Vedi tutti

Gli ultimi messaggi del Forum

Niente caffè per Spinoza - Alice Cappagli

lo definirei un libro "a diesel "in quanto è abbastanza lento in partenza non riuscendo ad essere incalzante fin da subito ma estremamente piacevole e scorrevole nella seconda parte. consigliato per una lettura piacevole.

Mosquitoland - David Arnold

Un libro scritto molto bene, con una storia strana e bella. Non c'è niente di scontato, e la storia sorprende in continuo. Lo consiglio sia agli adulti, sia agli adolescenti che magari non leggono mai. Con questo libro c'é la possibilità di farli capire la bellezza di leggere un libro che racconta una storia che in qualche modo potrebbe essere loro, anche se questo è negli USA. Ma il percorso interiore credo sia simile per molti.

La sciarpa ricamata - Susan Meissner

Un libro molto bello, che ti da la sensazione di essere davvero ad Ellis Island nel 1911. Anche il racconto del 11 settembre 2011 è molto realistico. Ma più che altro non è per niente banale, nonostante potrebbe sembrare un libro "romantico" - ma non lo è nel classico senso del termine. È un libro sull'amore, ma non solo quello romantico, e sull'arte di vivere. Se ci fosse un sistema di stelle sul sito, lo darei 4, senza esitare.

La ragazza fantasma - Sophie Kinsella

Questo è definitivamente uno dei libri più divertenti che io abbia mai letto. E come tutti i libri della Kinsella, a parte la serie "I love shopping", ha delle profondità e dei messaggi molto belli. Se volete stare veramente bene per qualche ora, leggetelo! Oltre ad essere divertente, è anche un libro scritto molto bene.

Becoming - Michelle Obama

L'ho finito, anche se con fatica, perché è praticamente suddiviso in: parte 1, dove parla di come era fantastica la sua famiglia e come era brava a scuola, parte 2, dove parla di come erano innamorati e poi un pò in crisi lei e Barack, e parte 3, che mi sembra tutto una difesa delle scelte fatte, a cominciare dal tirare dentro le figlie piccole in "un'avventura" come la presidenza degli Stati Uniti.
No, non lo consiglio, se non siete dei patiti delle biografie, ma secondo me ci sono molto più belli. Questo libro manca di profondità ed è anche troppo lungo.

Leone - Paola Mastrocola

Un libro che non arriva fino in fondo. Le parti dove descirve i sentimenti del bambino sono molto belle, ma per il resto manca di sostanza. Non vedo neanche la magia che ci dovrebbe essere.
Non lo consiglio.

Facciamo che ero morta - Jen Beagin

“Facciamo che ero morta”, si ripete Mona. Un gioco di quando era bambina, un modo per far sentire Mickey un padre decente per qualche minuto, un modo per non pensare alla sua vita e a quell’infanzia e adolescenza da cui lei non è uscita integra. Ventiquattro anni, donna delle pulizie e con un passato duro e crudo alle spalle, Mona, ogni martedì sera presta servizio di volontariato distribuendo kit di siringhe pulite ai tossici.

«Tra le persone che conosceva, aveva più cose in comune con i tossici che con chiunque altro. Come lei, erano invisibili al resto della società – loro in quanto tossici, lei in quanto colf – e, come lei, mangiavano praticamente qualsiasi cosa fosse coperta di glassa. Tra loro non c’erano buoni samaritani, esibizionisti o tipi alla Save the Children. Fumavano come turchi e mangiavano nachos e hot dog comprati al 7-Eleven, tutte cose che lei apprezzava»

Ed è durante uno di questi turni che lo vede: Mister Laido. Per i primi mesi di quel gioco di osservazione per lei, lui non era stato altro che un numero dall’epilogo già scritto, “un pellicano impantanato nel petrolio, sfinito e in condiscendente attesa della sua stessa disfatta”, poi, un libro dal titolo “La vita di Art Pepper” stabilisce il contatto e dal contatto nasce una relazione la cui sorte è inevitabile ma a cui, eppure, è impossibile sottrarsi.
Sin dal principio la protagonista dell’esordiente Jen Beagin colpisce il lettore per il suo essere semplicemente così se stessa e per le sue scelte: eclettica, triste e sola a causa di traumi vissuti nell’infanzia che le hanno arrecato disturbi mentali non superati nonostante cinque anni di terapia, ella si accontenta del suo lavoro di donna delle pulizie, vive le vite dei suoi clienti di cui conosce tutto grazie a quella intima confidenza che assume pulendo e al contempo si innamora di un quarantaquattrenne che per sei mesi riesce a restare “pulito” per poi ricadere nel suo programma di autodistruzione, programma in cui però non ha intenzione di coinvolgerla fino alla fine. Non solo, a renderla ancora particolare è la scelta di andarsene e di lasciar tutto per seguire il consiglio proprio di quest’ultima voce che per l’intero componimento le fa da eco nella mente. Abbandonata così Lowell, Massachusetts, la giovane giunge nel New Mexico e approda in una cittadina vicina a Taos abitata da una bislacca comunità di nullafacenti e new ager quali Yoko e Yoko.

«Tu non sei una lotofaga, Mona, – disse Nigel con pazienza. – Non più. Sei risalita a bordo e stai tornando a casa. È giunta l’ora di gir battendo co’ pareggiati remi il mar canuto. Rema con tutte le tue forze e non guardarti indietro»

Leggendo di Mona molteplici sono le sensazioni di dejà vu con “Eleanor Oliphant sta benissimo” di Gail Honeyman. Le due eroine, infatti, sono vicine proprio per il modo di porsi rispetto al mondo fuori e alla dimensione esterna a quella del proprio io a causa di traumi che le hanno segnate nell’età dello sviluppo, tuttavia, man mano che l’opera prosegue nel suo scorrimento, vediamo che in realtà questa apparente comunanza di romanzi, finisce con l’imbarcarsi su rette parallele che sono destinate a non incontrarsi mai e che forse mai si sono incontrate se non per qualche gioco della nostra mente. La differenza tra i due scritti risiede proprio nel contenuto, perché se Eleanor passa dalla solitudine all’amicizia, dal disturbo psichico alla terapia per la guarigione, alla speranza per un futuro diverso fatto di possibilità e di un principio, a un domani che diventa possibile, Mona è talmente contrita nella sua psiche e nel suo passato così poco lineare e affrontato, che si limita semplicemente a tentare di mutare la propria condizione andandosene in un’altra città ma senza davvero provare a cambiare la sua esistenza. Conosce persone, conosce situazioni e realtà paradossali sin dalla prima pagina, ma le manca quel qualcosa per riuscire. Lo dimostra il fatto che nonostante la sua giovane età mai pensi ad un’alternativa concreta al suo lavoro. Ama scattarsi foto in pose assurde e talvolta inquietanti, ha un rapporto provato con il suo corpo, potrebbe essere tutto, ma resta sempre lì. Ferma, immobile. Solo nell’epilogo e nelle telefonate a quel padre che fa accapponare la pelle, si può ipotizzare un presunto baluardo di speranza.
È un personaggio complesso, stratificato, grottesco, ironico, con un senso dell’umorismo tagliente, la nostra Mona, è una giovane donna con una prospettiva a trecentosessanta gradi tanto interna quanto esterna che però sopravvive e mai vive. Ha uno spiccato senso verso l’autodistruzione e verso l’autocommiserazione. La forza dell’autrice è proprio questa, riuscire a far entrare il lettore nella sua psiche, trascinandolo, sconvolgendolo con le vicende e le circostanze, lasciandolo perplesso innanzi a scelte e comportamenti e al contempo rivelando, in modo assolutamente casuale e non seguendo un filo logico-temporale preciso bensì in modo volontariamente impreciso e irruento, quegli avvenimenti della gioventù della donna. L’effetto è che il conoscitore torna indietro, rilegge, si assicura di aver letto bene, intuisce ma resta nel dubbio da questa totale assenza di certezza, si interroga, e va avanti e ancora avanti nel tentativo di far chiarezza, di capire, di scoprire cosa si cela in questo percorso cieco e oscuro.
In conclusione, un romanzo d’esordio che non lascia indifferenti, con una storia e con personaggi imperfetti che fanno della loro assenza di perfezione la loro forza e che ha quale grande obiettivo quello di invitare alla riflessione sul male di vivere, sulle sue difficoltà, sulle realtà che ci circondano, sulla solitudine, l’isolamento, la tristezza e la depressione di questa vita dai colori opachi, dal sapore amaro e dalla tonalità acuta e ingiusta.

Rien ne va plus - Antonio Manzini

Abbiamo lasciato Rocco Schiavone alle prese con un delitto irrisolto, o almeno parzialmente risolto, ovvero quello di Romano Favre, sessantacinquenne ragioniere in pensione e ex ispettore di gioco presso il casinò Saint-Vincent, ritrovato in “Fate il vostro gioco” privo di vita all’interno della sua abitazione a seguito di due coltellate letali (una prima al fegato e una seconda alla giugulare) e con in mano una fiche di un altro casinò. Il Vicequestore e la sua squadra, odorato che qualcosa nella ricostruzione dei fatti non tornava, si erano messi subito al lavoro riuscendo a scoprire una pista di denaro riciclato nonché individuando l’assassino. Eppure, nonostante questo buon risultato il caso non poteva (e non può) definirsi concluso e archiviato. Troppe ancora erano – e sono – le questioni irrisolte a cui gli agenti dovevano dare una risposta e individuare un colpevole. È da questi brevi assunti che ha inizio “Rien ne va plus” nuovo episodio di uno dei funzionari di polizia più eclettici e amati dal grande pubblico negli ultimi anni che si troverà a dover non solo risolvere l’indagine inconclusa ma anche ad indagare sulla misteriosa scomparsa di un furgone portavalori con un carico di due milioni e ottocentomila euro circa, “rubato”, probabilmente, da una delle due guardie giurate a bordo. Che le due indagini siano in realtà collegate? Rocco, quella puzza, la sente e pure forte. Ed ancora, chi è il mandante dell’omicidio del ragioniere Favre? Quale ruolo ha la sua morte in quello che è un disegno chiaramente più grande? Al contempo, il romano esiliato ad Aosta dovrà stare all’erta anche su quel che accade a Roma perché pare che Baiocchi abbia “cantato sul fratello indicando perfino alla polizia il luogo dove sta il cadavere”.
Tanti tasselli di un puzzle che Antonio Manzini compone e scompone con grande maestria e perfetta linearità. Una trama solida, quella presentata, dal buon intreccio narrativo, dall’ottima caratterizzazione dei personaggi, dalle molteplici tematiche trattate che coinvolgono tanto i colletti bianchi quanto truffe, omicidi, complotti in una serie di situazioni in cui niente è quel che appare, a cui si somma l’ormai abituale stile narrativo dello scrittore che è solito alternare la risoluzione di più delitti e vicissitudini atte a interrompere la narrazione al contempo a completarla.
In conclusione, un giallo perfettamente riuscito, che non delude le aspettative, che fa sentire il lettore “a casa”, che chiude le vicende del precedente volume lasciando ben sperare per la pubblicazione di un nuovo capitolo della serie e che, ancora, conferma le capacità dell'autore.

Ribelli in fuga - Tommaso Percivale

Questo libro parla della vita di giovani scout al tempo del Fascismo. Con una serie di leggi varate da Mussolini i ragazzi dovranno abbandonare la loro vita scout e diventare balilla. Non tutti però prenderanno la tessera del Partito Fascista; anche se sanno benissimo che questo comporterà dei problemi. Così un giorno Ines, Gianni e Andrea (che non si erano iscritti) decidono di andare a vivere su una vecchia casa di montagna. Ines veniva da una famiglia di contadini, che l'avevano obbligata a iscriversi a gli eventi fascisti, anche se non partecipò mai ai sabati fascista. Nel momento in cui decide di abbandonare la sua casa non vuole avvertire la famiglia perciò lascia loro una lettera dove spiega le sue motivazioni; ma viene scoperta da sua sorella minore Etta mentre stava preparando le cose da portare via così non avendo altra scelta porterà anche lei nel rifugio segreto. Nel Bric Polenta (nome del rifugio segreto ) tutto procedeva per il meglio; almeno fin quando la piccola Etta si ammala ed è costretta a ritornare dai suoi genitori

Storia di una balena bianca - Luis Sepùlveda

Il suo nome è Mocha Dick, è un capodoglio nato nelle acque fredde che circondano un’isola detta dagli uomini Mocha, il suo corpo splende dei colori della luna e si erge con tutta la sua forza maestosa nei ventisei metri che lo compongono. Egli è l’erede della forza e della resistenza di tutti i maschi del gruppo, è un capodoglio il cui mondo è fatto di silenzio perché "nessuna creatura si lamenta, grida, grugnisce o strilla sotto la superficie e solo noi giganti rompiamo a volte la quiete”. Abita nel mare delimitato dalla terra dove spunta il chiarore del giorno e dall’orizzonte in cui il sole si immerge per far posto alle stelle. Qui l’acqua è fredda, è attraversata dalle correnti gelide che arrivano da lontani confini dove tutto è bianco e dove il mare si trasforma in roccia color sale che cresce quando le notti sono molto lunghe e cala quando i giorni sembrano non avere fine; qui la sua missione ha luogo perché nell’implacabilità che è dell’uomo Mocha Dick ha conosciuto la popolazione dei lafkenche, della Gente del Mare, una popolazione che prende dalla riva soltanto il necessario per vivere e che ringrazia la generosità del mare celebrandolo con un rito antichissimo, una popolazione che prende dai boschi soltanto dopo aver ricevuto il permesso, una popolazione che con un rito particolarissimo celebra i defunti. Perché quando un lafkenche muore il suo corpo viene portato, alla sera, sulla riva del mare onde poter essere accompagnato da una delle quattro balene vecchie, una trempulkawe, sull’isola mgill chenmaywe, il luogo dove ci si riunisce prima del grande viaggio. Quaggiù il defunto si spoglia del suo corpo mortale fatto di carne e ossa per diventare leggero come l’aria per restare in attesa, insieme agli altri della sua stirpe che lo hanno preceduto nella morte, di questo. E in questa traversata Mocha dovrà dare prova di tutto il suo coraggio e di tutta la sua forza. Il suo compito, la sua missione è quella di proteggere dalla furia, dall’avidità e dalla cattiveria umana le quattro balene anziane anche se questo significherà non avere scrupoli, significherà essere considerato la maledizione dei balenieri, significherà essere l’implacabile giustizia del mare, significherà essere la forza di chi non ha più niente da perdere.

«Gli uomini vengono da molto lontano e nulla frena la loro cupidigia, nemmeno la morte. Vengono da regioni che non abbiamo mai visto né mai vedremo, perché attraversano un oceano grande come questo per raggiungere lo stretto chiamato da loro Capo Horn, che ha le rive piene di relitti, di silenziosi resti di naufragi, a testimonianza dell’audacia degli uomini, che non desistono mai»

Correva il 20 novembre 1820 quando nelle acque dell’Oceano Pacifico, lungo la costa del Cile, davanti all’isola di Mocha, un grande capodoglio bianco attaccò e affondò la baleniera Essex salpata dal porto di Nantucket, nell’Atlantico settentrionale, quindici mesi prima. Pare che l’attacco abbia trovato ragione nell’uccisione di una femmina di balena e il suo piccolo da parte dei ramponieri. E si narra ancora che molte navi furono necessarie per catturare il grande capodoglio del colore della luna soprannominato Mocha Dick con i suoi ventisei metri e oltre cento arpioni conficcati nel corpo. E si racconta ancora che nelle notti di luna piena dagli abissi, dalla costa occidentale della disabitata isola di Mocha, si veda emergere un grande capodoglio bianco il cui colore brilla nella notte più profonda.
È da questa leggenda che trae origine “Storia di una balena raccontata da lei stessa” di Luis Sepulveda, un racconto breve di appena novanta pagine che per contenuto e riflessione si rende adatto tanto alla lettura di un pubblico più adulto quanto più giovane. Con una penna fluente e leggera a cui si affiancano piacevolissime immagini a cura di Simona Mulazzani l’autore conduce in una intima analisi sulla natura in tutto il suo splendore e sul genere umano con tutte le sue contraddizioni.
Il risultato è un componimento di piacevolissima e facile lettura che si esaurisce in poche ore ma che non lascia insoddisfatto l’avventuriero conoscitore.

ps. nota bene, è da questa leggenda che trae origine il celebre Moby Dick. Buona lettura!

Fate il vostro gioco - Antonio Manzini

Dopo “L’anello mancante. Cinque indagini romane per Rocco Schiavone”, Antonio Manzini fa ritorno in libreria con “Fate il vostro gioco”, giallo che ci propone una nuova avventura del personaggio più famoso nato dalla sua penna e immaginazione; Rocco Schiavone.
Due coltellate, una all’altezza della giugulare e l’altro al fegato, hanno determinato la morte di Romano Favre, sessantenne pensionato ragioniere legato al casinò di Saint-Vincent per la sua attività di “ispettore di gioco”. Il ritrovamento ha avuto luogo per mano dei vicini di casa e più precisamente da parte di due vecchiette e da Arturo Michelini, croupier presso il casinò Saint-Vincent che, insospettiti dall’assenza di risposta da parte del contabile perfino di fronte alla fuga della sua amata gatta siamese chiamata Pallina, decidono di andare a verificarne lo stato di salute. Sangue, tanto sangue. Non vi sono dubbi sulle cause del decesso. Sul luogo intervengono Schiavone e la sua squadra che già dai primi rilievi si rendono conto che qualcosa nella ricostruzione dei fatti non torna. Basti pensare, in merito, a quel bic bianco rinvenuto sul comodino del defunto o ancora a quella fiche del casinò di Sanremo (perché di questo casinò e non del più vicino Saint-Vincent?) racchiusa nella sua mano. O ancora, basti pensare, a quella porta finestra lasciata misteriosamente aperta e a quella toppa della porta con al suo interno inserite le chiavi di casa. Tanti tasselli, questi, che non solo fanno capire a Schiavone di trovarsi di fronte ad “un morto che parla” ma che al contempo aprono la prospettiva su uno scenario ben più ampio, fatto di riciclaggio, di criminalità, di sotterfugi, di gioco d’azzardo, di ludopatia, di strozzinaggio, di usura e molto altro ancora. E seppur il vicequestore riesca ad arrivare alla conclusione e alla risoluzione del caso, le trame e le prospettive sono talmente intricate e ben articolate tra loro da rendere inevitabile il proseguo delle vicende proposte in un nuovo e separato capitolo. Da qui, il finale aperto sull’indagine e il sipario che definitivamente – e dolorosamente – scende su quel maledetto “7-7-2007”.
Quello che ci troviamo di fronte in questo nuovo capitolo delle avventure del romano esiliato vicequestore, è un testo con tutte le caratteristiche del giallo, è un testo con un ottimo intreccio narrativo, è un testo con un mistero che regge su tutta la linea e che è caratterizzato da un rapporto causa-effetto ben cadenzato e ritmato, ma è anche un testo in cui riscopriamo la figura di questo eclettico funzionario di polizia. Paradossalmente, infatti, si percepisce dalla sua voce la stanchezza di una vita fatta di dissoluzione e dolore, si percepisce la stanchezza di un lavoro usurante in prossimità dei cinquant’anni, si percepisce la nostalgia per quei tempi ormai andati che mai potranno fare ritorno. Il suo è un tono malinconico, molto più vicino ai romanzi noir che ai gialli veri e propri, se vogliamo. E forse questo è dovuto al fatto che Rocco, così come il suo vicino Italo Pierron, ancora non hanno superato il tradimento di Caterina, occorso in quel di “Pulvis et Umbra”. Tratti immancabili e che non mutano attengono invece all’indole rozza, schietta, smaliziata, cinica e ironica a cui siamo abituati sin dai primi episodi.
Un giallo che tiene bene nonostante questo non fosse semplice visto il grande successo e la meravigliosa riuscita proprio di “Pulvis et Umbra”, che ad oggi, insieme a “7-07-2007”, è sicuramente il capitolo meglio riuscito dell’intera saga. Non ci resta altro che aspettare il prossimo volume delle avventure di questo versatile personaggio.

«Pensavo che siamo come i serpenti. Ci lasciamo dietro la vecchia pelle perché abbiamo bisogno di quella nuova. Ma la vecchia pelle c’è stata. È un fatto, senza la vecchia pelle quella nuova non c’è» p. 378

«Che tu puoi essere qui e altrove, sei sempre tu e io sono sempre io. Tempo, spazio, non importa, Rocco. Quello che conta è che siamo qui. La differenza? A me certe cose non interessano più, a te sì. Ma il motiov lo conosci.» p. 380

«Lei sa come far credere che qualcosa sia vera? È semplice. Si dicono un sacco di verità comprovate e in mezzo, come un’insalata, si butta una cazzata che la gente prenderà per buona.» p. 388