difficile da mantenere…….. Perché, quando si può davvero affermare di essere liberi? Cos’è questo concetto così labile, inconcreto, intangibile eppure fondamentale per la vita di ognuno di noi? Quando possiamo veramente ritenerci privi di catene?
In conclusione, Ken Follett non delude e regala al grande pubblico la degna conclusione per una eccelsa trilogia. “La colonna di fuoco” si fa amare sin dalle prime battute e chiede a gran voce di essere letta perché sa che non scontenterà. Ed è proprio così. Non disillude, bensì, regala emozioni e riflessioni di non poco conto.

Il mare dove non si tocca - Fabio Genovesi

«Le storie vengono da lontano, ma respirano sott’acqua e hanno ali giganti per raggiungerti ovunque»

Fabio ha soltanto sei anni quando scopre che i suoi undici nonni con undici nomi tutti con la a (perfino Rolando, che non si capisce perché proprio così dovesse chiamarsi l’ultimo figlio, ma che problema vuoi che sia, si aggiunge una vocale e il gioco è fatto, Arolando, eccolo qua!) e di cui dieci scapoli ed uno coniugato, unico soggetto dal quale è nato di fatto suo padre Giorgio e quindi anche unico legittimato ad essere chiamato per davvero “nonno” da quell’unico nipote che il medesimo rappresenta, non sono in realtà nonni bensì zii. “Eh”, dicono loro innanzi a detta constatazione, “lo sapevamo che non dovevamo mandarti a scuola!”. Eppure Fabio che con questi zii ci è cresciuto, che con questi zii ha imparato a far di conto e a tirar su un perfetto pollaio, non potrebbe mai immaginare la sua vita privata della loro presenza.
Una crescita, la sua, in quel de “Il villaggio Mancini” (in cui è chiaramente fatto divieto di entrare), ben diversa da quella degli altri bambini poiché unica nel suo genere. Giunge infatti all’età della scuola dell’obbligo con tutti i giorni della settimana suddivisi per trascorrere del tempo con i familiari e mai, è per lui disponibile, un giorno libero, un giorno di riposo, da trascorrere con i coetanei, o ancora giunge alla scuola dell’obbligo senza saper giocare a nascondino eppure super aggiornato circa gli esiti del Festival Della Canzone italiana di quell’anno. Vogliamo poi aggiungerci la storia della maledizione? Aramis, Aldo, Athos, Adelmo e tutti gli altri fratelli, sono stati vittima di un sortilegio che ne ha comportato la follia: a detta dei più, difatti, se gli uomini della famiglia Mancini non si sposano entro i quarant’anni, diventano matti. Semplice e chiaro.
Stranezze, in cui la giovinezza del protagonista si dipana, evolvendosi pagina dopo pagina con naturale maturale della persona. Stranezze che disorientano, ma soltanto in apparenza.
L’opera di Genovesi, ripercorre, passo passo il diventar grande di Fabio stesso, e nell’esposizione delle vicissitudini attinenti al ragazzino – di poi uomo – si nascondo e celano molteplici riflessioni su quello che è il senso della vita, su quello che significa esistere, cercare e trovare la propria strada, far proprio un desiderio, un sogno, consentirgli di diventare realtà.
Perché tutto, è riassumibile non tanto al problema, quanto, all’atteggiamento di fronte al problema. Come l’autore ha più volte ribadito, anche durante la presentazione a cui personalmente ho avuto modo di partecipare, saremo contestati e messi in discussione per qualsiasi cosa, ma questa è solo e soltanto la CROSTA. Scavando nelle profondità di quest’ultima, cercando, incuneandosi, non mancheremo di riflettere su quei “Calamari giganti” che nelle spazio più intimo ed oscuro del mondo, con i loro tentacoli, lottano, nuotano, si cibano.
Il toscano ci ricorda ancora che ciascuno ha un proprio percorso, un tragitto che magari si fa attendere, che magari ci lascia perplessi, che magari tarda a farsi scoprire e raggiungere, ma che prima o poi arriva.

«Perché i pesce tuo non te lo prende nessuno. Nuota strano, nuota a caso, ma eccolo che arriva da te.»

E quando arriva tutti i tasselli del puzzle si incuneano al loro posto, formando quel disegno così arcano ed oscuro che ci ha lasciato interdetti, che ci ha lasciato basiti, spaesati innanzi alle circostanze, innanzi ai colpi al fianco che non mancano mai nello scorrere dei giorni. Così come, ci sprona ancora l’autore, ciascuno ha la sua storia. Una storia in discesa ed in ascesa, una storia in bilico e una storia di certezze, una storia che talvolta si interseca alle altre, una storia che talvolta è e resta parallela a quegli incontri che sono determinanti nell’esistenza. Un destino, a cui non è possibile sottrarsi, perché la storia, se mixata al proprio “pesce” piano piano riporta lì, a quel quadro dipinto e ricco di colori.
Con “Il mare dove non si tocca”, Fabio Genovesi si mette a nudo raccontandoci e romanzandoci quella che è stata la sua infanzia, ma anche destinandoci di riflessioni e di analisi che lasciano il segno. Al tutto si somma uno stile che si conforma perfettamente all’età del personaggio delineato, uno stile fluente che conduce, che non lascia spazi e che non molla sino alla conclusione dell’opera. A completezza, ancora, si inseriscono attimi di pura ilarità e genialità, dove, eroi indiscussi sono gli zii e le avventure che li vedono protagonisti.
Tra tutte le opere a sua firma, certamente, questa nuova proposta editoriale, è tra le migliori e merita di essere letta. Un poco alla volta, o tutta d’un fiato, ma non delude.
In conclusione, esilarante, riflessivo, indelebile.

«Poi però l’ho capito che l’anima di ogni persona è proprio questa qua: è la sua storia da raccontare, e più è bella e più vola fra le bocche e le orecchie e dura nel tempo. Il tuo corpo finisce in una cassa, ma la tua storia viaggia per il mondo, viaggia per sempre. […] Per farlo vergognare di avermi chiamato pazzo. Perché pazzi erano quelli che le decidevano le guerre e ci mandavano a morire le persone. [..] Però lui non aveva ragione, e magari non ce l’avevo nemmeno io, ma chi se ne frega. E’ per avere ragione che cominciano le guerre, poi a forza di bombe e cannoni te lo scordi e sono solo medaglie sul peto e morti sottoterra. E allora sarò strano, sarò pazzo, non lo so e non mi importa. So solo che lascio il modulo com’è, sbagliato e giusto insieme, e corro giù. Una stesa di scale e la strada, e la mia storia vola già da un’altra parte.»

La ciociara - Alberto Moravia

«Così è la guerra, pensai: tutto sembra normale e invece, sotto sotto, il tarlo della guerra ha camminato e gli uomini hanno paura e scappano, mentre la campagna, lei, continua, indifferente, a buttar fuori frutta, grano, erba e piante come se nulla fosse»

Classe 1957, “La Ciociara” è il risultato dell’esperienza vissuta in prima persona da Moravia durante i nove mesi di permanenza in quel di Fondi, e più precisamente, del periodo intercorrente tra il settembre del 1943 ed il maggio del 1944.
Traendo spunto da un fatto realmente accaduto, l’autore introduce il personaggio di Cesira, contadina originaria della Ciociaria, trasferitasi a Roma a seguito del matrimonio con un pizzicagnolo, il quale venuto a mancare prematuramente le lascia in eredità non solo il negozio (a cui si somma un’attività di borsa nera sempre più promettente), non solo l’abitazione, ma anche, Rosetta, la figlia della coppia, giovane, ingenua, casta e pura.
A causa del sempre più costante e presente pericolo della guerra, la madre decide di abbandonare la capitale per tornare nella terra natia dai genitori. Sin dal principio il viaggio si dimostra essere ricco di rischi, minacce e azzardi, eppure, la donna non transige: a Roma non si torna, la campagna e, di poi, le montagne sono la sola destinazione, l’unico riparo a cui possono auspicare, e nulla e nessuno può farla desistere dal proposito.
Ma si sa, tutto ha un prezzo, tutto si paga e tutto il seminato pian piano ritorna. E’ così anche per Cesira e per Rosetta che tra quei monti tanto agognati, tra quei pastori tanto furbi e disperati, tra povertà ed ignoranza, cercano di sopravvivere, aggrappandosi, come tutti, alla speranza della liberazione, un giorno, e a quella della vittoria dei tedeschi, un altro.
Tra tutti, soltanto Michele, che è il personaggio chiave dell’opera, sembra essersi reso davvero conto di quel che significa la Guerra, di quel che questa realmente è e rappresenta. Perché quel che essa determina, lascia e comporta, non è soltanto la morte, ma anche e non di meno, una vera e propria devastazione dell’essere, un vero e proprio oltraggio alla cultura, alla tradizione, all’individuo, alla libertà, alla vita. Perché il conflitto colpisce l’onestà, la pietà, la ragione. E trasforma, muta, plasma a sua immagine e somiglianza sino a che non subentra la paura, un istinto primordiale che dall’interno consuma e divora ogni boccone di speranza, di buoni propositi, di futuro. Pochi si interrogano su quelle che sono le cause che hanno portato alle armi, l’unico pensiero è il cibo, sia quando c’è che quando non c’è, l’unico moto che spinge ad andare avanti è l’idea del domani. Siamo pedine in mano ad altri, alleati, nemici, presunti “amici”.

« ”Se tu sapessi di dover morire domani, parleresti di roba da mangiare?” “No”. “Ebbene, noi siamo in questa condizione. Domani o tra molti anni, non importa, moriremo. E dovremmo, dunque, in attesa della morte, parlare e occuparci di sciocchezze?” Io non capivo bene e insistetti: “Ma di che cosa dovremmo allora parlare?” Lui ci pensò ancora una volta e disse: ”Nella presente situazione in cui ci troviamo, per esempio, dovremmo parlare delle ragioni per cui siamo finiti qui.” “E quali sono queste ragioni?” Egli si mise a ridere e rispose: “Ciascuno di noi deve trovarle da sé, per conto suo”. Io dissi allora: ”Sarà, ma tuo padre parla di roba da mangiare appunto perché questa manca e si è, per così dire, costretti a pensarci per forza”. Lui concluse allora:” Può darsi. Il guaio si è, però, che mio padre parla sempre di roba da mangiare, anche quando c’è e non manca a nessuno”.»

Trascorrono i mesi e la tanto agognata liberazione si palesa. Giorni di festa sono quelli in cui gli americani distribuiscono le loro sicurezze effimere per, di poi, rilasciare nel baratro della disperazione gli sfollati e questi uomini e donne privati della loro quotidianità. E, allora, cosa può restare ora che anche il passaggio dei liberatori è giunto? Cosa aspettare, in cosa credere, adesso che questa aspettativa tramutata in attesa è venuta meno?
Attraverso un linguaggio forte, calato nei personaggi che nella loro semplicità sono concreti e tangibili, che nella loro genuinità dei modi e delle intuizioni si fanno amare ed odiare, abbracciare e consolare, che invitano chi legge ad entrare nel testo e spronare ad una reazione, ad una riflessione tra presente e passato, scelte ed ostinazioni, scelte ed altre scelte che avrebbero, chissà, forse potuto modificare gli avvenimenti, l’autore dà vita ad un romanzo che riesce pienamente a raggiungere il suo fine ultimo. E mediante questa penna rude che sa adattarsi alle origini di questa donna contadina ed umile, a questa madre che prima cerca di tutelare a trecentosessanta gradi la figlia per rendersi successivamente conto di esserne stata la rovina, tanto da cadere nella più profonda disperazione per quel colpo latente e profondo che colpisce al fianco, che conduce alla perdizione di sé, alla sventura, Moravia descrive il lascito di una guerra che non si ferma con il solo proclamo del “cessate le armi”, perché la guerra non è soltanto quel che è stato, la guerra è anche quel che è, ed una volta giunta al termine, si è perso in ogni caso, si è perso prima di tutto noi stessi, perché non sappiamo più chi siamo né chi eravamo.
E lo stupro, non è solo quello fisico, ma anche quello morale, di un paese privato della sua identità e che non può permettersi di non fare domande, di non cercare risposte….

«Si, lui, di certo, mi aveva spiegato in poche parole il senso della vita, che a noi vivi sfugge, ma per i morti deve essere, invece, chiaro e lampante; e la mia disgrazia aveva voluto che io non capissi quello che lui diceva, benché quel sogno fosse stato veramente una specie di miracolo; e i miracoli, si sa, sono miracoli appunto perché tutto vi può succedere, anche le cose più incredibili e rare. Il miracolo c’era stato, ma soltanto a metà: Michele mi era apparso e mi aveva impedito di uccidermi, era vero, ma io, per colpa mia di certo, perché non ne ero degna, non avevo inteso perché non avrei dovuto farlo. Così dovevo continuare a vivere; ma come prima, come sempre, non avrei mai saputo perché la vita era preferibile alla morte»

«Allora queste parole di Michele mi avevano lasciato incerta; adesso, invece, capivo che Michele aveva avuto ragione, e che per qualche tempo eravamo state morte anche noi due, Rosetta ed io, morte alla pietà che si deve agli altri e a sé stessi. Ma il dolore ci aveva salvate all’ultimo momento, e così, in certo modo, il passo di Lazzaro era buono anche per noi, poiché grazie al dolore, eravamo alla fine, uscite dalla guerra che ci chiudeva nella sua tomba di indifferenza e di malvagità ed avevamo ripreso a camminare nella nostra vita, la quale era forse una povera cosa piena di oscurità e di errore, ma purtuttavia la sola cosa che dovessimo vivere, come senza dubbio Michele ci avrebbe detto se fosse stato con noi»

Romanzo 11, libro 18 - Dag Solstad

Bjorn Hansen, cinquantenne, è un uomo dal passato e dalla vita sentimentale molto movimentati. Diciotto anni prima, infatti, ha abbandonato la moglie e il figlioletto di appena due lustri, per seguire l’amante, Turid Lammers, in Kongsberg, una cittadina sita al centro della Norvegia, e più precisamente, ubicata sul fiume Lagen, corso d’acqua che serpeggia elegante attraverso tutto l’abitato e dividendola in due sezioni; una Nuova ed una Vecchia. Impiegato al Ministero e con una proficua e certa carriera da funzionario davanti, dopo un breve periodo quale pendolare, lascia poi l’impiego per abbracciare un nuovo lavoro, quello di esattore delle tasse nell’odierno indirizzo di residenza. E questo nuovo incarico, sembra persino migliore del precedente più prestigioso e redditizio, agli occhi della compagna. Ormai radicato nel comune, l’uomo si avvicina anche al teatro dove inizia una collaborazione sempre più stringente, ma di poco successo, con la compagnia dove l’ex amante – ora fidanzata/moglie ufficiale – a sua volta presta la sua arte. Trascorsi altri 14 anni, la passione, che già da tempo si era affievolita e che era destinata a venire meno sin dal principio, definitivamente si spegne.
Arrivati al presente, ritroviamo ora Bjorn felicemente solo ed in procinto di portare avanti una stringente frequentazione col Dottor Schiotz, medico con il quale discute non solo di vita e di patologie ma anche di un’idea, un’idea alquanto strana e fuori dalle righe che da qualche tempo gli albeggia in mente….
Non mancherà, ancora, di riapparire, Peter, il figlio, che non tarderà a portare nella quotidianità del protagonista, sprazzi, di quella paternità rinnegata, rifiutata, rifuggita. Dubbi, paure e perplessità, si paleseranno nell’intimo del cinquantenne, il quale, di fronte a questa convivenza forzata non potrà non domandarsi il perché di certi comportamenti dell’ormai adulta prole. E tra senso di fallimento, rievocazioni del passato (tra cui, la messa in scena de “L’anitra selvatica” di Ibsen), insoddisfazione, smarrimento e perplessità, non resterà che compiere un gesto estremo necessario e finalizzato a mettere un punto su quello che è il dramma della propria vita. Ma qual è la verità? E’ davvero possibile redimersi? Indossare dei nuovi panni, liberandosi, di quelli fino ad ora indossati? E’ possibile abbandonare la propria maschera e capire quale abbiamo davvero fino ad ora vestito?
Con “Romanzo 11, libro 18”, Dag Solstad offre al lettore un testo diverso dal solito, introspettivo e riflessivo negli intenti, ma che, sinceramente convince a metà. Seppur sia un elaborato di appena 187 pagine (formato Iperborea, quindi 90/100 in qualsiasi altro), esso si fa percepire come un volume ricco di contenuti, contenuti che però indugiano, faticano, temporeggiano ad arrivare tanto che chi legge a più riprese si interroga sullo scorrere degli avvenimenti ma anche sulle incongruenze del protagonista stesso. Perché, a voler essere del tutto sinceri, per quanto l’avventuriero cerchi di catapultarsi nella mente di Bjorn, per quanto cerchi di entrarvi in empatia, proprio non ci riesce giacché taluni suoi comportamenti, alcune sue scelte, risultato inspiegabili ed irreali. Se a questo si somma una narrazione lenta, che segue le fila di una sorta di monologo tra presente e passato con delineazione quasi teatrale, mixato per di più a delusioni e insuccessi, non stupirà la crescente perplessità che resta al termine del componimento.
In conclusione, titubante, irrisoluto, dubbioso.

Non ti muovere - Margaret Mazzantini

«Angela, perché la vita si riduce a così poco? E dov’è la clemenza? Dov’è il rumore del cuore di mia madre? Dov’è il rumore di tutti i cuori che ho amato? Dami un cesto, figlia mia, il cestino con cui andavi all’asilo. Voglio metterci dentro, come lucciole nel buio, i bagliori che hanno attraversato la mia vita»

Basta poco per cambiare il corso di una vita. Basta un casco non correttamente allacciato, basta un incontro passeggero in un bar mentre sei in attesa di qualcuno che possa provvedere a sistemarti il guasto della macchina. Timoteo, chirurgo, questo lo sa molto bene. E’ un uomo, è un uomo in attesa, in attesa di scoprire delle sorti della figlia. E nella lotta di questo presente incessante di dolore, di agonia, di incertezza del futuro, egli rivive il passato. Un passato che ritorna, un passato che mai se ne è andato.
La mente ed il ricordo, hanno il sopravvento. La rievocazione è necessaria, è l’unico modo che ha il medico specialista per tenersi attaccato alla speranza, per trattenere quella figlia che sembra destinata ad andarsene, per fare i conti, forse per la prima volta da allora, con sé stesso, perché solo, in quel frangente di quindici anni prima, egli si è davvero conosciuto. Italia. Una vodka di troppo, un jukebox, il caldo. Lei era li. Con il suo corpo minuto e fragile, con i suoi capelli di rafia, con il suo alito di topo e con i suoi vestiti dozzinali. Un connubio di squallore e di disgusto. Una violenza, carne contro carne, volontà piegata, tradimento. Poi, è stato ribrezzo, pentimento, ma anche reiterazione. Quel piatto di pasta al pomodoro, preparato con cura con il prodotti del piccolo orto sito dietro l’appartamento, danno inizio alla confidenza, alla tenerezza, a quegli scheletri nell’armadio che vogliono uscire, alla comprensione, alla complicità, all’amore. Cosa fare, dunque, ora? Lui, una moglie già ce l’ha, ed ogni volta che sembra sul punto di prendere una decisione, ecco che arriva un fattore determinante che gli impedisce di lasciarla per recarsi nel suo cunicolo con la piccola ragazza. E’ forza degli eventi, ne è trascinato. Combattuto, sbattuto, strattonato. Abbandonarsi all’amore vero o nascondersi dietro il conformismo di facciata che ha stilato i confini della sua esistenza?
Le conseguenze, del suo non decidere, della sua debolezza, sono tragiche. Amare. Brutali. Dolorose. Spietate. Disarmanti. Disarmanti come le emozioni e le sensazioni che la storia tra Timoteo e Italia, suscitano. Il lettore alterna molteplici stati d’animo nel proseguo delle vicende. Passa dalla rabbia, allo stupore, alla tenerezza, al disgusto, alla condanna, alla redenzione, al pianto, al sorriso, all’amarezza per le sorti avverse che soventemente toccano i più deboli, al dolore per la perdita, alla sensazione di colpa incipiente e straziante che biasima, che si perpetua, che mai abbandona.
Il tutto, attraverso descrizioni mai banali e mai eccessive, mediante uno stile narrativo fluido ma diretto che è in grado di bilanciare magistralmente i salti temporali continui, nonché, il mix di empatia che l’elaborato è in grado di suscitare.
E se da un lato chi legge è preda dell’ansia e dell’attesa, dall’altro, è vittima delle angosce, delle illusioni, degli esiti che una scelta, se presa o non presa, può determinare. Si immedesima, e non può farne a meno. E’ Timoteo, padre ed amante. E’ Elsa, moglie e madre. E’ Italia, semplicemente.

«Cosa vuol dire amare, figlia mia? Tu lo sai? Amare per me fu tenere il respiro di Italia nelle braccia e accorgermi che ogni altro rumore si era spento. Sono un medico, so riconoscere le pulsazioni del mio cuore, sempre, anche quando non voglio. Te lo giuro, Angela, era di Italia il cuore che batteva dentro di me»

La svastica sul sole - Philip K. Dick

Un futuro distopico è quello descritto da Philip K. Dick in “La svastica sul sole”, un futuro che non è altro che uno scenario di fatto non così irrealizzabile dal punto di vista dell’autore se si considera il periodo storico in cui il medesimo è cresciuto e si è radicalizzato. Egli nasce e matura, infatti, in una fase in cui i residui della Seconda Guerra Mondiale sono ancora forti e pressanti come se la stessa si fosse conclusa il giorno antecedente, non è dunque impossibile per lui immaginare e contestualizzare un mondo dove il conflitto non si sia risolto con gli effetti noti bensì con la perdita degli alleati e la vincita dei Giapponesi e dei Nazisti. Conseguenza naturale è il sorgere spontaneo della domanda: “E se avessero vinto loro?”.
L’attenzione è focalizzata sulla prospettiva statunitense, ovvero un insieme di stati governati e sottomessi dal nemico e per questo suddivisi in due aree, una governata dal Reich e l’altra dai nipponici. Il resto del mondo è intriso dal credo della superiorità razziale ariana e territori quali l’Africa, sono ridotti a polvere, a deserto, poiché destinatari di quella soluzione radicale di sterminio tanto bramata ed auspicata. In Europa, ancora, l’Italia ha raccolto soltanto le briciole della vittoria proclamata e i tedeschi, si preparano, a lanciare razzi su Marte e bombe atomiche sull’ormai ex alleato Giappone.
Ancora, sulla costa occidentale degli Stati Uniti, i nipponici, sono ossessionati dagli oggetti propri del folclore e della cultura americana, e tutto sembra girare attorno a due libri: il millenario “I ching”, l’oracolo della saggezza cinese, e il best seller del momento, vietato in tutti i paesi del Reich e per il quale, in realtà, l’Asse sarebbe stato sconfitto dagli Alleati.
Con “La svastica del sole” Philip K. Dich dà origine ad una delle sue storie più filosofiche e introspettive, una storia che riesce a raccontare gli avvenimenti, presenti e passati, attraverso lo scontro culturale tra Oriente ed Occidente, attraverso lo scontro tra moralità e spiritualità in un contesto di preminente asservimento.
Il tutto si manifesta e palesa attraverso uno stile fluido e scorrevole seppur non particolarmente erudito e farraginoso nella sua parte iniziale prima cioè, di entrare nel pieno degli avvenimenti, che si offre di narrare più vicende tra loro parallele che, si sfiorano senza mai veramente incrociarsi, e che sono caratterizzate da personaggi con un ruolo ben definito ed anche simbolico. Unica grande pecca del libro? L’incapacità dell’imparzialità. Lo scrittore è chiaramente di parte tanto che non offre alternativa alcuna a quella di una vittoria da parte del suo paese di origine, unico in grado di vincere e di governare il mondo.
Nonostante ciò, il testo non perde di spessore ed anzi invita a più riprese alla meditazione ed alla riflessione.

«Sono simile a quest’uomo, dal punto di vista razziale? Si, domandò Baynes. Simile a tal punto da avere le stesse intenzioni e gli stessi obiettivi? Allora c’è anche in me quella vena psicotica. E’ un mondo psicotico, quello in cui viviamo. I pazzi sono al potere. Da quanto tempo lo sappiamo? Da quanto tempo affrontiamo questa realtà? E… quanti di noi lo sanno? Non Lotze. Forse se uno sa di essere pazzo, allora non è pazzo. Oppure può dire di essere guarito, finalmente. Si risveglia. Credo che solo poche persone si rendano conto di tutto questo. Persone isolate, qua e là. Ma le masse… Che cosa pensano? Tutte le centinaia di migliaia di abitanti di questa città. Sono convinte di vivere in un mondo sano di mente? Oppure intravedono, intuiscono in qualche modo la verità? Ma, pensò, che cosa significa la parola pazzo? E’ una definizione legale. E per me, che significato ha? Io la sento, la vedo, ma che cos’è?»

La lunga vita di Marianna Ucria - Dacia Maraini

Marianna, duchessa appartenente al casato degli Ucrìa, è muta sin dalla tenera età. Eppure ella ricorda, e la signora madre in punto di morte glie lo conferma, di aver udito, di aver parlato. Sa che dalle sue labbra sono usciti dei suoni articolati, e che tutto quel che è stato fatto per tentare di farle riacquistare i sensi perduti è vano poiché la ragione per quale essa ne è stata privata è un trauma subito durante i suoi cinque anni di vita, una violenza che la sua famiglia nega, si rifiuta di voler accettare, custodendolo, tra l’altro, come un segreto che mai dovrà essere rivelato. Mutola e rinchiusa nei suoi pensieri, la donna non ha altro mezzo che la scrittura per comunicare; uno strumento questo che, insieme alla lettura, diventa molto più che un mero tramite per trasmettere le sue volontà e i suoi desideri.
Come consuetudine, per le figlie femmine di buona stirpe non vi è altra scelta per il futuro se non quella di un matrimonio combinato oppure del convento di clausura, soluzione dagli ingenti costi e dunque da limitare a soltanto alcuni dei discendenti. Ma chi mai vorrebbe al suo fianco una compagna menomata irrimediabilmente? Una persona c’è. Ed è così che a soli tredici anni Marianna si ritrova sposata a Pietro, un anziano zio di ben 37 anni più grande di lei, un uomo col quale inizia un percorso caratterizzato da assenza d’affetto e atti sessuali miranti esclusivamente a procreare. Tante le gravidanze a cui la signora Ucrìa è sottoposa, troppi i lutti che colpiscono i suoi cari, fra questi la perdita più atroce sarà quella del figlio Signoretto colpito e stroncato dal vaiolo a soli quattro anni. La morte dell’unico figlio verso il quale davvero la madre ha provato un senso materno di affetto la indurrà a cambiare radicalmente il suo atteggiamento verso il mondo esterno, talché, se da un lato inizierà a rifiutare le attenzioni sessuali di quel “signor marito zio”, dall’altro si rifugerà completamente nella lettura per poi riscoprire il piacere dei sensi, dell’amore con quell’uomo da cui tanto è fuggita, che tanto ha rifiutato, le cui attenzioni ha tanto temuto. Arriverà ad un punto di non ritorno la nostra cara protagonista, cosicché si lascerà alle spalle la sua terra e i suoi averi partendo con la cara, fedele ed ormai trentacinquenne Fila alla volta del continente per far fronte a quella ribellione interiore inaccettabile per l’epoca eppure essenziale per conoscere davvero se stessa.
Dedicato ad un’antenata dell’autrice, “La lunga vita di Marianna Ucrìa”, è un romanzo magnetico che magistralmente ricostruisce usi e costumi, accadimenti, pregiudizi, miserie e povertà della Sicilia del 1700. Fortemente incentrata sulla figura femminile, l’opera invita il lettore alla riflessione grazie al susseguirsi di una serie di avvenimenti testimoniati ed interpretati da solidi protagonisti, capaci, con la loro rispettiva verità e le loro espressioni gergali, di rendere concreta la realtà che viene pagina dopo pagina ricostruita. Perno dello scritto è la donna che con Marianna vince il pregiudizio, vuole rompere gli schemi, uscire da quella mentalità stereotipata e retrograda.
Stilisticamente l’elaborato è caratterizzato da una penna forbita e ricercata nonché è avvalorato da espressioni tipiche siciliane che se da un lato rendono veritiera la vicenda, dall’altro ne appesantiscono il defluire.

«Uscire da un libro è come uscire dal meglio di sé. Passare dagli archi soffici e ariosi della mente alle goffaggini di un corpo accattone sempre in cerca di qualcosa è comunque una resa. Lasciare persone note e care per ritrovare una se stessa che non ama, chiusa in una contabilità ridicola di giornate che si sommano a giornate come fossero indistinguibili»

«Può una donna di quarant’anni, madre e nonna, svegliarsi come una rosa ritardataria da un letargo durato decenni per pretendere la sua parte di miele? Che cosa glielo proibisce? Niente altro che la sua volontà? O forse anche l’esperienza di una violazione ripetuta tante volte da rendere sordo e muto tutto intero il suo corpo?»

«Sapete, alle volte è l’amore degli altri che ci innamora: vediamo una persona solo quando essa chiede i nostri occhi»

7-7-2007 - Antonio Manzini

Roma. Il ritrovamento del corpo in una cava di marmo di Giovanni Ferri, figlio ventenne di un noto giornalista di Nera, brutalmente picchiato e di poi ucciso con un colpo unico e diretto alla base del cranio, e del cadavere di Matteo Livolsi, coetaneo, ex compagno di scuola ed amico intimo del primo, assassinato a distanza di pochi giorni con le medesime modalità, portano il Vicequestore Rocco Schiavone ad indagare su un traffico di stupefacenti gestito da una spietata criminalità organizzata.
Al contempo, il protagonista, dovrà fare i conti con la moglie Marina, la quale, a seguito di un’attenta analisi dei conti e delle spese, ha capito in quali loschi traffici sia intricato il marito; circostanza questa che costituisce un vero e proprio colpo basso per la donna che inevitabilmente arriva a chiedersi chi sia davvero l’uomo che in quei sei anni ha avuto accanto. Una pausa è necessaria…

«Li ho pagati io, sa? Mio figlio mica lavorava. E poi mi sembrava giusto. Li ho rovinati io, e pago il mio errore. E’ così la vita, no? Bisogna pagare per i propri errori. Ora lei mi spiega quale errore ha fatto Giovanni? Dov’è che ha sbagliato?»

Due vicende parallele, quelle descritte, che finiranno però con il coadiuvarsi ed intrecciarsi sino ad arrivare a spiegare molti dei perché che si celano dietro alla figura di uno dei personaggi più amati degli ultimi tempi. Due, ancora, le peculiarità. Non solo
Marina è viva, ma gli avvenimenti fanno capo alla capitale d’Italia e, dunque, ad un luogo antecedente a quello della Valle D’Aosta dove le avventure sono ambientate sin da “Pista nera”. Un Flashback vero e proprio, quello ideato da Manzini, che ha inizio e fine nel presente, ma che si svolge interamente nel passato.
Badate bene però, non ci troviamo innanzi all’ennesimo episodio di una saga ben ideata, quello che aprirete con “7-7-2007” non è, infatti, soltanto un giallo, ma anche un connubio di emozioni. Il funzionario di polizia si offre al grande pubblico mostrandosi per sensibilità ed emotività, dimostrando al lettore il suo attaccamento alla compagna ma anche agli amici di sempre (Sebastiano, Furio e Brizio) i quali, forse, a loro volta, si fanno davvero conoscere. Non solo. Rocco, nonostante tutte le sue strategie, scorrettezze, brutalità, scale di “rotture di palle” etc etc, si riconferma un ottimo segugio, un uomo che cerca di svolgere al meglio il suo lavoro.
Sospetti, dubbi, incertezze, ipotesi, deduzioni, trovano in questo elaborato, conferma e risoluzione.

La porta - Magda Szabó

«Di una persona a volte si sente che fiore potrebbe essere se fosse nata sotto forma vegetale: e lei non era sicuramente una rosa, la rosa non è un fiore innocente, offre i suoi petali carminio in modo quasi impudico. Sentii subito quel che Emerenc non avrebbe potuto essere, ma non quel che avrebbe potuto essere, non sapendo ancora nulla di lei»

Due donne, due vite, due realtà lontane, apparentemente parallele ed inconciliabili, di fatto, destinate ad incrociarsi, fondersi, scontrarsi. Senza una ragione ben precisa, senza un’effettiva motivazione. Così, inspiegabilmente.
Una, la voce narrante, è una scrittrice, da sempre dedita alle sue storie, da sempre inadatta ad occuparsi della casa nonché della propria esistenza e dei propri affetti. E’ in attesa, questa donna, in attesa di un successo e di una notorietà che tarda ad arrivare e che forse, non arriverà nemmeno mai. Innegabile che, questa figura, rimandi a più riprese, alla stessa Szabo. Che sia lei stessa la enunciatrice della storia? Vive col marito, detta protagonista, il quale a sua volta è scrittore, il quale a sua volta conduce una esistenza isolata ed anche arida, vista la volontaria scelta di non avere figli.
L’altra è invece Emerenc, un’anziana donna votata al lavoro manuale, un’anziana donna che di parole ne spende pochissime, che non crede nella cultura ed ancora meno in quel lavoro consistente nel continuo battere a macchina, e che non si fa scegliere per essere assunta in una famiglia, è lei che, dopo aver ricevuto le giuste referenze, decide se accettare o meno quello stesso nucleo di persone quali datori di lavoro. Del suo passato ella è unica custode, è per lei impossibile rendere testimoni altri del suo vissuto. Quella porta che separa il suo appartamento dal resto del mondo, è riprova di questo quanto di altri misteri che si celano dietro il mito e la veste di questa domestica d’altri tempi.
E’ un rapporto che nasce e si sviluppa in salita, quello che lega le due donne. Ha inizio infatti con una serie di scontri frontali nonché con una moltitudine di incomprensioni che, soltanto una perpetrante, reiterata ed obbligata frequentazione riuscirà a smussare di quelle punte aguzze ed acuminate. Basti pensare che Emerenc, che esige molto e si offre incondizionatamente, che è di caritatevole e disposta ad aiutare tutti, è però incapace di perdonare. Quanti sforzi dovrà fare la narratrice per seppellire, in più occasioni, l’ascia di guerra e tentare di riappacificare gli animi? Quante volte Viola, motivo di litigio, finirà con l’essere l’unico espediente per riavvicinarsi a quella domestica così irreprensibile e fiera delle sue talvolta, incomprensibili, prese di posizione? Quante volte Emerenc dovrà puntare i piedi pur di far smuovere quella padrona così incapace e irrisoluta? Un legame, quello rappresentato, che è costantemente sul filo del rasoio, ma che, ciò nonostante, è imprescindibile. La presenza dell’una nella vita dell’altra è una costante a cui è impensabile rinunciare.
Perché, dietro la facciata, si cela il bisogno. Il bisogno affettivo, il bisogno di riscoprire la fiducia nell’altro, il bisogno dell’aspettativa, il bisogno di provare, per un’altra volta, dopo i tanti ferimenti, a confidare nuovamente di (e in) qualcuno, anche a costo di ricevere l’ennesimo tradimento. Perché la solitudine che le accomuna non è la soluzione, non è l’unica via di fuga prospettabile.
Gli anni passano e con il loro discorrere, la stessa confidenza muta. La scrittrice è tutrice del passato dell’anziana ma anche del suo più grande dei segreti. Varca quella porta, quella linea di demarcazione tra il dentro e il fuori. Ma quello di Emerenc non è un gesto fatto a cuor leggero, è un gesto che è sinonimo della sua irreprensibile moralità, che è riprova di più completa ed indissolubile fedeltà. E’ un atto, il suo, che ripercorre l’animo della donna, che è espressione della pura e più sincera umanità che le appartiene. Poiché, al di là di quel carattere scontroso e burbero, ella è uno spirito autentico, integro, onesto.
E’ quando è vinta dalla malattia, è quando dovrà affidarsi agli altri che verrà tradita, che verrà ferita da quell’unica persona di cui veramente si è fidata. Magda si dimostrerà fedele solo e soltanto a se stessa, mostrerà di essere detentrice di una moralità che non è genuina quanto frutto di ferrea disciplina, romperà quel trascorso inviolabile, infrangerà e sgretolerà l’esistenza della compagna tanto da privarla dell’unica cosa che concretamente le permetteva ancora di vivere e andare avanti in un presente e in un futuro che non sente appartenergli, che ormai, l’accompagna per abitudine più che per divenire.

«Emerenc voleva abbandonare questo mondo dopo che le avevamo distrutto l’intelaiatura che reggeva la sua esistenza e la leggenda aleggiante intorno al suo nome. Era d’esempio a tuti, aiutata tutti, era un modello. [..] Emerenc era pura, invulnerabile, era ciò che tutti noi, i migliori di noi, avremmo voluto essere. Emerenc, con la fronte perennemente coperta, con il suo viso liscio come la superficie di un lago, non aveva mai chiesto niente a nessuno, bastava sempre a se stessa, si era accollata i pesi degli altri senza mai dire quello che pesava a lei e quando, finalmente, avrebbe potuto dirlo, io ero andata a fare il mio numero in televisione, lasciando che la smascherassero nell’unico momento umiliante della sua vita, lordata dalla malattia.. [..] Emerenc era diventata qualcosa di assurdo di fronte all’intera comunità, tutto il lavoro di una vita era stato annientato da quel singolo episodio per cui sarebbe sempre stata ricordata»

Sarà, tuttavia, tardi che Magda capirà il suo errore, che comprenderà il suo tradimento. Una conclusione avverso la quale non vi sarà alcuna possibilità di appello.
Un romanzo forte, delicato, disarmante, è “La porta” di Magda Szabò, un elaborato che si insinua nel profondo, che fa soffrire, che arriva con una vigore inaspettato durante e dopo la sua discoperta. E’ ricco di amore, di condivisione, di dialoghi esilaranti e riflessivi, di amicizia, di altruismo, di religione (e riflessioni annesse), di desiderio di dolcezza, di aspettativa, di speranza, di abbandono di quella solitudine incessante, di dolore; è uno scritto che in ogni suo frangente, in ogni suo personaggio (a titolo di esempio basti pensare a Viola, un cane di sesso maschile che è la chiave con cui concretamente interpretare la figura dell’anziana) vive e si fa vivere. Coinvolgente, accorto, profondo, toccante.

Le libere donne di Magliano - Mario Tobino

E’ su un colle il manicomio, su un piccolo colle nella pianura lucchese. Il poggio si chiama S. Maria delle Grazie, il paese più vicino è Magliano e nella consuetudine locale, essere stati a Magliano significa essere stati matti. La struttura si divide in maschile e femminile e ciascuna divisione è ordinata e disposta secondo il grado di agitazione e pericolosità dei pazienti. Si parte dal livello dei più tranquilli e si arriva agli agitati, passando, tra l’uno e l’altro, ad un delirio all’altro. Conta tra i 1.039 e i 1.045 malati, assistiti da circa duecento infermieri (molti dei quali improvvisati e/o appena più eruditi dei contadini perché affezionati e fedeli alla mentalità chiusa, bigotta e stratificata della campagna in quanto “nel manicomio vedono l’aiuto finanziario alla loro impresa familiare e trattano gli ammalati con quella sagacità, ed anche quel distacco, che hanno i contadini a potare le viti; e però mantengono sempre un solido fondo umano, anche se si deve togliere una corteccia per arrivarci”) e vari medici. Tra questi, Tobino.
E’ da queste brevi premesse che l’autore avvia il suo resoconto. Mediante un linguaggio lirico, popolare ed attraverso la forma del diario questo ripercorre la quotidianità di siffatte donne pazze e sole, di queste donne nude, con un materasso per terra, avvinte ad una solitudine che non sentono affatto, di queste donne munite ed arricchite di una cortesia e cordialità che i non malati non hanno.

«Gli ho regalato un pacchetto di sigarette, e mi ha risposto con una gentilezza che i sani non hanno: “non le fumerò, le terrò per ricordo»

Avvalersi, oltretutto, della scelta narrativa del diario attribuisce allo scritto il carattere-forza di testimonianza; delle condizioni di vita e di degenza delle ricoverate, ma anche di quella che è una patologia spesso e volentieri inspiegabile nei suoi meccanismi di origine e di sviluppo.
Lo studioso, inoltre, non ha timore di convivere con la follia, anzi, gli è grato. E’ compito dei sani, ora, perdere la propria immagine per capire e ricordare chi la propria immagine l’ha persa già da un po’.

«Questi matti sono ombre con le radici al di fuori della realtà, ma hanno la nostra immagine (anche se non precisa), mia e tua, o lettore. Ma quello che è più misterioso domani potranno avere, guariti, la perfetta immagine, poi di nuovo tornare astratti, solo parole, soltanto deliri. Dunque è il nostro incerto equilibrio che pencola, e insuperbiamoci e insieme siamo umilissimi, che siamo soltanto uomini capaci delle opposte cose, uguali, nel corso delle generazioni, alla rosa dei venti» p. 29

La sua analisi si dipana su molteplici fronti, in particolare, nella delineazione della struttura quale luogo di protezione e di tutela dal mondo esterno che, ancora reduce dal secondo conflitto mondiale, è intriso di fame, ignoranza, paura, ingenuità, pregiudizio, ed ancora nella demarcazione sottile di quel labile confine che comporta la designazione del soggetto all’una o all’altra categoria di “sani e malati”.
Tobino ci accompagnerà nel suo diario in quella che è stata l’evoluzione degli istituiti di ricovero psichiatrico sino alla legge Basaglia per poi approdare alla legge Orsini e alle sue conseguenze, presunte, se non altro, sulla carta. Scriverà e scriverà ancora per far sì che queste creature rinchiuse tra le quattro mura, siano riconosciute quali creature degne d’amore, creature meritevoli di essere trattate meglio. Si interrogherà sul concetto di pazzia, chiedendosi e per riflesso domandandoci, se davvero questa è una malattia o se non è al contrario una delle misteriose e divini manifestazioni dell’’uomo ed invocherà, ancora, l’aiuto dei sani verso i matti per infine constatare che tanto è il lavoro che deve ancora farsi – oggi come allora – per far fronte a questa così delicata problematica. Constaterà, infatti, a suo rammarico, quanto, seppur siano trascorsi dieci anni dalla prima pubblicazione dell’opera, dette condizioni siano tutto tranne che migliorate.
Conosciuto in sede di tesi di laurea ne consiglio la lettura a chi volesse avvicinarsi all’argomento, a chi cercasse uno scritto di partenza con cui avviare la ricerca e l’analisi. E’ un ottimo strumento per farsi un’idea della materia, per visitare una struttura dall’interno, ma non anche per esaurirla. Permette di avere la giusta cognizione per affrontare, successivamente, altri testi egualmente significativi del settore.
In conclusione: constatatore, riflessivo, uno dei primi elaborati in materia che invitano e spronano all’approfondimento.

«Così abbiamo, nel reparto medici, diretto inflessibilmente dalla malata Lella:
due gattini (uno bianco e uno nero);
i garofani (gelosamente custoditi);
Fido, il cane dello stesso Dottor Oliviero (che però è il festosissimo ospite di solo dieci giorni ogni tre o quattro mesi);
Cecco, i merlo del Dottor V. (però ospite solo d’estate, quando il Dottor V. va in ferie e porta Cecco alla Lella perché lo custodisca);
una cagna (ospite saltuaria), nera e lucida, forse di buona razza, che ogni sera alle sette viene a mangiare il cibo che la Lella nascostamente le ha preparato;
e ora la civetta, stabile, superba e indifferente. »

Le braci

«Il generale la osservava incuriosito, col busto ancora proteso. Le due vite fluivano assieme, con lo stesso lento ritmo vitale dei corpi molto anziani. Si conoscevano a fondo, più di quanto si conoscano madre e figlio, più di due coniugi. La comunione che univa i loro corpi era più intima di qualsiasi altro vincolo. Forse a causa del latte. Forse perché Nini era stata la prima a vedere il generale nell’attimo della sua nascita, coperto del sangue impuro in cui vengono al mondo gli uomini. Forse a causa dei settantacinque anni che avevano trascorso insieme, sotto lo stesso tetto, mangiando lo stesso cibo, respirando la stessa aria stantia della casa, con la stessa vista sugli alberi davanti alle finestre – avevano condiviso ogni cosa. Nessuna parola poteva definire il loro rapporto. Non erano né fratelli né amanti. Esiste qualcosa di diverso, e se ne rendevano oscuratamente conto. Esiste una fratellanza particolare che è più stretta e profonda di quella che unisce i gemelli nell’utero materno. La vita aveva mescolato i loro giorni e le loro notti, ciascuno dei due era consapevole del corpo e dei sogni dell’altro» p. 20

La vendetta. E’ soltanto per merito di questa che Henrik è ancora vivo. E adesso che Konrad ha scritto, è giunto il momento di assaporarne ogni aspetto, ogni gusto e retrogusto. La loro è un’amicizia che dura sin dalla nascita, è un sentimento indissolubile, che va oltre il canonico legame di sangue. Eppure, per quanto vicini, i due, non potrebbero essere più diversi. Differenti sono le origini sociali, differenti sono le disponibilità economiche, differenti sono i caratteri. Ed allora, com’è possibile, che essi siano al contempo così affini, così indivisibili, così uniti? E perché, ancora, quel legame si è rotto? Cosa è accaduto per far si che Henrik abbia aspettato ben quarantuno anni per la resa dei conti? Perché Konrad all’improvviso scompare senza dare spiegazioni e notizie? Perché il generale è sempre stato così certo del fatto che prima o poi questo sarebbe tornato per affrontare quei silenzi, quel “non detto” che a lungo è stato covato?
Un salone, la luce fioca delle candele, un camino, due poltrone, un buon vino. Tutto è come allora, eppure, nulla in realtà è come quei quarantuno lustri ormai trascorsi. Un confronto? Così dovrebbe essere, di fatto, un monologo composto di tante domande e di tante non risposte. Ad ogni conclusione si giunge per ragionamento, per logica, per mezzo di quei silenzi che non diventano mai parola. L’interlocutore non fa altro che assentire, sorseggiare la bevanda, abbandonarsi al flusso dei ricordi. Ieri e oggi. Chi eravamo e chi siamo.
Ed è così che Sandor Marai dona al lettore un elaborato che, con il suo lento incedere, offre emozioni che passano per memorie, asti, orgogli, amore, amicizia, umanità, sete di verità. Ancora ci sono la simbiosi con il pensiero e la mente dei protagonisti, la lealtà, il tradimento, e le braci. Le braci di quel volumetto che ormai è cenere, è bagliore fioco. E i due vecchi osservano; la scrittura di Krisztina è ormai polvere.
Caratterizzato da una prosa lineare ma articolata, da uno stile narrativo elegante, raffinato, ricercato che si articola tra ricordi, rimorsi e rimpianti, “Le braci” è un volume che si compone pian piano, è un puzzle in cui ogni pezzo si incunea e posiziona nella giusta casella. E’ semplicemente un capolavoro.

«Ma come tutti i baci umani anche questo, alla sua maniera tenera e grottesca, è la risposta a una domanda che non è possibile affidare le parole.»

Venuto al mondo - Margaret Mazzantini

«”Non devi pensarci, devi venire”.
“Perché?”
“Perché la vita passa, e noi con lei. Ti ricordi?
[..] Di colpo mi chiedo come ho fatto a rinunciare a lui per tutto questo tempo. Perché nella vita capita di rinunciare alle persone migliori a favore di altre che non ci interessano, che non ci fanno del bene, semplicemente ci capitano tra i passi, ci corrompono con le loro menzogne, ci abituano a diventare conigli?» pp. 10-11

Gemma. Quando tutto ha avuto inizio, non era altro che una giovane donna, di circa ventinove anni. Oggi, invece, ne ha quasi cinquanta, è sposata con un ufficiale dei carabinieri, Giuliano, calmo e premuroso, un uomo che non si è tirato indietro dal tirare su quel figlio, Pietro, ora sedicenne, frutto di un passato che non può essere dimenticato. Una telefonata che arriva da Sarajevo. E’ Gojko, vecchio amico, poeta matto che simboleggia quei giorni indelebili nella memoria. E’ un richiamo a cui la protagonista non può sottrarsi. Perché quei dolori mai sopiti, quei dolori che non hanno mai smesso di battere sul cuore di Gemma chiedono di essere affrontati, e con loro vuol vedere la luce anche quella verità troppo a lungo celata. Ancora, ricordi di un eccidio senza morti, rendono impossibile provare emozioni. Di nessun genere.
E così Gemma e Pietro partono. La scusa ufficiale è quella di assistere ad una mostra fotografica in onore di Diego, grande amore, padre del ragazzo, e fotografo morto in terra straniera durante il suo lavoro, la realtà è permettere al giovane di fissare alcune immagini del padre, permettere alla madre di fare i conti con i propri fantasmi.
In un perfetto alternarsi di ieri ed oggi, Margaret Mazzantini affronta, con “Venuto al mondo” tematiche di grande impatto sociale nonché emotivo. In queste pagine, troverete, infatti, il dramma della maternità, un miracolo che può al tempo stesso rivelarsi dannazione ma anche il caos, la confusione in cui l’esistenza può cadere, per i fatti quotidiani che la compongono che per fattori esterni, quali la guerra, che con la loro disarmante criticità e infausticità, scompongono e distruggono le certezze.
Seppur il romanzo abbia un inizio lento, pedante e soprattutto nella prima parte farraginoso, e nonostante a tratti si perda nei sentimentalismi e moralismi, esso si dimostra portatore di grandi valori e contenuti pregnanti. Superate, invero, le prime trecento pagine, questo sopraggiunge con tutta la sua forza disarmante conquistando anche quel lettore che, inizialmente, non era riuscito a farsi rapire.
Buona anche la delineazione dei personaggi, tra tutti, Gojko, è il meglio riuscito. Senza difficoltà egli fa capolino nel cuore dell’avventuriero conoscitore riserbandosi un posto d’onore anche a conclusione della lettura.
Dal punto di vista stilistico, l’autrice si offre a chi legge attraverso un linguaggio troppo ricercato, un linguaggio fatto di epitaffi, parolacce e frasi brevi che, per quanto curate, finiscono con il far da ostacolo al proseguire dell’opera.
Nel complesso, il libro vale la pena di essere letto, ma ne consiglio la discoperta con la giusta propensione d’animo altrimenti potrebbe risultare faticoso e difficile da cogliere.

«..E la vita ride di noi
Come una vecchia puttana sdentata
Mentre ce la scopiamo a occhi chiusi
Sognando il culo di u giglio.. »
p. 198

Divorziare con stile - Diego De Silva

Ed è tornato in libreria in questa calda estate l’Avvocato Vincenzo Malinconico con una nuova ed esilarante discettatura sulla società e sulla realtà della professione forense. Un testo che è, altresì, avvalorato da una trama alquanto lineare e dal consueto stile sarcastico dell’autore.
E se da un lato l’eclettico protagonista nato dalla penna di Diego De Silva si trova a fare i conti con un Giudice di pace che è tutto un programma ed un risarcimento danni per naso rotto a fronte di colluttazione con porta a vetri non segnalata e priva di maniglia e/o ogni altro elemento atto ad indicarne la presenza, dall’altro, si ritroverà invischiato in una causa di separazione che ha quale protagonista niente meno che la coppia Tarallo. Ugo Maria Starace Tarallo, avvocato affermato e noto tra le file dei professionisti, ha infatti ben pensato di liquidare l’avvenente e bellissima consorte dalle movenze sensuali e dalla florida chioma rossa, Veronica Starace Tarallo, con una sorta di TFR divorzile al posto della canonica tantum dell’assegno. Ovviamente, ricorrendo alla falsa veste di una separazione consensuale. Falsa veste perché il marito, venuto a conoscenza della relazione virtuale intessuta dalla compagna con uno sconosciuto, a cui era seguito un vero e proprio fascicolo, comprendente messaggi, foto, conversazioni chat e quant’altro fosse tra i due intercorso, aveva giustamente pensato di avere il coltello dalla parte del manico. Della serie, o te ne vai con le buone e alle mie condizioni, o te ne vai con le cattive prendendo ancora meno.
Ma Veronica, che nella vita ha ben capito qual è il suo posto, non ci sta e decide di affidarsi, dopo aver assistito al processo streaming del sequestro in supermercato de “Mia suocera beve”, a niente meno che Malinconico, il quale, a fronte di un pranzo alquanto sui generis, decide, di prestare la sua opera.
Ed è da qui che il romanzo prende campo e si apre con forza disarmante, sorprendente. Lei, sensuale e femme fatale, e lui, arrogante, pieno di se, che porta avanti il suo cognome e la sua fama prima della sostanza, saranno affiancati nel loro percorso da un Vincenzo che non si sottrarrà all’arduo compito di ragionare, riflettere, tessere e sfilare.
Il tutto attraverso una penna fluente, chiara anche se forse un po’ troppo intrisa di parolacce. La prosa è ironica, accattivante, ed impedisce a chi legge di staccarsi dallo scritto. Un tuffo nei rapporti familiari del passato, una guerra a suon di pecunia e colpi bassi, un racconto senza pretese ma anche molto intrigante e ben costruito.

«L’indignazione non dice: Questo sì, quello no. Non la mette sul personale. Se la prende con tutti. Ci si indigna contro un’opinione, un’idea di società, un modo di vedere la vita.» p. 6

«Perché c’è un momento in cui la storia detta legge, ed è quando qualcuno si comporta da uomo e la scrive» p. 13

«E’ la sindrome del lieto fine, che poi rovina un sacco di belle storie. Perché tante volte la vita ti dimostra che una storia non è bella perché finisce bene, ma proprio perché finisce» p. 48

Cecità - José Saramago

Una città indefinita, un anno indeterminato, un’epidemia sconosciuta ed inspiegabile, un’epidemia espressa in una forma di cecità atta ad immergere “in un bianco talmente luminoso, talmente totale da divorare, più che assorbire, non solo i colori, ma le stesse cose e gli esseri, rendendoli in questo modo doppiamente invisibili” prima singoli individui, di poi la globalità.
Non si tratta dunque di una cecità meramente fisica, quanto piuttosto di un metafisico e metaforico ottenebramento dell’anima, essendo concepito l’occhio quale unica parte del corpo umano in cui è radica la medesima. Il perdere la capacità cognitiva dello spazio e del tempo provoca molteplici reazioni. Fintanto che la condizione di offuscamento è limitata a piccoli gruppi di soggetti obbligati a convivere in uno spazio di quarantena, è ancora riconoscibile uno spiraglio di altruismo, di volontà di darsi una mano perché tutti nella medesima situazione, ma, man mano che le vicende fanno il loro corso, si dipanano con la loro crudele verità, mano a mano che questi aumentano, tanto più è riscontrabile nella condotta di taluni dei riscoperti ciechi, una volontà di prevaricazione. La condizione in cui sono radicati porterà, infatti, alle peggiori conseguenze, semplicemente e più precisamente, riuscirà a far sì che venga alla luce quanto di più abietto e marcio vi è nell’intimo. L’insieme delle circostanze, cioè, metteranno a nudo ciò che in parte veniva celato: il vero essere, la vera anima. Con le sue sfumature. Con le sue brutture. Con le sue bellezze. Con le sue verità. L’essere umano, cioè, privato di quel mezzo di giudizio che è proprio di chi assiste e percepisce le azioni, non si vergognerà più di mostrarsi per quel che è.

«E’ di questa pasta che siamo fatti, metà di indifferenza e metà di cattiveria» p. 37

Tutto ha inizio con la quarantena dei soggetti infettati in un ospedale psichiatrico. I ricoverati sono suddivisi tra coloro che hanno già manifestatamente palesato la malattia, e coloro che al contrario, è presumibile che ne siano stati contagiati. Ogni giorno, alla solita ora, le regole da mantenere vengono dettate da un altoparlante, ogni giorno, per tre volte, viene – o dovrebbe essere – consegnato il vitto. La luce artificiale, è sempre attiva. Le guardie presiedono l’ingresso della struttura onde evitare fughe. Qualsiasi conseguenza interna alla medesima è mera responsabilità dei degenti. Se dovesse scoppiare un incendio, come una rappresaglia, cioè, alcun intervento esterno è previsto ed ammesso. Queste e molte altre le disposizioni da seguire.
Ed è in questa sorta di lager che hanno avvio le ingerenze. L’essere umano si perde. Perde cognizione dell’onestà, dell’igiene, del rispetto, della condivisione. La vita si deteriora sempre più, la legge del più forte prevarica ed il suo costo è altissimo. Si spiega attraverso la minaccia della fame, del ricatto, della violenza; strumenti questi che mostrano l’ulteriore trasformazione del recluso; alcuni ciechi, infatti, diventano ancora più ciechi, mentre altri, più uomini.
Non mancano i riferimenti alla religione ed in particolar modo viene soventemente riportato l’insulto rivolto da Gesù ai farisei: essi sono ciechi perché si approfittano della loro condizione di superiorità nonché dei vantaggi di cui godono rispetto a chi li circonda esattamente come fanno i ciechi della terza camerata, detentori del cibo, detentori dell’arma da fuoco e per questo padroni e sovrani indiscussi.
Eppure, nonostante le violenze, nonostante le privazioni, i ciechi delle altre camerate non si daranno per vinti e grazie all’aiuto della moglie dell’oculista, unica figura ad aver mantenuto la vista e ad esser testimone di quel che accade e di quel che la società è diventata, riusciranno ad uscire dal manicomio. Qui si abbandonerà parte del pessimismo caustico che abbraccia la prima parte del volume e si darà adito a nuovi incontri, con altri uomini e donne affetti da cecità, ma anche con animali quale il “cane delle lacrime”, gatti inselvatichiti, ratti etc etc. Perché, chissà, forse esistono ancora degli esemplari che meritano di vivere…
Altro passaggio di significativa rilevanza è quello relativo alla breve visita all’interno della Chiesa, luogo ove, la protagonista femminile si accorge che ogni immagine, statua ed elemento sacro della medesima è stato cosparso di bianco sopra gli occhi quasi a voler dire, “se sono ciechi i santi, come può non esserlo l’uomo?”. Se è cieco Dio, ancora, ogni creatura che è munita di anima, è affetta dalla medesima cecità. Se creatore e creatura soffrono dello stesso male, anche lo scrittore, come i suoi protagonisti, di convesso, ne è affetto.
Solo chi offre la sua vista agli altri non è affetto dalla perdita. Ecco perché nella Basilica l’unica figura a cui gli occhi non sono verniciati di bianco è Santa Lucia (che notoriamente li offre su un piatto), ecco perché nella storia l’unica che riesce a vedere è la moglie del medico; la quale, non solo si finge cieca per seguire il marito, ma destina, i suoi occhi a chi ha vicino. Ella usa e sfrutta la sua vista soltanto per il bene degli altri e mi per se stessa, mai approfitta della sua condizione di superiorità rispetto a chi la circonda. E la sua non è altro che una limpidezza morale che illumina nell’immoralità.
Classe 1995, “Cecità” – “Ensaio sobre a Cegueira”, letteralmente “Saggio sulla cecità” – di Jose Saramago è un’opera densa di significato ed incentrata sulla tematica dell’INDIFFERENZA, un’indifferenza che nell’elaborato si palesa con il divagare del contagio ma che in realtà era già presente nella realtà sociale.
Come in molti altri scritti, il tomo presentato, è intriso dello stile narrativo del portoghese, uno stile che prevede l’assenza di nomi propri per i personaggi, nonché dell’assenza di qualsivoglia carattere fisico dei medesimi. I singoli protagonisti sono individuati da espressioni impersonali (il ragazzino strabico, il vecchio con la benda nera, la ragazza con gli occhiali scuri, etc) ed i dialoghi sono inseriti nella prosa senza l’ausilio di punteggiatura alcuna. Al massimo sono introdotti dalla lettera maiuscola all’inizio della frase.
Il componimento, che per taluni potrà risultare surreale, è in realtà concreto, tangibile ed ottimale per descrivere quella che è la società e la realtà circostante nonché per analizzare le strutture di potere che vi si susseguono. Mediante un’analisi più approfondita traspare il messaggio per cui per quanto si faccia tabula rasa delle precedenti condizioni sociali, è impossibile un miglioramento. L’essere umano regredisce e torna a vivere in uno stato di natura tipicamente hobbesiano per cui conta solo la legge del più forte ed in cui non può esistere alcuna forma di crescita e/o solidarietà perché prevale lo status di guerra di tutti contro tutti pur di sopravvivere.
Non mancano riflessioni sulla fame del mondo così come sulla solidarietà che resta sempre concentrata e delimitata all’universo femminile.
In conclusione, “Cecità” è un saggio di grande acume, bellezza e verità, un testo capace di far riflettere su quelle che sono le zone più oscure dell’animo umano, un capolavoro.

«La paura acceca, disse la ragazza dagli occhiali scuri, Parole giuste, eravamo già ciechi nel momento in cui lo siamo diventati, la paura ci ha accecato, la paura ci manterrà ciechi, Chi sta parlando, domandò il medico, Un cieco, rispose la voce. Un semplice cieco, qui non c’è altro. Allora il vecchio dalla benda nera domandò, Di quanti ciechi ci sarà bisogno per fare una cecità. Nessuno gli seppe rispondere.» p 116

«Non si può mai sapere in anticipo di cosa siano capaci le persone, bisogna aspettare, dar tempo al tempo, è il tempo che comanda, il tempo è il compagno che sta giocando di fronte a noi, e ha in mano tutte le carte del mazzo, a noi ci tocca inventarci le briscole con la vita, la nostra, Parlare di gioco in una chiesa è peccato, Alzati, usa le tue mani, se dubiti di quanto dico, Giurami che è vero, che le immagini hanno gli occhi tappati, Quale giuramento ti è sufficiente, Giura sui tuoi occhi, Lo giuro due volte, sui miei e sui tuoi occhi. E’ vero, è vero.» p. 269

Eppure cadiamo felici - Enrico Galiano

Gioia Spada, detta “Maiunagioia”, di anni diciassette, ama i Pink Floyd nonché memorizzare le parole più inusuali, diverse e peculiari che ha modo apprendere. Una serie in particolare, “Wenn ein Gluckliches fallt” (“Quando la felicità è qualcosa che cade”), dal momento della scoperta, non l’ha più abbandonata tanto che non c’è giorno in cui manchi dal trascriversi la frase sul braccio.
Sono ormai tre mesi che la ragazza si è trasferita nel nuovo istituto scolastico, e sin dal primo momento è stata additata quale “Quella-non-del-tutto-a-posto” perché incapace di omologarsi ad uno stereotipo, perché è assolutamente impensabile per lei ridursi ad essere un individuo che preferisce l’apparenza alla sostanza, un soggetto che apre bocca tanto per parlare e non anche per capire, condividere, addivenire ad un arricchimento personale. Perché lei lo sa che quella che i coetanei mandano in giro non è altro che la brutta copia di sé mentre quelli veri ed originali sono chiusi in casa, nascosti in una stanza, per paura che qualcuno li veda. E così ha fatto buon viso a cattivo gioco, se ne è fregata di essere chiamata “O cosa”, ha smesso, ancor prima di iniziare, di dare spiegazioni, e per quanto ne soffra, perché è pur sempre un’adolescente, ha abbracciato il silenzio, si è fusa con la sua musica ed il suo essere, e ha deciso di avanti per la sua strada. Perché «Il fatto è che certe cose le puoi dire solo a chi sai che le può capire. Che è anche il motivo per cui parliamo così poco, di quello che ci importa davvero».
Ugualmente dal punto di vista familiare, la situazione non è delle più idilliache. La nonna verte in una condizione stato vegetativo, la madre, che non dovrebbe avere più rapporti con quel padre problematico, squattrinato, violento e bevitore, persiste a cadere nella rete del “sono cambiato”, e a farne le spese è lei. Mascotte della maison è il gatto che hanno trovato quando si sono trasferite nel complesso di case popolari; figura silente ma onnipresente a cui si affiancano Tonia, l’amica immaginaria, e il Professor Bove, docente di filosofia, nonché unico individuo davvero in grado di capirla con un solo sguardo e dunque capace di consigliarla attraverso metafore, parabole, racconti, volumi e tutto quello che la nostra meravigliosa letteratura può mettere a disposizione.
Una notte come tante, eccolo arrivare. Il suo nome è Lo, è sfuggente, è misterioso ma anche molto attraente. Con lui sente di avere un’affinità; sa prenderla ma al contempo i loro universi non sono poi così distanti, così differenti. Il sentimento nasce senza troppe difficoltà eppure qualcosa non torna e Gioia lo percepisce altrettanto bene. Perché tutto avviene al buio, al riparo da ogni riflettore. Non solo. Non basta questo isolamento, questo continuare a frequentarsi soltanto al crepuscolo o al venir meno delle ore di luce, il giovane è criptico. Non rivela alcunché di se stesso; il segreto che nasconde è troppo grande per poter essere svelato, persino alla sua fidanzata.
E’ qui che la giovane donna sarà messa alla prova, è da qui che inizierà il suo personalissimo percorso di crescita, è dalle scelte che prenderà che ne andrà del proprio amore e del proprio divenire, perché pur di salvarlo da sé stesso dovrà decidere tra il fare quello che è giusto e il proprio egoistico sentimento.
Attraverso uno stile fluido, accattivante e capace di risultare concreto e tangibile, Enrico Galiano dà vita ad un romanzo al contempo leggero e riflessivo. L’autore, docente di lettere, ci trasporta, con semplicità, in un universo di studenti, che ci consente di riassaporare quelli che sono stati gli scogli della crescita e tanto più di meditare su quello che significa oggi vertere in età puerile.
E vi riesce mediante il ricorso ad un linguaggio che sa conformarsi all’età dei personaggi descritti, che di conseguenza risultando tangibili e concreti, ma anche usufruendo di una trama solida che non eccede e di pillole filosofiche che sono inserite tra un dialogo e l’altro.
Un romanzo di formazione che rievoca il sentimento dell’amore; una favola moderna che nella sua genuinità sa conquistare tanto i più adulti quanto i più giovani.

«Si, signorina Spada, tutto qua. Una notte, mentre Amore dormiva beato nel letto, lei prese un lume e lo accese: per vederlo, per controllare che non fosse un mostro o un assassino, come le avevano detto le sorelle. Ma fu un “tutto qua” che non era un “tutto qua”. Fu questo l’errore di Psiche, capite? Pensare di portare la luce dove c’era il buio. Pensare di poter guardare Amore con gli occhi della ragione. Perché sono due mondi paralleli, non si devono incrociare, mai. Non puoi pensare di poter capire, di poter leggere e interpretare, dare spiegazioni logiche. Non lì. Da ogni altra parte, ma non lì.» p. 319