Post forum a 'Recensioni' http://reanet.comune.empoli.fi.it/community/forum/reviews/rss Caporetto - Alessandro Barbero http://reanet.comune.empoli.fi.it/community/forum/reviews/show/123#post123 <p>Nato a Torino nel 1959 e specializzato in storia militare e del Medioevo, Alessandro Barbero è uno degli storici migliori presenti nel panorama italiano. Con “Caporetto” l’autore riesce non solo ad inquadrare in modo ineccepibile quelli che sono stati i fatti e il loro susseguirsi, ma offre altresì al lettore una perfetta sintesi di ciò che possiamo trovare in altre opere a firma Monticone, Silvestri, Pieri, Faldella, Fadini, Rommel etc , che a più riprese si sono occupati dell’argomento. <br />La compilazione dello studioso segue uno schema metrico chiaro, lineare e preciso, tanto che il conoscitore è accompagnato passo dopo passo nel rivivere della battaglia. L’opera ha inizio con una parte introduttiva dedicata agli austro-tedeschi, prosegue con la descrizione del crollo delle nostre brigate in appena due giorni per poi approfondire ancora storie e polemiche di vecchia data su responsabilità e colpe gerarchiche che hanno negli anni fatto parte di dibattiti e discussioni tra le più autorevoli fonti storiche. Barbero si sofferma ancora sulle caratteristiche del nostro apparato militare, evidenziandone lacune e inferiorità, scarsa combattività e resistenza della maggior parte dei reparti. Ovviamente lo scrittore non si risparmia nemmeno in merito al tentativo di chi ha cercato di rendere “vittoria” quella che nel concreto è stata una sconfitta, e per dimostrare la sua tesi offre molteplici prove a sostegno. <br />Non mancano altresì osservazioni sul fatto che “i tedeschi avevano capito da un pezzo che in guerra bisogna innanzitutto cercare di non farsi ammazzare” quando al contrario Cadorna si rifiutava di accettare e comprendere il dato o storie relative a ciò che sarebbe stato il futuro di certi protagonisti quali, a titolo di esempio, il maggiore Visconti Prasca (diventato generale di corpo d’armata nell’ottobre del 1940, destinato a comandare l’esercito italiano nella catastrofica invasione in Grecia, silurato da Mussolini e di poi unitosi ai partigiani dopo l’otto settembre per essere infine catturato dai tedeschi, essere deportato in Germania, riuscire ad evadere per unirsi all’Armata Rossa con la quale entra a Berlino). <br />Nel cercare di rispondere al perché della disfatta di Caporetto, il docente si tratterrà sulla scarsa competenza tattica dei reparti italiani, alla mancanza di iniziativa e di flessibilità, all’inadeguatezza e insufficienza delle armi dei comparti. Lacune e problemi a cui si aggiungono la stanchezza, la disaffezione, la pessima qualità dei rincalzi, l’inadeguatezza e impreparazione dei giovanissimi ufficiali, le condizioni di vita precarie a cui erano soggetti, la stanchezza, l’incapacità. <br />Il tutto è avvalorato da grande chiarezza di scrittura e da uno stile narrativo affatto pesante nonché da immagini visive quali cartine e schemi che favoriscono la comprensione di posizioni e strategie anche a chi ne è profano. “Caporetto” sa infatti essere tanto rigoroso e appassionante come un saggio quanto scorrevole e piacevole quanto un romanzo. <br />In conclusione, un ottimo trattato storico completo da ogni punto di vista, tanto narrativo quanto di approfondimento e ricerca.</p><br><br>Postato in: Caporetto - Alessandro Barbero <a href="http://reanet.comune.empoli.fi.it/community/forum/reviews/show/123#post123">Mostra l'argomento</a> | <a href="http://reanet.comune.empoli.fi.it/community/forum/reviews/show/123#post123">Posta la risposta</a> Wed, 27 Dec 2017 15:55:27 +0100 http://reanet.comune.empoli.fi.it/community/forum/reviews/show/123#post123 Il cacciatore di sogni - Sara Rattaro http://reanet.comune.empoli.fi.it/community/forum/reviews/show/122#post122 <p>E’ il 4 luglio 1984 quando Luca, suo fratello e sua madre si accingono a fare rientro in Italia da Barcellona, luogo dove si erano venuti a trovare per favorire gli studi universitari di Filippo, il maggiore. Quello che si apre davanti a loro è un volo particolarissimo, da un lato i passeggeri sono in subbuglio perché Diego Armando Maradona effettuerà la tratta con loro, dall’altro lo è il nostro piccolo protagonista che arrabbiato con il fratello per l’incidente della mano, viaggia accanto ad un uomo anziano apparentemente normalissimo. E’ affranto Luca, il suo sogno è fare il pianista ma a causa di una spinta di Filippo mentre era sui pattini è caduto e si è gravemente leso la mano. L’uomo, appresa della notizia, gli mostra un volume intitolato “I cacciatori di microbi” e decide di raccontargli una storia, una storia magica e vera e avente quale protagonista Albert Sabin. Nato a Bialystock, in Polonia, nel 1906 e costretto a fuggire negli Stati Uniti a causa dell’incedere del fenomeno della discriminazione razziale, lo scienziato manifesta il desiderio di dedicarsi allo studio delle malattie e rifiuta con tutto se stesso la possibilità di diventare dentista come avrebbe voluto lo zio. Entra nel laboratorio del Dott. Park e concentra interamente i suoi studi sulla poliomerite, riuscendo a portare a termine quel vaccino che lo ha consegnato alla storia. Per farlo dovrà però scendere a compromessi, lasciare gli ostacolanti USA e recarsi in Russia. <br />Con “Il cacciatore di sogni” Sara Rattaro torna in libreria con un racconto per ragazzi dai toni fiabeschi ma dalla morale profonda. E lo fa donandoci un libro che ben mixa leggerezza, immaginazione (grazie alle accurate illustrazioni ivi presenti) e riflessione. In un periodo storico come quello attuale in cui i vaccini sono fortemente contestati, è importante soffermarsi a riflettere sul perché sono importanti e sul perché sono nati. Senza contare, ancora, la spinta all’ottimismo e alla volontà di credere in quel che facciamo e nei nostri sogni, ieri, oggi e domani, ancora e ancora. <br />Il testo risulta essere adatto sia a grandi che a piccini ma considerando lo stile narrativo novellesco e leggero adottato sicuramente coinvolgerà maggiormente i secondi che i primi. Di fatto, un posto nel cuore per Albert Sabin. </p><p>«Si vede meglio a occhi chiusi, l’ho con musica. Lo faccio spesso anch’io. Seguo le note come se le vedessi sul pentagramma e poi le lascio volare via. Mi portano lontano, tra stelle più luminose, sopra le montagne più alte o nei mari più profondi ma poi, arrivano sempre a casa del nonno, dove ho i ricordi più belli.» p. 37 </p><p>«Solo i grandi uomini possono diventare grandi scienziati, ma la nostra grandezza si misura sempre dalle cose più piccole» p. 55 </p><p>«Vedi, la vita può cambiare da un giorno all’altro, e non solo se sei la mia vittima di un brutto incidente, ma anche se sei la persona che da quell’incidente si è salvata senza farsi un graffio» p.82 </p><p>«Il talento dev’essere messo alla prova prima di essere misurato…» p.98 </p><p>«La relazione che lega la musica all’anima è stretta come il nodo di un marinaio. Questo spiega perché ogni vita ha una propria colonna sonora, o meglio, perché ogni battuta di esistenza possiede una propria melodia. Non esiste un solo neuroscienziato che non avvalori la tesi secondo cui ascoltare musica o suonare uno strumento provoca cambiamenti nel nostro cervello. Capire come e perché questo avvenga è la vera sfida. Potrebbe essere istinto? Lo stesso che ci spinge alla fuga quando scoppia un incendio o ci fa controllare a destra e sinistra prima di attraversare la strada? Non si sa. La musica parte e noi battiamo il tempo, muoviamo qualche muscolo o addirittura balliamo. Non so se sia istinto di sopravvivenza, so di certo che l’esistenza della musica dimostra che non siamo fatti di sola carne»</p><br><br>Postato in: Il cacciatore di sogni - Sara Rattaro <a href="http://reanet.comune.empoli.fi.it/community/forum/reviews/show/122#post122">Mostra l'argomento</a> | <a href="http://reanet.comune.empoli.fi.it/community/forum/reviews/show/122#post122">Posta la risposta</a> Fri, 22 Dec 2017 10:29:17 +0100 http://reanet.comune.empoli.fi.it/community/forum/reviews/show/122#post122 La caduta dei Golden - Salman Rushdie http://reanet.comune.empoli.fi.it/community/forum/reviews/show/121#post121 <p>New York, la famiglia Golden costituita dal padre Nerone (detto Nero) Julius Golden e dai tre figli maschi, due ottenuti dalla moglie più anziana e uno, il più piccolo, di anni ventidue, dalla consorte più giovane, fanno ingresso al Greenwich Village, a bordo di una limousine Daimler, con nuove identità, un passato da dimenticare, alcuna presenza femminile al seguito, e una serie di “golden standard” da rispettare. In merito, chiare sono le indicazioni del genitore: da adesso in poi, mai e poi mai, alcuno di loro avrebbe dovuto far riferimento a quelle origini che si sono lasciati alle spalle. Grazie, infatti, alle loro caratteristiche fisiche, indubbia sarebbe stata la mimetizzazione, basti pensare che Nero con la sua conformazione tozza, i suoi occhi neri, i suoi avambracci da lottatore, i suoi opulenti monili d’oro, i suoi capelli tinti tirati all’indietro, sarebbe potuto passare tranquillamente tanto per un inglese, quanto per un immigrato dell’Europa medio-orientale. Quale luogo migliore per ricominciare, passare inosservati e dimenticare? Quale luogo migliore per lasciarsi alle spalle quel passato triste che ha avuto inizio in India, in quel di Bombay, luogo dove nella notte tra il 26 e il 27 novembre 2008 i terroristi musulmani di Lashkar-e-Taiba, l’esercito dei Giusti, provenienti dal Pakistan nello scagliare i loro attacchi prima contro la stazione ferroviaria nota come Victoria Terminus e, di poi, contro il Leopold Café a Colaba, contro l’Oberoi Trident Hotel, il Metro Cinema, il Cama and Albless Hospital, la Jewish Chabad House e il Taj Mahal Palace, per quelli che furono tre giorni di assedio e di combattimento, mieterono, tra le varie vittime, anche la madre dei più grandi giovani Golden? <br />Spettatore, osservatore, che poi si è conquistato la scena è René, aspirante regista di origine belga, che vuole realizzare una pellicola sulla opalescente famiglia. Con il proseguo delle vicende, il suo ruolo nella narrazione si rinnova tanto da finire con l’essere il detentore della morale del componimento. <br />Sin dalle prime battute, “La caduta dei Golden” colpisce sia per intenti che per contenuti. Salman Rushdie, ormai settantenne, abbandona in questa opera il suo solito e classico genere per realizzare, per quanto possibile, il sogno del “grande romanzo americano”. E questa volta, a differenza di “Furia” classe 2001, che chiaramente conteneva al suo interno l’impronta del neo arrivato negli states, l’autore dimostra di aver messo radici e, seppur ammetta di non potersi definire un nuovo DeLillo, e seppur ammetta di avere ancora molte lacune su quello che è il pensiero americano, si offre al grande pubblico con la volontà di fotografare il volto, se non altro, di New York. <br />Con questa breve premessa e con questi punti di partenza, l’anglo-indiano illustra l’eterogeneità della Grande Mela, utilizzando quale strumento narrativo la voce degli immigrati. Questi sono il mezzo attraverso il quale sono delineate le mutazioni del nuovo continente, le evoluzioni che nell’ultimo decennio esso ha avuto. L’elaborato di Rushdie, che ha inizio con l’era Obama, affronta quelli che sono tutti i tasselli di una crescita discontinua, fatta da passi avanti e passi indietro, una maturazione che si fa ancora più frammentaria e incoerente, intermittente, con l’era Trump, presidente delineato come una sorta di Joker e la cui vittoria è prognosticata ancor prima dell’avvento vero e proprio. <br />Ma badate bene, nonostante il compito auto-assunto dallo scrittore, quelli che sono da sempre gli elementi costituenti la sua poetica non mancano. Non a caso, infatti, viene riscontrata la metamorfosi, la migrazione, il declino, caratteri questi, ricamati in una tela precisa, meticolosa, serrata, che non lascia spazi e che non consente repliche. Se a questo aggiungiamo uno stile opulento, prolisso, costituto da un flusso di pensieri ininterrotti che si mixano e coadiuvano agli eventi, non stupirà il rimando all’opera classica. Veri padroni del testo sono i personaggi stessi: questi tessono, tramano e conducono. <br />Non solo. Altro obiettivo de “La caduta dei Golden” è quello di far riflettere sulla falsità che ci circonda. E’ come se fossimo serrati da una patina in cui il reale e l’irreale si fondono rendendosi indistinguibili. Chi è che ci governa, quali sono le conseguenze delle scelte politiche, chi è davvero Trump? Perché è così difficile analizzarlo? Cosa ne sarà degli Stati Uniti dopo il suo passaggio? E cosa non va in noi? Perché tendiamo sempre a sottovalutare quella presenza strisciante del razzismo? Perché ammettiamo e consentiamo che dilaghi? Perché ci facciamo trattare come pedine mosse da un Re che ci conduce ai suoi obiettivi e che ci distrae con fantocci di problemi e colpevoli? <br />In conclusione, un volume che può risultare complesso da leggere per il linguaggio adottato e per la forte impronta americana di cui è intriso, ma che, certamente merita di essere conosciuto e che consente molteplici riflessioni su quella che è la società attuale. Americana, e non. <br />«Cos’è una vita degna? Che cosa il suo contrario? Sono domande a cui nessuno risponderà alla maniera di un altro. In questi tempi vili, noi neghiamo la grandezza dell’Universale, mentre affermiamo e glorifichiamo i nostri fanatismi locali, sicché non c’è granché su cui andare d’accordo. In questi tempi degenerati, uomini mossi soltanto dalla vanagloria e dal profitto personale – uomini vacui e pretenziosi per i quali nulla è vietato, purché favorisca la loro meschina causa – si proclameranno grandi leader e benefattori dediti al bene comune e accuseranno gli oppositori di essere bugiardi, invidiosi, piccola gente, gente stupida, pesi morti e, con un completo capovolgimento della verità, disonesti e corrotti. Siamo talmente divisi, ostili gli uni agli altri, pieni di santimonia e disprezzo, talmente persi nel nostro cinismo, da chiamare idealismo la nostra pomposità; siamo così disincantati nei confronti di chi ci governa, così pronti a denigrare le istituzioni del nostro Stato che il “Bene”, come termine è ormai svuotato del suo senso e richiede, forse, di essere lasciato da parte per un po’, come tutte le altre parole avventate. “Spiritualità”, ad esempio, “soluzione finale”, ad esempio; ma anche (almeno quando la si applica ai grattacieli e alle patatine fritte) “libertà”».</p><br><br>Postato in: La caduta dei Golden - Salman Rushdie <a href="http://reanet.comune.empoli.fi.it/community/forum/reviews/show/121#post121">Mostra l'argomento</a> | <a href="http://reanet.comune.empoli.fi.it/community/forum/reviews/show/121#post121">Posta la risposta</a> Mon, 11 Dec 2017 17:48:39 +0100 http://reanet.comune.empoli.fi.it/community/forum/reviews/show/121#post121 La ragazza nella nebbia - Donato Carrisi http://reanet.comune.empoli.fi.it/community/forum/reviews/show/120#post120 <p>«Voglio dirle una cosa… Ho imparato che esistono due frangenti di tempo in cui fare le cose. L’adesso e il dopo. Rimandare può sembrare saggio, a volte c’è bisogno di ponderare bene le situazioni e le possibili conseguenze. Ma, purtroppo, in certe circostanze riflettere troppo può essere scambiato per esitazione o, peggio ancora, per debolezza. Tardare significa aggravare le cose. E non c’è peggiore pubblicità, mi creda» </p><p>Avechot. Anna Lou Kastner, sedici anni, non particolarmente bella, dai lunghi capelli rossi e quelle leggere lentiggini sul viso, timida, minuta e amante dei gatti, è scomparsa. Di lei non si hanno più tracce, eppure Vogel, l’agente investito del caso, non ha dubbi: non si tratta di un allontanamento volontario ma di ben altro. C’è un mostro e lui è pronto a tutto pur di offrirlo al suo pubblico. Perché se trovi il cattivo avrai servizi in diretta, fama, notorietà, interviste su interviste, prime serate e soldi a palate. E per il suo pubblico, l’uomo dai raffinati completi, non ha remore, scrupoli o esitazioni. Deve accontentarlo. Che la ragazza sia ferita, che sia morta, che sia con un ragazzo, per lui non ha importanza. Lei non è nulla più che la vittima, non è altro che un nome che verrà dimenticato, che sparirà nella nebbia, un nome che invoca una giustizia vecchia e farraginosa che segue un binario diverso da chi invece aspetta di addentare e puntare il dito su un colpevole qualunque. Perché contano i media, contano i dati, gli indici di gradimento, il successo. Ma chi si è macchiato di questo crimine e perché? Che sia nuovamente l’uomo nella nebbia? <br />Non è semplice realizzare un thriller di rilievo e spessore, non è semplice soprattutto in un’era come quella attuale dove si crede che quel quid in più sia dato dalla violenza e da un mix di scene cruente in cui le vittime sono sottoposte a di tutto. Carrisi, partendo da una storia semplice, lineare, quasi banale, oserei dire, riesce a differenziarsi dando prospettiva alle vicende narrate, dando spessore ai suoi protagonisti. E’ un perfetto burattinaio di quelle che sono le evoluzioni dell’opera, è un perfetto burattinaio che porta il lettore dove vuole senza mai cadere nel brutale, senza mai cadere nel cliché e anzi, offrendo proprio a questo eclettico conoscitore tutti gli strumenti per restare col fiato sospeso, per vivere pienamente quella che è la stoccata finale. Perché l’autore ti offre il killer, ma con astuzia, fa sì che il killer stesso cerchi te talché, il viaggiatore, eletto a pubblico, eletto a giuria popolare, non ha bisogno di indizi per emettere la sua sentenza. <br />Il tutto mediante uno stile leggero, una trama a prima vista scontata, un ritmo narrativo ben cadenzato che non manca di accelerare là, dove dovuto. <br />In conclusione: abile, scaltro, funzionante. </p><p>«Perché la cattura del colpevole ci fa illudere di essere al sicuro, e in fondo questo ci basta. Ma c’è una risposta migliore: perché la verità ci coinvolge, ci rende complici. Ha notato che i media e l’opinione pubblica, insomma noi tutti pensiamo al colpevole di un crimine come se non fosse umano? Come se appartenesse a una razza aliena, dotata di un potere speciale: fare del male. Non ce ne accorgiamo, ma lo rendiamo… un eroe. Invece di solito il colpevole è un uomo banale, privo di slanci creativi, incapace di distinguersi nella massa. Ma se lo accettiamo così, allora dobbiamo ammettere che, in fondo, un po’ ci somiglia. »</p><br><br>Postato in: La ragazza nella nebbia - Donato Carrisi <a href="http://reanet.comune.empoli.fi.it/community/forum/reviews/show/120#post120">Mostra l'argomento</a> | <a href="http://reanet.comune.empoli.fi.it/community/forum/reviews/show/120#post120">Posta la risposta</a> Mon, 11 Dec 2017 17:47:54 +0100 http://reanet.comune.empoli.fi.it/community/forum/reviews/show/120#post120 La guardarobiera - Patrick Mcgrath http://reanet.comune.empoli.fi.it/community/forum/reviews/show/119#post119 <p>Londra, 1947. La guerra è ormai finita, eppure i lasciti di questa sono ancora vividi nella mente, negli odori, nelle abitudini, nelle esistenze degli abitanti. Non bastano i residui bellici a rattristare il cuore e le anime dei protagonisti, a questo dolore si aggiunge quello determinato dalla morte inattesa del noto Charlie Grice, personalità di spicco della scena teatrale, padre della talentuosa Vera e marito dell’inconsolabile Joan, guardarobiera al Beaumont Theatre di origine ebraica. <br />E’ disperata Joan, non può accettare che il suo Gricey sia morto, non è contemplabile. Loro sono stati inseparabili per 27 anni, sono stati una persona sola, una unica anima. Donna forte e dedita al lavoro, reagirà alla perdita prima assumendosi la colpa di quanto accaduto, successivamente maturerà l’idea che in realtà il compagno sia sopravvissuto, in parte, nel corpo di un altro uomo: Daniel Francis alias Frank Stone attore che sostituisce il defunto nel ruolo del Malvolio de “La dodicesima notte” di Shakespeare. <br />Da questo momento ha inizio un’assidua frequentazione tra la donna e Daniel-Charile, una frequentazione che ha radici nel passato, che è raffigurata nel presente che è prospettata nel futuro. Un sempre maggiore livello di confidenza ed intimità faranno vacillare ogni supposizione sino a che una spilla a cui si sommeranno altri scenari immaginari, non verrà rinvenuta. Grice/Frank finiranno l’uno con l’offuscare l’altro tanto che si perderà irrimediabilmente il confine tra finzione e realtà. La donna non avrà altra scelta che abbandonarsi all’alcool e alla follia. E Vera? Cosa ne sarà di lei? <br />La crudeltà della vita e il fantasma, l’ossessione e la rappresentazione scenica, il fallimento che sta sopraggiungendo e la dimensione psicologica. Cosa è vero e cosa è palcoscenico? <br />Nonostante Joan sia una prima attrice indiscussa, una donna che possiede profondità, introspezione e che è capace di trasmettere il dolore, il lutto, l’incredulità, la rabbia, la disperazione nonché l’ossessività e la indefinitezza che è propria di Patrick McGrath, “La Guardarobiera” è un elaborato ben diverso rispetto a quelli a cui lo scrittore ci ha abituato. Sin dalle prime pagine ci ritroviamo in un viaggio nella mente che è sempre sulla doppia linea della normalità/follia, sulla doppia linea della recita/realtà, in un percorso che è totalizzante ma anche affiancato da trama precisa e chiara. E’ proprio quest’ultimo l’elemento differenziante rispetto agli altri componimenti del narratore: il filo conduttore delle vicende è inequivocabile seppur egregiamente sviluppato e i personaggi nonostante la vedova, sono tutti meno totalizzanti tanto che si abbandonano ad una conduzione delle vicende più romanzata. Il tutto è avvalorato da uno stile narrativo fluente ma tuttavia a tratti eccessivamente descrittivo. <br />In conclusione, coinvolgente, cupo, magnetico.</p><br><br>Postato in: La guardarobiera - Patrick Mcgrath <a href="http://reanet.comune.empoli.fi.it/community/forum/reviews/show/119#post119">Mostra l'argomento</a> | <a href="http://reanet.comune.empoli.fi.it/community/forum/reviews/show/119#post119">Posta la risposta</a> Wed, 29 Nov 2017 11:58:52 +0100 http://reanet.comune.empoli.fi.it/community/forum/reviews/show/119#post119 Buio - Maurizio De Giovanni http://reanet.comune.empoli.fi.it/community/forum/reviews/show/118#post118 <p>«Dormire no, però. Dormire è impossibile. C’è troppo buio per dormire. Per tenere lontani i brutti sogni, c’è troppo buio.» </p><p>Con “Buio. Per i bastardi di Pizzofalcone” Maurizio De Giovanni dona al lettore un romanzo di grande intensità e avente ad oggetto una doppia indagine. Se da un lato vediamo impegnati l’Ispettore Lojacono e l’agente Alex Di Nardo nella risoluzione di un atipico furto in appartamento, dall’altro, la squadra composta in prima linea da Romano e Aragona, è impegnata nel ritrovamento di Edoardo Cerchia, detto Dodo, di anni 10, rapito durante una mostra al museo con la scuola. <br />E’ una corsa contro il tempo, quella dei Bastardi, una corsa in cui lavorano da squadra, come un corpo unico e non come singolo. Una corsa che tocca entrambe i fronti. Quello del furto perché quel che si cela dietro al reato è molto più di quello che ci si potrebbe prospettare, e quello del rapimento a scopo di estorsione perché ogni attimo che passa fa si che le speranze di ritrovare il bambino si affievoliscono. <br />In questo contesto viene introdotta e descritta Napoli, elemento imprescindibile nelle opere dello scrittore. La città è analizzata nella sua storia, ne suoi usi e costumi, nelle sue crisi, nelle sue fallacità, nei suoi tormenti, nelle sue sventure, nei suoi abitanti. Ma mai con sguardo giudice, bensì sempre con occhio aperto alla riflessione, all’interrogazione. Perché in contrasto con questa luce, con questa allegria che si è soliti appropriale, questa è anche BUIO. Ed è nell’oscurità che si palesano e attuano i delitti. Crimini di ogni genere, anche i più efferati. <br />Un elaborato, quello tratteggiato, che va oltre le mere indagini rappresentate, perché tocca l’animo umano nel suo intimo affrontando quelle che ne sono le più profonde ombre. Non solo, l’opera è avvalorata da un linguaggio fluente e tagliente, un linguaggio che crea personaggi a tutto tondo, che crea vicende palpabili con mano, che fa si che il conoscitore si senta parte integrante del commissariato. Chi legge, infatti, è rapito dall’evoluzione degli avvenimenti, ne è parte integrante. Per tutto lo scritto resta col fiato sospeso. Ed anche se intuisce chi è “il mandante”, chi è “il colpevole” non riesce a staccarsene. Perché vuole una motivazione, la esige. La esige anche in quell’epilogo (e per quell’epilogo) che non risparmia e che comprova e ispessisce ulteriormente il carattere emotivo dell’opera. </p><p>«Ci sono notti. <br />Notti che tradiscono, avvicinandosi come se fossero pacifiche e invece sono piene di guerra e dolore. <br />Notti che ti incantano con una gioia finta, che ti adescano morbide con un abbraccio, e a tradimento ti accoltellano il cuore come buie assassine, senza un perché. <br />Notte disperate che sembravano placide, magari con un’aria nuova e illusoria, con una musica sottile che non si riconosce finché è troppo tardi, e allora ci sei dentro, senza più speranza. <br />Ci sono notti.»</p><br><br>Postato in: Buio - Maurizio De Giovanni <a href="http://reanet.comune.empoli.fi.it/community/forum/reviews/show/118#post118">Mostra l'argomento</a> | <a href="http://reanet.comune.empoli.fi.it/community/forum/reviews/show/118#post118">Posta la risposta</a> Mon, 27 Nov 2017 17:49:14 +0100 http://reanet.comune.empoli.fi.it/community/forum/reviews/show/118#post118 La rilegatrice di storie perdute - Cristina Caboni http://reanet.comune.empoli.fi.it/community/forum/reviews/show/117#post117 <p>Sofia Bauer a seguito del suo matrimonio con Alberto De Santis ha dovuto accantonare tutte le sue passioni nonché il suo lavoro in biblioteca. Essendo il legame giunto a conclusione, la donna decide di separarsi dal compagno. Da questo momento la sua vita cambia: se da un lato un misterioso libro riesce ad affascinarla e a risvegliare tutti i suoi interessi, dall’altro, Tomaso Leoni, grafologo che l’accompagna nella risoluzione del segreto che ruota attorno a quelle pagine, forse riuscirà a farle battere il cuore come nessuno è mai riuscito a fare. <br />E’ mediante “Discorso sulla natura”, primo volume de “L’elogio della perfezione” (composto da: “Discorso sulla natura”, “Discorso sull’uomo” e “Discorso sul pensiero”) di Christian Philipp Fohr, che la protagonista viene a conoscenza dell’esistenza di Clarice Marianne Von Harmel, giovane nobile nata e cresciuta nel 1800 e in qualche modo legata al tedesco. Nel restaurare il testo, ormai lacero e rovinato dal tempo, essa recupera una lettera da quest’ultima scritta. Chiaramente questa rinvia agli altri capitoli, ma perché? Che indichi l’esistenza di un disegno più grande collegato alla trilogia? E che ruolo ha Clarice in tutto questo? Affiancata da Tomaso, Sofia non si fermerà davanti a nulla, perché deve scoprire dell’arcano. E sarà tramite questa analisi che ritroverà anche se stessa. <br />Con un linguaggio chiaro e elegante, Cristina Caboni dà vita ad un elaborato piacevole che racchiude al suo interno molteplici riflessioni su quella che è la condizione della donna e la sua evoluzione nei secoli. Lo scritto si fa scoprire rapidamente da chi legge e invoglia ad andare avanti soprattutto per la riscoperta dell’enigma che si cela dietro la figura dell’autrice delle lettere. <br />Unica difficoltà che ho riscontrato nello scorrimento è stata l’eccessiva impostazione fiabesca del componimento. La sensazione è infatti quella di trovarsi di fronte ad un testo che negli intenti ha un’ottima base di presupposti ma che nel concreto fatica a risultare plausibile perché troppo novellato. A più riprese, non celo, di essermi trovata a pensare di essere di fronte ad una favola. <br />Nel complesso, quindi, un libro gradevole, non impegnativo, adatto a chi ama le storie romantiche e con quell’alone di mistero radicato nel passato. Da leggere ma con questi presupposti. </p><p>«Non sarò certo io a doverle ricordare che i libri sognano. [..] Un libro sogna. Il libro è l’unico oggetto inanimato che possa avere sogni» p. 83 (cit. di Ennio Flaiano).</p><br><br>Postato in: La rilegatrice di storie perdute - Cristina Caboni <a href="http://reanet.comune.empoli.fi.it/community/forum/reviews/show/117#post117">Mostra l'argomento</a> | <a href="http://reanet.comune.empoli.fi.it/community/forum/reviews/show/117#post117">Posta la risposta</a> Sat, 18 Nov 2017 16:03:38 +0100 http://reanet.comune.empoli.fi.it/community/forum/reviews/show/117#post117 Le tre del mattino - Gianrico Carofiglio http://reanet.comune.empoli.fi.it/community/forum/reviews/show/115#post115 <p>Era appena adolescente, Antonio, quando gli è stata diagnosticata la patologia dell’epilessia idiopatica. Dopo un primo consulto in Italia, il giovane, con il padre, matematico ed insegnante, e la madre, docente di lettere, ormai separati, decide di recarsi in Francia, a Marsiglia, presso lo studio del Dottor Gastaut, un luminare nel settore della malattia de qua. A seguito di questo la vita del paziente torna ad essere “quasi normale”, può riprendere gran parte di quelle abitudini a cui era stato costretto a rinunciare e la sindrome sembra ormai essere sotto controllo. Trascorsi tre anni (siamo circa nel 1983), padre e figlio – ormai diciottenne – tornano in quel de la ville francese per il responso ultimo: sarà Antonio definitivamente guarito oppure dovrà continuare a sottoporsi alla terapia? <br />Apparentemente, il ragazzo sembra essersi ristabilito, il medico però, decide di sottoporlo ad un’ultima prova, la cd “prova da scatenamento” (oggi vietata e sconsigliata negli ambienti clinici). Padre e figlio, obbligati a causa di quest’ultima, a restare svegli per ben 48 ore consecutive (senza farmaci curativi e supportati soltanto da sorta di pillole a contenuto anfetaminico, atte e necessarie a evitare che il sonno sopraggiunga), si conosceranno, forse, per la prima volta, e, in questo colloquio inaspettato, riusciranno a mettersi a nudo, con le loro paure, forze e fragilità. Un’intimità, quella ritrovata, che Antonio, ricorda ormai da uomo adulto, con un vigore e una forza tale da far supporre che quei giorni siano celati in tempi brevi e non nei recessi della memoria. <br />Il tutto è avvalorato da una penna briosa, rapida, fluente e affatto impegnativa. La prima sensazione che coglie il lettore nello scorrimento delle vicende è, infatti, la leggerezza, nonostante, i contenuti, siano di indubbia riflessione. Carofiglio si distingue dal suo solito modus operandi ed anche se è percepibile la sua impronta “dietro” il componimento, non si può non apprezzare il tentativo di rinnovamento che in esso è racchiuso. Significativo anche il dato di provenienza delle vicende, liberamente ispirate a fatti realmente accaduti. <br />Una storia intensa, meditativa che tocca le corde più intime dei rapporti umani e familiari. </p><p>«Ero scettico e lui per convincermi ha citato un grande matematico polacco, Stefan Banach: diceva che i buoni matematici riescono a vedere le analogie ma i grandi matematici riescono a vedere le analogie tra le analogie. E’ una definizione geniale, e il mio amico diceva che la stessa cosa vale per i giuristi: quelli bravi colgono le analogie, le omogeneità e le disomogeneità, i grandi le analogie fra le analogie. Sono capaci di portare il discorso su un livello diverso.» </p><p>«Se la gente crede che la matematica non sia semplice, è soltanto perché non si rende conto di quanto complicata sia la vita»</p><br><br>Postato in: Le tre del mattino - Gianrico Carofiglio <a href="http://reanet.comune.empoli.fi.it/community/forum/reviews/show/115#post115">Mostra l'argomento</a> | <a href="http://reanet.comune.empoli.fi.it/community/forum/reviews/show/115#post115">Posta la risposta</a> Mon, 13 Nov 2017 18:05:35 +0100 http://reanet.comune.empoli.fi.it/community/forum/reviews/show/115#post115 Tre donne - Dacia Maraini http://reanet.comune.empoli.fi.it/community/forum/reviews/show/114#post114 <p>Gesuina, Maria e Loredana, rispettivamente, nonna, madre e figlia, sono le tre donne protagoniste dell’ultimo componimento di Dacia Maraini, persona di grande cultura e acume che ho avuto il piacere di incontrare ed ascoltare a più presentazioni. <br />Gesuina, ex attrice, ama l’amore e non vi si sottrae nonostante i suoi sessant’anni, circostanza quest’ultima che non è ben vista dalla nipote, la quale, ritiene che al contrario “alla sua età” dovrebbe comportarsi più da nonna e meno da ragazzina. <br />Maria, traduttrice, è colei che fa da ago della bilancia alla famiglia. Il suo vivere di libri la rende inconsapevole di quel che la circonda, di quel che le accade accanto. E’ apatica, autistica al mondo circostante, soltanto Francois, il grande amore con cui si scambia epistole in forma (ostinatamente ancora) cartacea riesce a riportarla nel mondo dei vivi e a farle battere il cuore. <br />Loredana, detta Lori, e i suoi piercing e tatuaggio del drago sulla schiena, figlia della predetta interprete, è in piena età adolescenziale, non conosce i valori e non sa gestire i sentimenti e le emozioni, è arrabbiata col mondo, è egoista, si interroga sul futuro e pone in contrasto la sua visione dell’Italia con quella del fidanzatino Tulù. E’ in continua ricerca di attenzioni, che mai arrivano. Al suo interno è timida e tenera. <br />Ciascuna è accomunata all’altra dai silenzi della quotidianità e dalla redazione di un piccolo diario in cui tutti i fatti e gli avvenimenti della giornata sono annotati con dovizia e cura. Mentre Gesuina li fa propri su un piccolo registratore portatile, Lori li redige su un quadernetto a fiori celato in un incavo della parete della propria camera e, invece, Maria, lo compone come se il suo interlocutore fosse il suo homme francese e dunque lo redige quasi sotto la forma di un’ulteriore missiva in cui annota lunghi pensieri e corpose parole sulle due coinquiline. <br />Un equilibrio labile e precario, quello descritto, che è destinato a disintegrarsi quando nelle loro esistenze, il grande amore irrompe non più platonicamente, su carta, bensì, in carne e ossa. L’irreparabile si insinua tra le mura della casa e quel che mai sarebbe dovuto accadere, accade. Da qui la mutazione dello scritto, la sua evoluzione. Le protagoniste sono costrette a far buon viso alle funeste circostanze, sono costrette a rimettersi in discussione, a fare i conti con i propri errori e le proprie paure. <br />Nel breve lungo racconto di Dacia Maraini, tema portante è la difficoltà della comunicazione nella società moderna e nella famiglia mixato, ad un’analisi della società stessa e della sua freneticità nonché a questa grande fame d’amore e di affetto che si palesa nelle anime e nei cuori dei personaggi delineati. Ciascuno ha un bisogno, una mancanza, una voglia di conoscere, una nostalgia di questo sentimento, un sentimento che da ognuna viene cercato nel luogo sbagliato, nel canale errato. <br />Tre esistenze, tre visioni della realtà, tre spaccati, tre impostazioni femministe e femminili diverse. <br />Ma se dal punto di vista contenutivo e degli intenti la novellatrice non delude, purtroppo viene spontaneo evidenziare che qualcosa nel testo manca. La sensazione è quella di incompletezza, per quasi 2/3 del romanzo (ovvero sino alla rivelazione dell’irreparabile che porta alla conclusione del componimento in poco più di 40/50 pagine su un volume di 204) ci si domanda dove ella voglia arrivare, cosa ci voglia dire. Molteplici sono le riflessioni che inserisce a più punti, meditazioni che chiaramente vogliono congiungere ad un disegno più grande ma che non sono immediatamente percepibili. Questo e il fatto che l’opera è narrata attraverso l’espediente del diario, rallentano la lettura (che badate bene, si esaurisce in poche ore) e ne fanno perdere di intensità. Sfiancano e quasi annoiano. E per quanto il conoscitore sia sconvolto dalla piega che le vicende prendono, per quanto chi legge sia invogliato all’analisi interiore, non può sopperire e venire meno a questi aspetti, a questi dati. <br />In conclusione, un libro introspettivo, piacevole ma anche incompleto, un volume che convince a metà. Da leggere ma non, se non si conosce l’autrice, come prima opera perché certamente non rappresenta quella che è la poetica della medesima. </p><p>«E’ proprio quello il bello, Lori, la tenerezza ha un suo valore nascosto ma profondo: la lentezza del pensiero, la lentezza della parola, la lentezza della scrittura, il grande privilegio di un tempo di sciatte velocità; la lentezza che pianta i suoi semi nella carne, allunga le radici, cresce, si fa foglia, fiore, albero, il respiro dell’universo.» </p><p>«Mi ha molto impressionato questa descrizione e credo di aver capito da quel racconto quale forza possano avere le parole quando diventano musica e pensiero: una struggente e commovente strategia di sopravvivenza» p. 16</p><br><br>Postato in: Tre donne - Dacia Maraini <a href="http://reanet.comune.empoli.fi.it/community/forum/reviews/show/114#post114">Mostra l'argomento</a> | <a href="http://reanet.comune.empoli.fi.it/community/forum/reviews/show/114#post114">Posta la risposta</a> Mon, 13 Nov 2017 18:03:15 +0100 http://reanet.comune.empoli.fi.it/community/forum/reviews/show/114#post114 Accabadora - Michela Murgia http://reanet.comune.empoli.fi.it/community/forum/reviews/show/113#post113 <p>Anni ’50, Soreni, Sardegna. Maria Listru, figlia di Anna Teresa Listru, è una fill’e anima. Quarta e ultima nata, viene adottata da Tzia Bonaria Urrai, nubile benestante e sarta di facciata. Sono i lustri in cui nell’entroterra sardo è diffusa la pratica del “fillus de anima” ovvero di quell’accordo ingenerato tra privati per cui si manifesta l’affidamento volontario e consensuale di un figlio da parte dei genitori a terze persone. La piccola si ritrova così in una nuova casa, con nuove regole perché quelle della madre adottiva sono legge di Dio e come tali vanno rispettate, e con uno spazio tutto per sé. L’anziana, resasi conto delle condizioni economiche e affettive in cui la giovane è vissuta, inizia un vero e proprio lavoro di ricostruzione, un lavoro atto a creare prima di tutto un rapporto di amore, di rispetto e di famiglia. <br />E quello che si instaura tra le due, è un legame fortissimo. Bonaria dona alla bambina istruzione, saggezza, intelligenza, severità, affetto e generosità, tanto che questa ha tutti gli strumenti per crescere sana e responsabile, ha tutti gli strumenti per crescere nella consapevolezza che alcune cose possono essere fatte, mentre altre, no. Questi concetti, purtroppo, non sempre e non necessariamente coincidono con l’idea filosofica del giusto e dello sbagliato. <br />Ma l’opera non si esaurisce con quanto sino ad ora esposto. Attorno alla figura di Bonaria si cela il mistero, il segreto. E’ oggetto e destinataria di domande, domande alle quali non può essere data risposta, domande, ancora, che semplicemente non possono essere poste. Maria si impegna a mantenere il silenzio, a domare la curiosità. Non sa spiegarsi il perché di quelle improvvise uscite notturne, ma sa anche che l’anziana è stata categorica in merito. Quando scoprirà quel che davvero si cela dietro la sua figura, quel che queste sortite notturne hanno ad oggetto, resterà destabilizzata e si staccherà da quel ventre materno che l’ha tirata sù per ritornarvi soltanto dopo aver maturato, soltanto quando alcuna parola è più necessaria perché ogni silenzio vale più di ogni verbo espresso. <br />Caratterizzato da un linguaggio curato, fluente, quasi magico, uno stile narrativo capace di far rivivere le tradizioni, le superstizioni e le credenze della cultura sarda, “Accabadora” è un romanzo che si auto conclude in appena una giornata ma che lascia il segno. L’intero suo scorrimento è caratterizzato da quell’alone del mito, della fiaba mixato alla trattazione di argomenti attuali ed infine, alla dimensione eterna. Quest’ultima è quella che parla dell’orgoglio, dei doveri di una figlia verso la madre e della madre verso la figlia, della vita, del significato che le attribuiamo, di quando questa perde quei connotati che siamo soliti riconoscere quali elementi giustificativi di dignità e di vivere. </p><p>«Perché Arrafiei era andato sulla neve del Piave con scarpe leggere che non servivano, e tu invece devi essere pronta. Italia o non Italia, tu dalle guerre devi tornare, figlia mia» </p><p>«Ci sono cose che si sanno e basta, e le prove sono solo conferma»</p><br><br>Postato in: Accabadora - Michela Murgia <a href="http://reanet.comune.empoli.fi.it/community/forum/reviews/show/113#post113">Mostra l'argomento</a> | <a href="http://reanet.comune.empoli.fi.it/community/forum/reviews/show/113#post113">Posta la risposta</a> Mon, 06 Nov 2017 17:59:08 +0100 http://reanet.comune.empoli.fi.it/community/forum/reviews/show/113#post113 Il libro dell'inquietudine - Fernando Pessoa http://reanet.comune.empoli.fi.it/community/forum/reviews/show/112#post112 <p>«Dal mio quarto piano sull’infinito, nella plausibile intimità della sera che sopraggiunge, a una finestra che dà sull’’inizio delle stelle, i miei sogni si muovono con l’accordo di un ritmo, con una distanza rivolta verso viaggi a paesi ignoti, o ipotetici, o semplicemente impossibili» p.25 </p><p>I pensieri racchiusi ne “Il libro dell’inquietudine” sono pura e semplice poesia, sono pura e semplice riflessione. Malinconici e intrisi di sentimento, essi giungono dritti al cuore del lettore che, inequivocabilmente non può che restarne affascinato, disturbato, trafitto. Soares, alterego dell’autore stesso, è eteronimo della personalità mutilata, dell’affettività, del raziocinio, della perdita, dell’affettività. Caratteristica, quest’ultima, che emerge in particolare nella seconda parte dell’opera, sezione in cui il protagonista si abbandona completamente al tedio. Non è attirato da alcunché, vive annullandosi, privandosi anche di quelle certezze e di quelle costanti affettive che sono proprie di ogni vita. Le emozioni diventano un qualcosa di a sé stante, si dimostrano essere un qualcosa che nasce dall’intelletto e non dall’esperienza di vita. Da ciò quest’ultima è percepita quale falsa, affetta dalla noia, è marcia, incurabile, perduta. E come questa, è percepita in tal senso, anche il dolore che viene provato lo è. Perché il novellatore è fingitore e per convivere con il malessere deve autoconvincersi che pure questo non è verità. <br />Pessoa rifiuta, ancora, la materia ed è mosso, nei suoi pensieri e nelle sue riflessioni, dallo sconforto. Uno sconforto che trova radice tra la dissipatezza tra mondo reale e sogno. Il mondo illumina l’uomo, gli dà vita, bellezza. Eppure, questo, si scontra con la dimensione onirica e con l’abito che ciascun essere umano è chiamato ad indossare. Egli, per primo, nutre un profondo disagio nel vestirlo. E’ stanco Fernando, è stanco di vivere di sogni, ne è ubriaco. Tanto che, stenta a ricordare quale sia la realtà. E’ stanco del rimpianto, della nostalgia, della consapevolezza del suo essere diverso da chi lo circonda, è stanco del suo non essere amato per la diversità. L’anima eccessivamente sensibile, dunque, finisce col chiudersi, col rifuggire al sentimento. E’ come se si rivestisse di una patina che gli impedisce di soffrire, di saggiare. Il suo sognare contrasta con l’assenza di praticità della sua mente, la sua consapevolezza di superiorità, si fronteggia, nuovamente, con quel muro di pietra che lo circonda. <br />Questa patina di protezione di cui si serra, procrastina la sua solitudine. Perché, seppur egli susciti simpatia, mai nessuno riesce a conoscerlo nel profondo. Mostra soltanto gli aspetti necessari, si apre ad amici immaginari in altrettanti caffè immaginari, rifugge nello scrivere che non è solo meditazione o valvola di sfogo ma pura e sempre necessità, e quindi si autocondanna all’insofferenza, all’isolamento. Né è conscio, così come è attratto dal nulla innanzi alla certezza dell’inutilità del suo sforzo “mistico”, ma tuttavia, non se ne distacca perché la vita è dolore, pena, crocefissione. L’uomo è carne, è azione, è omissione, è pensiero, è quel che accetta di essere. <br />E così, come l’artefice passeggia nei meandri della mente, del pensiero, dell’io, il lettore lo accompagna, passo passo, rapito da quella poetica e da quella penna magica di cui è insaziabile. Riflessioni, quelle descritte, che si evolvono nel procedere dell’opera, mutando, acquisendo – nella prima parte – e perdendo – nella seconda – colori, vitalità, come se l’anima si fosse distaccata dal corpo, dalla nostalgia, dalla sofferenza. La sensazione che ne scaturisce è quella del freddo, del vuoto, dell’assenza. Condizione, quest’ultima, che paradossalmente, porta ai massimi livelli le stesse percezioni che dovrebbero assuefarsi, anestetizzarsi, annullarsi. </p><p>«Lo svegliarsi di una città, che avvenga con la nebbia o altrimenti, per me è sempre più commovente dello spuntare del giorno in campagna. Ci sono molte più cose che tornano alla vita, ci sono molte più cose da aspettarsi quando il sole, invece di limitarsi a indorare (prima di luce oscura, poi di luce umida, infine di oro luminoso) i prati, le sporgenze degli arbusti, le palme delle mani delle foglie, moltiplica i suoi possibili effetti sulle finestre, sui muri, sui tetti [...]. Un'aurora in campagna mi fa star bene; un'aurora in città mi fa star bene e male, e perciò mi fa star meglio. Sì, perché la maggiore speranza che mi arreca possiede, come tutte le speranze, il sapore lontano e nostalgico di non essere realtà. Un mattino in campagna esiste; un mattino in città promette; il primo fa vivere; il secondo fa pensare. E io sentirò sempre, come i grandi maledetti, che è meglio pensare che vivere.» p. 56 <br />«Di solito attribuiamo alla nostra idea dell’ignoto il colore delle nostre nozioni del noto. Se la morte la definiamo un sonno, è perché essa ci sembra un sonno dal di fuori; se chiamiamo la morte una nuova vita è perché ci sembra una cosa diversa dalla vita. Attraverso piccoli malintesi nei confronti del reale noi costruiamo le fedi e le speranze, e così ci nutriamo di croste che chiamiamo dolci, come i bambini poveri che giocano ad essere felici. Ma è così la vita; o almeno è così quel particolare sistema di vita che di norma è definito civiltà. La civiltà consiste nel dare a qualcosa un nome che non è il suo, e poi sognare sul risultato. E in verità il nome falso e il sogno vero creano una nuova realtà. L'oggetto diventa veramente altro, perché noi l'abbiamo reso altro. Fabbrichiamo realtà. La materia prima è ancora la stessa ma la forma che l'arte le conferisce la allontana da se stessa. Un tavolo di pino è legno di pino, ma è anche tavolo. Ci sediamo al tavolo e non al pino. Un amore è un istinto sessuale, però non amiamo con l'istinto sessuale, ma presupponendo un altro sentimento. E quella supposizione è ormai, in effetti, un altro sentimento.» p. 76 </p><p>«Ogni sforzo è un delitto, perché ogni gesto è un sogno inerte» p. 206</p><br><br>Postato in: Il libro dell'inquietudine - Fernando Pessoa <a href="http://reanet.comune.empoli.fi.it/community/forum/reviews/show/112#post112">Mostra l'argomento</a> | <a href="http://reanet.comune.empoli.fi.it/community/forum/reviews/show/112#post112">Posta la risposta</a> Sat, 04 Nov 2017 13:25:11 +0100 http://reanet.comune.empoli.fi.it/community/forum/reviews/show/112#post112 La ballata di Iza http://reanet.comune.empoli.fi.it/community/forum/reviews/show/111#post111 <p>«Possibile che fosse morta anche lei e semplicemente non se ne fosse accorta? Possibile che una persona morisse prima di rendersene conto?» </p><p>Con “La ballata di Iza”, Magda Zsabò, dà vita ad un romanzo di grande intensità che si concentra su quelli che sono i rapporti umani e sulla sovente incapacità di essi. Alla base delle vicende narrate vi sono Etelka, un’anziana donna nata e cresciuta in un paesino di provincia, madre di Iza Szòcs, medico reumatologo residente in Pest, Vince, giudice riabilitato marito della vecchia e padre della giovane, Antal, ex marito della figlia e a sua volta dottore e Lidia, infermiera che ha vegliato sugli ultimi giorni di vita del magistrato. <br />Da una prima analisi l’opera chiaramente tende ad incentrarsi su quel che è il rapporto tra questa madre e questa figlia a seguito della morte del coniuge a causa di un cancro irreversibile. Di fatto, successivamente si stacca da questa visione per abbracciarne una più ampia e su larga scala. <br /> Per non lasciare la mamma da sola, Iza decide di portarla con sé in quel di Pest, luogo dove la collocherà e dove pretenderà, senza rendersene conto, l’impossibile. La giovane assume immediatamente un atteggiamento di controllo verso colei che l’ha cresciuta, la studia come se fosse un caso clinico, si affida ai parametri ottenuti dai vari esami cui costantemente la sottopone, ma mai si interroga sull’agire dell’altra, mai si domanda il perché di certi suoi comportamenti e/o silenzi. Rifugge a essi, rifugge a tutto quel che richiede una valutazione approfondita. Non tollera le sue iniziative, non ha pazienza e silenziosamente la condanna. Perfino il nuovo compagno, Domokos, scrittore, che rappresenta nell’opera colui che è chiamato con le parole a rendere e descrivere emozioni e sentimenti, percepirà sempre, sino al momento conclusivo del volume, la figura della professionista in modo non chiaro quando al contrario, vivo sarà il dolore percepito al pensiero di questa attempata vedova. Tutto quel che viene fatto dall’anziana per cercare di dimostrare il suo affetto, per cercare di rendersi utile in questa realtà in cui dalla mattina alla sera si ritrova, è mal visto dalla dottoressa e, per riflesso, da chi la circonda tanto che, a furia di essere ammonita o brontolata, finisce col perdersi, con il dimenticare chi è. Non sa più pensare, non sa più fare alcunché. Perché i giovani hanno sicuramente ragione, perché Iza certamente sa quel che è giusto e quel che è sbagliato, quel che è corretto fare e quel che non lo è. Capisce di suscitare pena in chi le è accanto, ritiene di rappresentare un peso, vive come se lo fosse e nessuno – tranne forse lo scrittore e Antal che purtroppo risiede in una città lontana – si prefigge di dissuaderla da questa convinzione. Da questo momento le sue giornate sono scandite da solitari viaggi in tram o da lunghe soste nella propria stanza a fissare il vuoto e ad interloquire silenziosamente con il defunto marito. <br />Nel mentre, Antal, figlio di un acquaiolo, nato dal nulla e cresciuto in collegio grazie alle sovvenzioni di un avvocato che per anni doveva nascondere la propria colpa nella catastrofe che ha determinato il decesso del padre di questo, ristruttura l’abitazione della famiglia Szòcs, luogo che ha acquistato e in cui è tornato a vivere insieme a Capitano, leprotto che ha da sempre accompagnato le vicende dei protagonisti. Alcuno riesce a spiegarsi perché dopo quattro anni di matrimonio abbia deciso di interrompere la sua relazione con la collega. Nessuno è in grado di darsene una spiegazione. Il lettore, pagina dopo pagina arriverà a comprendere quelle che sono le motivazioni, quel filo a cui lo stesso ha dovuto aggrapparsi pur di non affondare, pur di non lasciarsi annientare da questa donna così fredda, maniaca del controllo, autistica alle emozioni, anaempatica, egoista. Perché Iza è una donna altruista solo in apparenza. I suoi gesti di cura, aiuto e apprensione verso il prossimo non sono mai mossi da uno spirito di autenticità, i suoi comportamenti, le sue imprese, parole e azioni sono sempre ponderate, calibrate al dettaglio, esposte in funzione di quel che l’interlocutore materialmente è dovuto a sapere. Cercherà anche, l’uomo, di salvare la cara mamma a cui si è affezionato nel tempo e da cui ha odiato distaccarsi col divorzio, ma sarà ormai troppo tardi. Perché quella sete di Etelka non può in alcun modo essere placata. La sua è una sete, inarrestabile, descritta con grande forza nel capitolo intitolato, appunto, “Acqua”. Ancora, a niente è servito il richiamo di Iza, ormai è troppo tardi, la sua è una ballata che non può che essere condotta che in solitudine. <br />Suddiviso in quattro grandi capitoli intitolati “Terra”, “Fuoco”, “Acqua”, “Aria” e caratterizzato da uno stile limpido, forte, duro, che trafigge chi legge trasmutandolo nella dimensione descritta, Magda Szabo dona al conoscitore un testo di grande empatia e contenuto, un volume che si percepisce con mano e che seppur in modo diverso rispetto a “La porta” resta indelebile nel cuore e nell’animo di chi legge. Potrei dire ancora molto, su questo elaborato, ma decido volontariamente di fermarmi per non rovinarvi il gusto di una lettura che sinceramente consiglio. </p><p>«Aveva ragione, aveva di nuovo perfettamente ragione, ma le persone anziane hanno passato la vita insieme ai loro oggetti, per loro ogni cosa possiede un valore molto più profondo che per i giovani» </p><p>«Ogni giorno si raccontava che Iza non l’aveva lasciata sola nella sua vecchia casa, aveva sistemato ogni cosa al suo posto, le aveva impedito di lavorare, si prendeva cura di lei, la ricopriva di doni. Dopo piangeva, a lungo, piena di vergogna, perplessa.»</p><br><br>Postato in: La ballata di Iza <a href="http://reanet.comune.empoli.fi.it/community/forum/reviews/show/111#post111">Mostra l'argomento</a> | <a href="http://reanet.comune.empoli.fi.it/community/forum/reviews/show/111#post111">Posta la risposta</a> Mon, 30 Oct 2017 18:23:08 +0100 http://reanet.comune.empoli.fi.it/community/forum/reviews/show/111#post111 Beren e Lúthien - John Ronald Reuel Tolkien http://reanet.comune.empoli.fi.it/community/forum/reviews/show/110#post110 <p>Come molti sapranno, la storia originale di Beren e Lùthien è contenuta nel Silmarillion, opera mitopoietica composta da J.R.R. Tolkien e pubblicata postuma, nel 1977, dal figlio Christopher in collaborazione con Guy Gavriel Kay. <br />In questa edizione pubblicata dalla Bompiani, edizione arricchita ed avvalorata dalle precise e meticolose illustrazioni di Alan Lee, ci ritroviamo ad Arda, dove Beren, un cacciatore mortale che vive nei boschi, incontra per la prima volta, Lùthien, una bellissima elfa. Tra i due scoppia immediatamente l’amore, un sentimento però a cui si oppone il padre della ragazza che per disincentivarne il proseguo pone un vincolo a Beren: soltanto se questo sarà in grado di portargli uno dei Silmaril che si trovano incastonati nella corona di Morgoth, potrà avere in sposa la figlia. E’ chiaro sin dal principio che trattasi di un’impresa disperata, eppure, l’uomo, grazie all’aiuto della compagna stessa, riesce ad impossessarsi dell’oggetto imposto dal genitore quale dazio al loro amore. <br />Una storia, quella descritta, fortemente empatica e che certamente non mancherà di fare breccia nel cuore degli appassionati. Eh sì, perché Tolkien ha da sempre sentito detta vicenda quale fortemente vicina, rivivendo con essa quella era la sua personalissima storia d’amore con la moglie Edith (n.b. sulle lapidi delle rispettive tombe, sono stati, non a caso incisi, proprio i nomi di Beren e Lùthien), talché non si è risparmiato nel descriverne le avversità, i dilemmi, le difficoltà relative ai preconcetti, all’appartenenza a due diverse razze. E vi è riuscito semplicemente avvalendosi di un linguaggio poetico, ricco, elegante, che accarezza ed accompagna chi legge. <br />Nello specifico l’opera si presenta in una doppia chiave di lettura: da un lato è in prosa, dall’altro in versi. Christoper Tolkien, con meticolosità matematica, si prefigge l’obiettivo di mostrare quelli che sono gli sviluppi della leggenda inerente a questi personaggi e per farlo si avvale proprio di questa duplice impostazione. Suo scopo principale è quello di riuscire a riportare alla luce i passaggi più descrittivi e significativi della drammaticità del sentimento, elementi che purtroppo hanno finito col perdersi nello stile riassuntivo e condensato del Silmarillion, elementi ancora, che in alcuni casi vedono la luce per la prima volta. <br />Il fine di questo volume è dunque ben diverso da quello dei tomi della “History of Middle-Earth” da cui scaturisce, obiettivo infatti non è quello di fungere da appendice a quei libri bensì di provare ad estrarre da questi un elemento narrativo che era, nella complessità dei predetti, in continua metamorfosi, evoluzione. Conseguenza inevitabile di questa scelta è che il libro non può prestarsi alla lettura di tutti indiscriminatamente. Anzi. <br />Esso si presenta ottimo ed adatto alla lettura di chi ha conosciuto ed amato la storia di Beren e Lùthien né il Silmarillion perché consente di ricostruire ed approfondire tutte quelle varie tappe che hanno portato alla maturazione degli eventi, ma non anche a chi, al contrario ne è digiuno. Per questi ultimi, scoprire dei dettagli delle prime stesure del racconto, o ancora trovarsi innanzi ad una novella che alterna due modalità narrative può essere destabilizzane e rischiare di far perdere di attenzione. E’ vero che il linguaggio adottato è meno pedante rispetto che ad altre opere dell’autore, tanto che quindi la fruizione è più agevole, ma è anche altrettanto vero che per poter apprezzare gli approfondimenti che sono alla radice dell’ideazione del componimento, è necessaria una conoscenza almeno minima delle avventure. Non solo, la sensazione a più riprese è quella di trovarsi di fronte ad una antologia vera e propria. <br />In conclusione, una storia per anime romantiche arricchita da illustrazioni ineccepibili e per gli appassionati di storie fantastiche.</p><br><br>Postato in: Beren e Lúthien - John Ronald Reuel Tolkien <a href="http://reanet.comune.empoli.fi.it/community/forum/reviews/show/110#post110">Mostra l'argomento</a> | <a href="http://reanet.comune.empoli.fi.it/community/forum/reviews/show/110#post110">Posta la risposta</a> Sat, 28 Oct 2017 12:59:57 +0200 http://reanet.comune.empoli.fi.it/community/forum/reviews/show/110#post110 Il cerchio - Dave Eggers http://reanet.comune.empoli.fi.it/community/forum/reviews/show/109#post109 <p>Quando George Orwell nel 1949 – data della prima pubblicazione – dette luce a “1984” mai avrebbe pensato che le sue parole potessero rivelarsi tanto profetiche quanto reali e di ispirazione. Molteplici sono i romanzi che hanno tratto spunto dalle opere del passato, molteplici sono i componimenti che anche involontariamente, ne rievocano le sensazioni. Questo è un po’ quel che accade con “Il cerchio” di Dave Eggers classe 2014. <br />Sin dalle prime battute, infatti, il rimando a Orwell e ad altri scrittori del medesimo filone, è inevitabile. Soltanto che, in questo caso, Eggers, traspone e concentra le conseguenze del presente su un futuro nemmeno poi così lontano e dispotico se si pensa alla realtà in cui oggigiorno viviamo, una realtà scandita dai social network. Partendo da questo assunto, ed inevitabilmente estremizzandolo, l’americano concretizza e realizza una perfetta fotografia della società attuale. <br />Mae Holland, ventiseienne, viene assunta – su raccomandazione dell’amica universitaria Annie – al “Cerchio”, un luogo che non è solo e soltanto un posto dove il lavoro si estrinseca, quanto un vero e proprio centro di ricerca e gestione delle informazioni web nonché una location in cui materialmente il dipendente è chiamato a vivere. Il giudizio, infatti, sul rendimento è determinato tanto dall’effettiva produttività (calcolata al minuto su un indice di 100% quale valore massimo e 0 quale minimo e con una soglia di merito che non deve mai scendere sotto il 95%) ma anche dalle interazioni sociali a cui il medesimo operatore partecipa. Da un monitor, la ragazza, finisce con il trovarsi a lavorare con oltre 9 schermi, ed è chiamata a rendere nota qualsiasi informazioni ad essa attinente. Più interagisce, si iscrive ai vari gruppi, dialoga e risponde alle singole richieste degli utenti, più la sua posizione in classifica va a salire e a procrastinarsi ai massimi livelli. All’interno del Cerchio c’è tutto, dai centri benessere, all’assicurazione sanitaria per gli impiegati e i loro familiari, a controlli medici costanti che si estrinsecano di settimana in settimana e che tengono sotto controllo giornalmente, mediante degli appositi braccialetti, ogni funzione vitale degli stessi. Mantra dell’organizzazione è la trasparenza. Gli strumenti digitali non sono altro che il miglior mezzo per diffonderla, garantirla. Dunque, perché nascondersi? Perché celare? Perché avere dei segreti? <br />Di fatto, in questo sistema, “TUTTO QUELLO CHE SUCCEDE DEVE ESSERE CONOSCIUTO”, e dunque, “LA PRIVACY E’ UN FURTO. I SEGRETI SONO BUGIE: CONDIVIDERE E’ PRENDERSI CURA”. <br />Il risultato finale è che si perdono completamente le interazioni sociali, la vita diventa un film (un po’ come già nel quotidiano accade) e tutto quello che è realtà finisce col fondersi con la finzione. Indistinguibile è l’una dall’altra. E Mae, sarà l’emblema di questo risultato. Accetterà di farsi filmare 24 h su 24, perderà il confine tra il pubblico e il privato e sarà talmente parte del meccanismo che la visione di chi, come Mercer o i suoi genitori, al contrario ne è estraneo, sarà rifiutata, interdetta. Diventa, semplicemente autistica ad ogni emozione, stimolazione esterna. Significativi in questo senso sono alcuni passaggi dell’opera in cui i rapporti con l’amica di sempre Annie risultano sfalzati, non veritieri, artefatti, e nonché quelli con l’ex fidanzato e i genitori, figure che arrivano a rifiutare qualsiasi rapporto con lei, soprattutto a seguito della cena che si tiene presso l’abitazione natia della ragazza. Durante lo svolgimento di questa, la donna non alza la testa dal proprio dispositivo telefonico e, oltretutto, non resiste alla tentazione di condividere l’immagine del lavoro del vecchio compagno. In un’altra occasione, purtroppo, rivela anche alcuni aspetti dell’intimità dei genitori, carattere questo che porterà alla rottura di ogni legame. Vano, relativo e superfluo ogni tentativo di cancellare le riprese, perché al “Cerchio” nulla può venire meno. Deve stare tranquilla, Mae, tempo qualche giorno e la notizia passerà in secondo piano. <br />Con il proseguo dell’opera vedremo ancora come la trasparenza giunga a tramutarsi in controllo, anche politico. Il singolo non è consapevole di quel che fa nel collettivo così come il cerchio finisce con l’essere una entità che con i suoi tentatoli arraffa e divora tutto quel che trova sulla sua strada. <br />Ciò avviene mediante l’ausilio di un linguaggio a volte farraginoso e non molto fluente ma che si caratterizza e confà perfettamente a quelle che sono le vicende narrate. L’impressione può essere quella di trovarsi in un “reality show”, ma essendo le circostanze così vicine e palpabili, chi legge finisce con il ravvisarvi situazioni realmente vissute tanto che non può sottrarsi alla riflessione. E come il Cerchio risulta snervante per i protagonisti dell’opera – anche per quelli assuefatti – lo è anche per il lettore che si sente in gabbia, si sente destabilizzato. “Il cerchio” riesce a trasmutare l’avventuriero conoscitore nelle vicende, tanto che l’effetto del sistema è percepibile su pelle con ogni suo retroscena. Perfettamente calzante anche il finale. <br />In conclusione, una lettura riflessiva, intelligente, non frivola, destabilizzante, attuale e non così lontana. </p><p>«Mercer, il Cerchio è un gruppo di persone come me. Stai dicendo che in qualche modo siamo tutti in una stanza, in qualche posto, a sorvegliarti, a progettare il dominio del Mondo?» <br />«No. Prima di tutto, lo so che è tutta gente come te. Ed è questa la cosa più terrificante. Individualmente voi non sapete quello che fate collettivamente. Però, in secondo luogo, non dovreste fare troppo affidamento sulla benevolenza dei vostri capi. Per anni c’è stato un tempo felice in cui gli uomini che avevano il controllo dei più importanti canali Intenet erano davvero persone abbastanza perbene. O almeno erano rapaci e vendicativi. Ma io ho sempre avuto questa preoccupazione: e se qualcuno volesse usare questo potere per punire quelli che l’hanno sfidato?» <br />«Che stai dicendo?» <br />«Credi che sia solo una coincidenza se ogni volta che un membro del Congresso o un blogger parla di monopolio viene immediatamente coinvolto in una terribile controversia a base di sesso, pornografia e stregoneria? Per vent’anni Internet ha avuto la possibilità di rovinare chiunque in due minuti, ma nessuno, fino ai tuoi Tre Saggi, o almeno a uno di loro, si è mai proposto di farlo veramente. Vuoi farmi credere che questa per te è una novità?» <br />«Sei davvero paranoico. [...] Per cent’anni sono esistiti dei lattai che ti portavano il latte, dei fornai che ti portavano il pane…» <br />«Ma il lattaio non mi scannerizzava la casa!» <br />«E con questo? Non vuoi che la Charmin sappia quanta della loro carta igienica consumi?» <br />«No, Mae, è diverso. Sarebbe più facile da capire. Qui, però, non ci sono oppressori. Nessuno ti obbliga a farlo. Te li lasci mettere spontaneamente, questi lacci. E spontaneamente diventi del tutto autistica nella sfera dei rapporti sociali. Non raccogli più suggerimenti basilari della comunicazione interpersonale. Sei a tavola con tre esseri umani che ti guardano, tutti, e cercano di parlare con te, e tu resti incollata a uno schermo cercando degli estranei in qualche parte del mondo.»</p><br><br>Postato in: Il cerchio - Dave Eggers <a href="http://reanet.comune.empoli.fi.it/community/forum/reviews/show/109#post109">Mostra l'argomento</a> | <a href="http://reanet.comune.empoli.fi.it/community/forum/reviews/show/109#post109">Posta la risposta</a> Sat, 28 Oct 2017 12:58:44 +0200 http://reanet.comune.empoli.fi.it/community/forum/reviews/show/109#post109 La colonna di fuoco - Ken Follett http://reanet.comune.empoli.fi.it/community/forum/reviews/show/108#post108 <p>«Era sempre stata lì, ogni giorno della sua vita: solo il cielo sopra di essa cambiava con le stagioni. Gli diede una vaga ma potente sensazione di conforto. Le persone nascevano e morivano, le città prosperavano e tramontavano, le guerre cominciavano e finivano, ma la cattedrale di Kingsbridge sarebbe rimasta fino il giorno del giudizio» </p><p>Con “La colonna di fuoco”, classe 2017, giunge a termine la trilogia iniziata nel 1989 con “I Pilastri della Terra”, proseguita con il “Mondo senza fine” edito nel 2007 ed avente ad oggetto le vicende storiche tra il XII al XVI secolo. <br />Gli avvenimenti si aprono nel Gennaio del 1558 a Kingsbridge, città immaginaria inglese teatro delle avventure sin dal primo romanzo, con il ritorno a casa del diciottenne Ned Willard, dopo un anno di assenza e di permanenza in quel di Calais. La situazione sin da subito appare ben diversa da come l’aveva lasciata: se da un lato, problematiche di espansione e mantenimento territoriale si affacciano nella realtà del popolo britannico, dall’altro, il cuore del giovane è messo a dura prova vedendosi sottrarre, Margery, la donna che ama, a causa di un matrimonio combinato atto a garantire alla famiglia Fitzgerald, aristocratica, il titolo nobiliare. Mentre Ned è, infatti, un protestante e un commerciante, Bart Shiring, visconte di Shiring, cattolico, è considerato il pretendente perfetto per raggiungere l’obiettivo della famiglia. Della volontà della quindicenne, dei suoi sentimenti, non può tenersi conto, lo scopo finale ha priorità assoluta. E proprio per questo, non esistono scrupoli, tanto che i genitori decidono di far leva sulla profonda fede e devozione in Dio della futura moglie, pur di, strapparle la promessa di acconsentire all’unione. <br />Costretto a lasciare nuovamente Kingsbridge, ed ingaggiato da Sir William Cecil, il consigliere di Elisabetta Tudor che dopo la sua incoronazione vedrà tutta l’Europa rivolgerglisi contro e che affiderà a quest’ultimo il compito di creare una rete di spionaggio incaricata di proteggerla dai numerosi attacchi nemici, il protagonista si ritroverà ad essere uno degli uomini a far parte dei primi servizi segreti britannici esistenti. Il suo amore per la giovane Margery sembra ormai condannato, e per quasi mezzo secolo, questa condizione parrà essere procrastinata. Ma sarà davvero così? <br />Nel contempo, mentre la lotta tra cattolici e protestanti ha raggiunto livelli particolarmente infuocati, la Francia ha dichiarato guerra alla Spagna per il controllo del regno di Napoli e altri stati della penisola italiana, e l’Inghilterra si è schierata con la Spagna. La Francia, di fatto, riesce a riprendersi Calais ma non anche gli stati italiani tanto agognati. <br />In questo contesto si inserisce Pierre Aumande, figlio illegittimo di una mungitrice di Thonnance-les-Joinville residente a Parigi, che vivendo di espedienti, una volta al cospetto della famiglia Guisa non esita ad accettare l’incarico di ricerca dei protestanti. L’investigazione su questi ultimi, sui luoghi da loro frequentati ed in cui si riuniscono per celebrare i “riti blasfemi” nonché sui loro modi di diffusione del credo, porteranno all’introduzione della figura di Sylvie Palot, figlia di Giles e Isabelle Paolt, la cui casa è sita all’ombra della grande cattedrale di Notre-Dame, abitazione al cui pian terreno si colloca il negozio di famiglia, esercizio destinato alla vendita e produzione di libri. Altra unione politica fondamentale, sarà quella tra Francesco, quattordicenne figlio maggiore di Enrico II e della regina Caterina ed erede al trono di Francia, e Maria Stuarda, una rossa di straordinaria bellezza di appena quindici anni, regina di Scozia. <br />Sul versante di Siviglia, Barney Willard dovrà in primo luogo affrontare problemi legati alle persecuzioni religiose, assisteremo infatti a proclamazioni di ereticità avverso tutte le confessioni diverse dalla cattolica, ed in particolare, avverso la protestante e la musulmana. Ebrima, mandingo di origine, servo all’inizio del racconto, riuscirà a diventare un uomo libero, e dunque a realizzare il suo sogno. <br />E’ in questo scenario che si insinuano, ancora, le famiglie Wolman e Willemsen, atte a rappresentare i Paesi Bassi; è in questo scenario che gli estremisti clericali seminano volenza, sfruttando i diversi culti a proprio interesse e valenza, poiché fine essenziale è quello di imporre a prescindere da tutto, il potere e la supremazia, poiché fine essenziale è vincere sulla tolleranza e sul compromesso, nonché, piegarne i sostenitori. <br />Attraverso un linguaggio fluente, avvalorato altresì da una serie di personaggi ben costruiti che sanno amalgamarsi perfettamente ai protagonisti che hanno fatto la storia (a titolo esemplificativo possono annoverarsi tra i presenti: Maria Tudor, Elisabetta Tudor, Sir William Cecil, Sir William Allen, Sir Francis Walsingham, Enrico II, Caterina De Medici, Maria Stuarda, Giacomo Stuart, Giacomo VI di Scozia e re Giacommo I D’Inghilterra, e molti altri ancora), Ken Follett dà vita ad un romanzo storico di grande spessore, un elaborato completo sotto tutti i punti di vista, uno scritto che è capace di conquistare il cuore di lettori eterogenei, anche di quelli che non sono tra gli amanti del genere. <br />E vi riesce grazie ad un’impostazione chiara ed esaustiva, un’impostazione che tramite il mutamento di prospettiva (si passa dalla Gran Bretagna, alla Francia, passando per la Spagna e per i Paesi Bassi) nulla risparmia e nulla lascia al caso. Non solo. L’opera è completata da minuziose descrizioni (che consentono a chi legge di rivivere sulla pelle le avventure delineate) nonché da dialoghi ben calibrati e bilanciati tra loro, dialoghi che sono fondamentali per la delineazione degli eroi che colorano queste pagine. Il risultato finale è quello di trovarsi di fronte ad una perla di semplice e rara bellezza, una perla che seppur dipani le sue vicende in secoli turbolenti ma ad oggi lontani, in realtà si presenta e si palesa di grande attualità. <br />Questo, grazie anche – e non di meno – alle molteplici tematiche che vengono affrontate. L’inglese non si risparmia e con occhio acuto riesce a mixare problematiche quali il conflitto religioso, le guerre ivi relative, le ostilità radicabili nell’estremizzazione del concetto di razza, di sangue puro ed impuro, gli odi, le discriminazioni, le violenze del più forte sul più debole, la questione e posizione femminile, le lotte di potere e di avidità, ed anche quel desiderio sempre più pressante di libertà, una libertà sognata, irrealizzabile, e di poi conquistata, ma così difficile da mantenere…….. Perché, quando si può davvero affermare di essere liberi? Cos’è questo concetto così labile, inconcreto, intangibile eppure fondamentale per la vita di ognuno di noi? Quando possiamo veramente ritenerci privi di catene? <br />In conclusione, Ken Follett non delude e regala al grande pubblico la degna conclusione per una eccelsa trilogia. “La colonna di fuoco” si fa amare sin dalle prime battute e chiede a gran voce di essere letta perché sa che non scontenterà. Ed è proprio così. Non disillude, bensì, regala emozioni e riflessioni di non poco conto.</p><br><br>Postato in: La colonna di fuoco - Ken Follett <a href="http://reanet.comune.empoli.fi.it/community/forum/reviews/show/108#post108">Mostra l'argomento</a> | <a href="http://reanet.comune.empoli.fi.it/community/forum/reviews/show/108#post108">Posta la risposta</a> Tue, 17 Oct 2017 10:14:42 +0200 http://reanet.comune.empoli.fi.it/community/forum/reviews/show/108#post108 Il mare dove non si tocca - Fabio Genovesi http://reanet.comune.empoli.fi.it/community/forum/reviews/show/107#post107 <p>«Le storie vengono da lontano, ma respirano sott’acqua e hanno ali giganti per raggiungerti ovunque» </p><p>Fabio ha soltanto sei anni quando scopre che i suoi undici nonni con undici nomi tutti con la a (perfino Rolando, che non si capisce perché proprio così dovesse chiamarsi l’ultimo figlio, ma che problema vuoi che sia, si aggiunge una vocale e il gioco è fatto, Arolando, eccolo qua!) e di cui dieci scapoli ed uno coniugato, unico soggetto dal quale è nato di fatto suo padre Giorgio e quindi anche unico legittimato ad essere chiamato per davvero “nonno” da quell’unico nipote che il medesimo rappresenta, non sono in realtà nonni bensì zii. “Eh”, dicono loro innanzi a detta constatazione, “lo sapevamo che non dovevamo mandarti a scuola!”. Eppure Fabio che con questi zii ci è cresciuto, che con questi zii ha imparato a far di conto e a tirar su un perfetto pollaio, non potrebbe mai immaginare la sua vita privata della loro presenza. <br />Una crescita, la sua, in quel de “Il villaggio Mancini” (in cui è chiaramente fatto divieto di entrare), ben diversa da quella degli altri bambini poiché unica nel suo genere. Giunge infatti all’età della scuola dell’obbligo con tutti i giorni della settimana suddivisi per trascorrere del tempo con i familiari e mai, è per lui disponibile, un giorno libero, un giorno di riposo, da trascorrere con i coetanei, o ancora giunge alla scuola dell’obbligo senza saper giocare a nascondino eppure super aggiornato circa gli esiti del Festival Della Canzone italiana di quell’anno. Vogliamo poi aggiungerci la storia della maledizione? Aramis, Aldo, Athos, Adelmo e tutti gli altri fratelli, sono stati vittima di un sortilegio che ne ha comportato la follia: a detta dei più, difatti, se gli uomini della famiglia Mancini non si sposano entro i quarant’anni, diventano matti. Semplice e chiaro. <br />Stranezze, in cui la giovinezza del protagonista si dipana, evolvendosi pagina dopo pagina con naturale maturale della persona. Stranezze che disorientano, ma soltanto in apparenza. <br />L’opera di Genovesi, ripercorre, passo passo il diventar grande di Fabio stesso, e nell’esposizione delle vicissitudini attinenti al ragazzino – di poi uomo – si nascondo e celano molteplici riflessioni su quello che è il senso della vita, su quello che significa esistere, cercare e trovare la propria strada, far proprio un desiderio, un sogno, consentirgli di diventare realtà. <br />Perché tutto, è riassumibile non tanto al problema, quanto, all’atteggiamento di fronte al problema. Come l’autore ha più volte ribadito, anche durante la presentazione a cui personalmente ho avuto modo di partecipare, saremo contestati e messi in discussione per qualsiasi cosa, ma questa è solo e soltanto la CROSTA. Scavando nelle profondità di quest’ultima, cercando, incuneandosi, non mancheremo di riflettere su quei “Calamari giganti” che nelle spazio più intimo ed oscuro del mondo, con i loro tentacoli, lottano, nuotano, si cibano. <br />Il toscano ci ricorda ancora che ciascuno ha un proprio percorso, un tragitto che magari si fa attendere, che magari ci lascia perplessi, che magari tarda a farsi scoprire e raggiungere, ma che prima o poi arriva. </p><p>«Perché i pesce tuo non te lo prende nessuno. Nuota strano, nuota a caso, ma eccolo che arriva da te.» </p><p>E quando arriva tutti i tasselli del puzzle si incuneano al loro posto, formando quel disegno così arcano ed oscuro che ci ha lasciato interdetti, che ci ha lasciato basiti, spaesati innanzi alle circostanze, innanzi ai colpi al fianco che non mancano mai nello scorrere dei giorni. Così come, ci sprona ancora l’autore, ciascuno ha la sua storia. Una storia in discesa ed in ascesa, una storia in bilico e una storia di certezze, una storia che talvolta si interseca alle altre, una storia che talvolta è e resta parallela a quegli incontri che sono determinanti nell’esistenza. Un destino, a cui non è possibile sottrarsi, perché la storia, se mixata al proprio “pesce” piano piano riporta lì, a quel quadro dipinto e ricco di colori. <br />Con “Il mare dove non si tocca”, Fabio Genovesi si mette a nudo raccontandoci e romanzandoci quella che è stata la sua infanzia, ma anche destinandoci di riflessioni e di analisi che lasciano il segno. Al tutto si somma uno stile che si conforma perfettamente all’età del personaggio delineato, uno stile fluente che conduce, che non lascia spazi e che non molla sino alla conclusione dell’opera. A completezza, ancora, si inseriscono attimi di pura ilarità e genialità, dove, eroi indiscussi sono gli zii e le avventure che li vedono protagonisti. <br />Tra tutte le opere a sua firma, certamente, questa nuova proposta editoriale, è tra le migliori e merita di essere letta. Un poco alla volta, o tutta d’un fiato, ma non delude. <br />In conclusione, esilarante, riflessivo, indelebile. </p><p>«Poi però l’ho capito che l’anima di ogni persona è proprio questa qua: è la sua storia da raccontare, e più è bella e più vola fra le bocche e le orecchie e dura nel tempo. Il tuo corpo finisce in una cassa, ma la tua storia viaggia per il mondo, viaggia per sempre. […] Per farlo vergognare di avermi chiamato pazzo. Perché pazzi erano quelli che le decidevano le guerre e ci mandavano a morire le persone. [..] Però lui non aveva ragione, e magari non ce l’avevo nemmeno io, ma chi se ne frega. E’ per avere ragione che cominciano le guerre, poi a forza di bombe e cannoni te lo scordi e sono solo medaglie sul peto e morti sottoterra. E allora sarò strano, sarò pazzo, non lo so e non mi importa. So solo che lascio il modulo com’è, sbagliato e giusto insieme, e corro giù. Una stesa di scale e la strada, e la mia storia vola già da un’altra parte.»</p><br><br>Postato in: Il mare dove non si tocca - Fabio Genovesi <a href="http://reanet.comune.empoli.fi.it/community/forum/reviews/show/107#post107">Mostra l'argomento</a> | <a href="http://reanet.comune.empoli.fi.it/community/forum/reviews/show/107#post107">Posta la risposta</a> Sat, 30 Sep 2017 18:29:22 +0200 http://reanet.comune.empoli.fi.it/community/forum/reviews/show/107#post107 La ciociara - Alberto Moravia http://reanet.comune.empoli.fi.it/community/forum/reviews/show/106#post106 <p>«Così è la guerra, pensai: tutto sembra normale e invece, sotto sotto, il tarlo della guerra ha camminato e gli uomini hanno paura e scappano, mentre la campagna, lei, continua, indifferente, a buttar fuori frutta, grano, erba e piante come se nulla fosse» </p><p>Classe 1957, “La Ciociara” è il risultato dell’esperienza vissuta in prima persona da Moravia durante i nove mesi di permanenza in quel di Fondi, e più precisamente, del periodo intercorrente tra il settembre del 1943 ed il maggio del 1944. <br />Traendo spunto da un fatto realmente accaduto, l’autore introduce il personaggio di Cesira, contadina originaria della Ciociaria, trasferitasi a Roma a seguito del matrimonio con un pizzicagnolo, il quale venuto a mancare prematuramente le lascia in eredità non solo il negozio (a cui si somma un’attività di borsa nera sempre più promettente), non solo l’abitazione, ma anche, Rosetta, la figlia della coppia, giovane, ingenua, casta e pura. <br />A causa del sempre più costante e presente pericolo della guerra, la madre decide di abbandonare la capitale per tornare nella terra natia dai genitori. Sin dal principio il viaggio si dimostra essere ricco di rischi, minacce e azzardi, eppure, la donna non transige: a Roma non si torna, la campagna e, di poi, le montagne sono la sola destinazione, l’unico riparo a cui possono auspicare, e nulla e nessuno può farla desistere dal proposito. <br />Ma si sa, tutto ha un prezzo, tutto si paga e tutto il seminato pian piano ritorna. E’ così anche per Cesira e per Rosetta che tra quei monti tanto agognati, tra quei pastori tanto furbi e disperati, tra povertà ed ignoranza, cercano di sopravvivere, aggrappandosi, come tutti, alla speranza della liberazione, un giorno, e a quella della vittoria dei tedeschi, un altro. <br />Tra tutti, soltanto Michele, che è il personaggio chiave dell’opera, sembra essersi reso davvero conto di quel che significa la Guerra, di quel che questa realmente è e rappresenta. Perché quel che essa determina, lascia e comporta, non è soltanto la morte, ma anche e non di meno, una vera e propria devastazione dell’essere, un vero e proprio oltraggio alla cultura, alla tradizione, all’individuo, alla libertà, alla vita. Perché il conflitto colpisce l’onestà, la pietà, la ragione. E trasforma, muta, plasma a sua immagine e somiglianza sino a che non subentra la paura, un istinto primordiale che dall’interno consuma e divora ogni boccone di speranza, di buoni propositi, di futuro. Pochi si interrogano su quelle che sono le cause che hanno portato alle armi, l’unico pensiero è il cibo, sia quando c’è che quando non c’è, l’unico moto che spinge ad andare avanti è l’idea del domani. Siamo pedine in mano ad altri, alleati, nemici, presunti “amici”. </p><p>« ”Se tu sapessi di dover morire domani, parleresti di roba da mangiare?” “No”. “Ebbene, noi siamo in questa condizione. Domani o tra molti anni, non importa, moriremo. E dovremmo, dunque, in attesa della morte, parlare e occuparci di sciocchezze?” Io non capivo bene e insistetti: “Ma di che cosa dovremmo allora parlare?” Lui ci pensò ancora una volta e disse: ”Nella presente situazione in cui ci troviamo, per esempio, dovremmo parlare delle ragioni per cui siamo finiti qui.” “E quali sono queste ragioni?” Egli si mise a ridere e rispose: “Ciascuno di noi deve trovarle da sé, per conto suo”. Io dissi allora: ”Sarà, ma tuo padre parla di roba da mangiare appunto perché questa manca e si è, per così dire, costretti a pensarci per forza”. Lui concluse allora:” Può darsi. Il guaio si è, però, che mio padre parla sempre di roba da mangiare, anche quando c’è e non manca a nessuno”.» </p><p>Trascorrono i mesi e la tanto agognata liberazione si palesa. Giorni di festa sono quelli in cui gli americani distribuiscono le loro sicurezze effimere per, di poi, rilasciare nel baratro della disperazione gli sfollati e questi uomini e donne privati della loro quotidianità. E, allora, cosa può restare ora che anche il passaggio dei liberatori è giunto? Cosa aspettare, in cosa credere, adesso che questa aspettativa tramutata in attesa è venuta meno? <br />Attraverso un linguaggio forte, calato nei personaggi che nella loro semplicità sono concreti e tangibili, che nella loro genuinità dei modi e delle intuizioni si fanno amare ed odiare, abbracciare e consolare, che invitano chi legge ad entrare nel testo e spronare ad una reazione, ad una riflessione tra presente e passato, scelte ed ostinazioni, scelte ed altre scelte che avrebbero, chissà, forse potuto modificare gli avvenimenti, l’autore dà vita ad un romanzo che riesce pienamente a raggiungere il suo fine ultimo. E mediante questa penna rude che sa adattarsi alle origini di questa donna contadina ed umile, a questa madre che prima cerca di tutelare a trecentosessanta gradi la figlia per rendersi successivamente conto di esserne stata la rovina, tanto da cadere nella più profonda disperazione per quel colpo latente e profondo che colpisce al fianco, che conduce alla perdizione di sé, alla sventura, Moravia descrive il lascito di una guerra che non si ferma con il solo proclamo del “cessate le armi”, perché la guerra non è soltanto quel che è stato, la guerra è anche quel che è, ed una volta giunta al termine, si è perso in ogni caso, si è perso prima di tutto noi stessi, perché non sappiamo più chi siamo né chi eravamo. <br />E lo stupro, non è solo quello fisico, ma anche quello morale, di un paese privato della sua identità e che non può permettersi di non fare domande, di non cercare risposte…. </p><p>«Si, lui, di certo, mi aveva spiegato in poche parole il senso della vita, che a noi vivi sfugge, ma per i morti deve essere, invece, chiaro e lampante; e la mia disgrazia aveva voluto che io non capissi quello che lui diceva, benché quel sogno fosse stato veramente una specie di miracolo; e i miracoli, si sa, sono miracoli appunto perché tutto vi può succedere, anche le cose più incredibili e rare. Il miracolo c’era stato, ma soltanto a metà: Michele mi era apparso e mi aveva impedito di uccidermi, era vero, ma io, per colpa mia di certo, perché non ne ero degna, non avevo inteso perché non avrei dovuto farlo. Così dovevo continuare a vivere; ma come prima, come sempre, non avrei mai saputo perché la vita era preferibile alla morte» </p><p>«Allora queste parole di Michele mi avevano lasciato incerta; adesso, invece, capivo che Michele aveva avuto ragione, e che per qualche tempo eravamo state morte anche noi due, Rosetta ed io, morte alla pietà che si deve agli altri e a sé stessi. Ma il dolore ci aveva salvate all’ultimo momento, e così, in certo modo, il passo di Lazzaro era buono anche per noi, poiché grazie al dolore, eravamo alla fine, uscite dalla guerra che ci chiudeva nella sua tomba di indifferenza e di malvagità ed avevamo ripreso a camminare nella nostra vita, la quale era forse una povera cosa piena di oscurità e di errore, ma purtuttavia la sola cosa che dovessimo vivere, come senza dubbio Michele ci avrebbe detto se fosse stato con noi»</p><br><br>Postato in: La ciociara - Alberto Moravia <a href="http://reanet.comune.empoli.fi.it/community/forum/reviews/show/106#post106">Mostra l'argomento</a> | <a href="http://reanet.comune.empoli.fi.it/community/forum/reviews/show/106#post106">Posta la risposta</a> Mon, 18 Sep 2017 16:30:48 +0200 http://reanet.comune.empoli.fi.it/community/forum/reviews/show/106#post106 Romanzo 11, libro 18 - Dag Solstad http://reanet.comune.empoli.fi.it/community/forum/reviews/show/105#post105 <p>Bjorn Hansen, cinquantenne, è un uomo dal passato e dalla vita sentimentale molto movimentati. Diciotto anni prima, infatti, ha abbandonato la moglie e il figlioletto di appena due lustri, per seguire l’amante, Turid Lammers, in Kongsberg, una cittadina sita al centro della Norvegia, e più precisamente, ubicata sul fiume Lagen, corso d’acqua che serpeggia elegante attraverso tutto l’abitato e dividendola in due sezioni; una Nuova ed una Vecchia. Impiegato al Ministero e con una proficua e certa carriera da funzionario davanti, dopo un breve periodo quale pendolare, lascia poi l’impiego per abbracciare un nuovo lavoro, quello di esattore delle tasse nell’odierno indirizzo di residenza. E questo nuovo incarico, sembra persino migliore del precedente più prestigioso e redditizio, agli occhi della compagna. Ormai radicato nel comune, l’uomo si avvicina anche al teatro dove inizia una collaborazione sempre più stringente, ma di poco successo, con la compagnia dove l’ex amante – ora fidanzata/moglie ufficiale – a sua volta presta la sua arte. Trascorsi altri 14 anni, la passione, che già da tempo si era affievolita e che era destinata a venire meno sin dal principio, definitivamente si spegne. <br />Arrivati al presente, ritroviamo ora Bjorn felicemente solo ed in procinto di portare avanti una stringente frequentazione col Dottor Schiotz, medico con il quale discute non solo di vita e di patologie ma anche di un’idea, un’idea alquanto strana e fuori dalle righe che da qualche tempo gli albeggia in mente…. <br />Non mancherà, ancora, di riapparire, Peter, il figlio, che non tarderà a portare nella quotidianità del protagonista, sprazzi, di quella paternità rinnegata, rifiutata, rifuggita. Dubbi, paure e perplessità, si paleseranno nell’intimo del cinquantenne, il quale, di fronte a questa convivenza forzata non potrà non domandarsi il perché di certi comportamenti dell’ormai adulta prole. E tra senso di fallimento, rievocazioni del passato (tra cui, la messa in scena de “L’anitra selvatica” di Ibsen), insoddisfazione, smarrimento e perplessità, non resterà che compiere un gesto estremo necessario e finalizzato a mettere un punto su quello che è il dramma della propria vita. Ma qual è la verità? E’ davvero possibile redimersi? Indossare dei nuovi panni, liberandosi, di quelli fino ad ora indossati? E’ possibile abbandonare la propria maschera e capire quale abbiamo davvero fino ad ora vestito? <br />Con “Romanzo 11, libro 18”, Dag Solstad offre al lettore un testo diverso dal solito, introspettivo e riflessivo negli intenti, ma che, sinceramente convince a metà. Seppur sia un elaborato di appena 187 pagine (formato Iperborea, quindi 90/100 in qualsiasi altro), esso si fa percepire come un volume ricco di contenuti, contenuti che però indugiano, faticano, temporeggiano ad arrivare tanto che chi legge a più riprese si interroga sullo scorrere degli avvenimenti ma anche sulle incongruenze del protagonista stesso. Perché, a voler essere del tutto sinceri, per quanto l’avventuriero cerchi di catapultarsi nella mente di Bjorn, per quanto cerchi di entrarvi in empatia, proprio non ci riesce giacché taluni suoi comportamenti, alcune sue scelte, risultato inspiegabili ed irreali. Se a questo si somma una narrazione lenta, che segue le fila di una sorta di monologo tra presente e passato con delineazione quasi teatrale, mixato per di più a delusioni e insuccessi, non stupirà la crescente perplessità che resta al termine del componimento. <br />In conclusione, titubante, irrisoluto, dubbioso.</p><br><br>Postato in: Romanzo 11, libro 18 - Dag Solstad <a href="http://reanet.comune.empoli.fi.it/community/forum/reviews/show/105#post105">Mostra l'argomento</a> | <a href="http://reanet.comune.empoli.fi.it/community/forum/reviews/show/105#post105">Posta la risposta</a> Mon, 11 Sep 2017 15:51:55 +0200 http://reanet.comune.empoli.fi.it/community/forum/reviews/show/105#post105 Non ti muovere - Margaret Mazzantini http://reanet.comune.empoli.fi.it/community/forum/reviews/show/104#post104 <p>«Angela, perché la vita si riduce a così poco? E dov’è la clemenza? Dov’è il rumore del cuore di mia madre? Dov’è il rumore di tutti i cuori che ho amato? Dami un cesto, figlia mia, il cestino con cui andavi all’asilo. Voglio metterci dentro, come lucciole nel buio, i bagliori che hanno attraversato la mia vita» </p><p>Basta poco per cambiare il corso di una vita. Basta un casco non correttamente allacciato, basta un incontro passeggero in un bar mentre sei in attesa di qualcuno che possa provvedere a sistemarti il guasto della macchina. Timoteo, chirurgo, questo lo sa molto bene. E’ un uomo, è un uomo in attesa, in attesa di scoprire delle sorti della figlia. E nella lotta di questo presente incessante di dolore, di agonia, di incertezza del futuro, egli rivive il passato. Un passato che ritorna, un passato che mai se ne è andato. <br />La mente ed il ricordo, hanno il sopravvento. La rievocazione è necessaria, è l’unico modo che ha il medico specialista per tenersi attaccato alla speranza, per trattenere quella figlia che sembra destinata ad andarsene, per fare i conti, forse per la prima volta da allora, con sé stesso, perché solo, in quel frangente di quindici anni prima, egli si è davvero conosciuto. Italia. Una vodka di troppo, un jukebox, il caldo. Lei era li. Con il suo corpo minuto e fragile, con i suoi capelli di rafia, con il suo alito di topo e con i suoi vestiti dozzinali. Un connubio di squallore e di disgusto. Una violenza, carne contro carne, volontà piegata, tradimento. Poi, è stato ribrezzo, pentimento, ma anche reiterazione. Quel piatto di pasta al pomodoro, preparato con cura con il prodotti del piccolo orto sito dietro l’appartamento, danno inizio alla confidenza, alla tenerezza, a quegli scheletri nell’armadio che vogliono uscire, alla comprensione, alla complicità, all’amore. Cosa fare, dunque, ora? Lui, una moglie già ce l’ha, ed ogni volta che sembra sul punto di prendere una decisione, ecco che arriva un fattore determinante che gli impedisce di lasciarla per recarsi nel suo cunicolo con la piccola ragazza. E’ forza degli eventi, ne è trascinato. Combattuto, sbattuto, strattonato. Abbandonarsi all’amore vero o nascondersi dietro il conformismo di facciata che ha stilato i confini della sua esistenza? <br />Le conseguenze, del suo non decidere, della sua debolezza, sono tragiche. Amare. Brutali. Dolorose. Spietate. Disarmanti. Disarmanti come le emozioni e le sensazioni che la storia tra Timoteo e Italia, suscitano. Il lettore alterna molteplici stati d’animo nel proseguo delle vicende. Passa dalla rabbia, allo stupore, alla tenerezza, al disgusto, alla condanna, alla redenzione, al pianto, al sorriso, all’amarezza per le sorti avverse che soventemente toccano i più deboli, al dolore per la perdita, alla sensazione di colpa incipiente e straziante che biasima, che si perpetua, che mai abbandona. <br />Il tutto, attraverso descrizioni mai banali e mai eccessive, mediante uno stile narrativo fluido ma diretto che è in grado di bilanciare magistralmente i salti temporali continui, nonché, il mix di empatia che l’elaborato è in grado di suscitare. <br />E se da un lato chi legge è preda dell’ansia e dell’attesa, dall’altro, è vittima delle angosce, delle illusioni, degli esiti che una scelta, se presa o non presa, può determinare. Si immedesima, e non può farne a meno. E’ Timoteo, padre ed amante. E’ Elsa, moglie e madre. E’ Italia, semplicemente. </p><p>«Cosa vuol dire amare, figlia mia? Tu lo sai? Amare per me fu tenere il respiro di Italia nelle braccia e accorgermi che ogni altro rumore si era spento. Sono un medico, so riconoscere le pulsazioni del mio cuore, sempre, anche quando non voglio. Te lo giuro, Angela, era di Italia il cuore che batteva dentro di me»</p><br><br>Postato in: Non ti muovere - Margaret Mazzantini <a href="http://reanet.comune.empoli.fi.it/community/forum/reviews/show/104#post104">Mostra l'argomento</a> | <a href="http://reanet.comune.empoli.fi.it/community/forum/reviews/show/104#post104">Posta la risposta</a> Fri, 08 Sep 2017 15:04:29 +0200 http://reanet.comune.empoli.fi.it/community/forum/reviews/show/104#post104 La svastica sul sole - Philip K. Dick http://reanet.comune.empoli.fi.it/community/forum/reviews/show/103#post103 <p>Un futuro distopico è quello descritto da Philip K. Dick in “La svastica sul sole”, un futuro che non è altro che uno scenario di fatto non così irrealizzabile dal punto di vista dell’autore se si considera il periodo storico in cui il medesimo è cresciuto e si è radicalizzato. Egli nasce e matura, infatti, in una fase in cui i residui della Seconda Guerra Mondiale sono ancora forti e pressanti come se la stessa si fosse conclusa il giorno antecedente, non è dunque impossibile per lui immaginare e contestualizzare un mondo dove il conflitto non si sia risolto con gli effetti noti bensì con la perdita degli alleati e la vincita dei Giapponesi e dei Nazisti. Conseguenza naturale è il sorgere spontaneo della domanda: “E se avessero vinto loro?”. <br />L’attenzione è focalizzata sulla prospettiva statunitense, ovvero un insieme di stati governati e sottomessi dal nemico e per questo suddivisi in due aree, una governata dal Reich e l’altra dai nipponici. Il resto del mondo è intriso dal credo della superiorità razziale ariana e territori quali l’Africa, sono ridotti a polvere, a deserto, poiché destinatari di quella soluzione radicale di sterminio tanto bramata ed auspicata. In Europa, ancora, l’Italia ha raccolto soltanto le briciole della vittoria proclamata e i tedeschi, si preparano, a lanciare razzi su Marte e bombe atomiche sull’ormai ex alleato Giappone. <br />Ancora, sulla costa occidentale degli Stati Uniti, i nipponici, sono ossessionati dagli oggetti propri del folclore e della cultura americana, e tutto sembra girare attorno a due libri: il millenario “I ching”, l’oracolo della saggezza cinese, e il best seller del momento, vietato in tutti i paesi del Reich e per il quale, in realtà, l’Asse sarebbe stato sconfitto dagli Alleati. <br />Con “La svastica del sole” Philip K. Dich dà origine ad una delle sue storie più filosofiche e introspettive, una storia che riesce a raccontare gli avvenimenti, presenti e passati, attraverso lo scontro culturale tra Oriente ed Occidente, attraverso lo scontro tra moralità e spiritualità in un contesto di preminente asservimento. <br />Il tutto si manifesta e palesa attraverso uno stile fluido e scorrevole seppur non particolarmente erudito e farraginoso nella sua parte iniziale prima cioè, di entrare nel pieno degli avvenimenti, che si offre di narrare più vicende tra loro parallele che, si sfiorano senza mai veramente incrociarsi, e che sono caratterizzate da personaggi con un ruolo ben definito ed anche simbolico. Unica grande pecca del libro? L’incapacità dell’imparzialità. Lo scrittore è chiaramente di parte tanto che non offre alternativa alcuna a quella di una vittoria da parte del suo paese di origine, unico in grado di vincere e di governare il mondo. <br />Nonostante ciò, il testo non perde di spessore ed anzi invita a più riprese alla meditazione ed alla riflessione. </p><p>«Sono simile a quest’uomo, dal punto di vista razziale? Si, domandò Baynes. Simile a tal punto da avere le stesse intenzioni e gli stessi obiettivi? Allora c’è anche in me quella vena psicotica. E’ un mondo psicotico, quello in cui viviamo. I pazzi sono al potere. Da quanto tempo lo sappiamo? Da quanto tempo affrontiamo questa realtà? E… quanti di noi lo sanno? Non Lotze. Forse se uno sa di essere pazzo, allora non è pazzo. Oppure può dire di essere guarito, finalmente. Si risveglia. Credo che solo poche persone si rendano conto di tutto questo. Persone isolate, qua e là. Ma le masse… Che cosa pensano? Tutte le centinaia di migliaia di abitanti di questa città. Sono convinte di vivere in un mondo sano di mente? Oppure intravedono, intuiscono in qualche modo la verità? Ma, pensò, che cosa significa la parola pazzo? E’ una definizione legale. E per me, che significato ha? Io la sento, la vedo, ma che cos’è?»</p><br><br>Postato in: La svastica sul sole - Philip K. Dick <a href="http://reanet.comune.empoli.fi.it/community/forum/reviews/show/103#post103">Mostra l'argomento</a> | <a href="http://reanet.comune.empoli.fi.it/community/forum/reviews/show/103#post103">Posta la risposta</a> Mon, 04 Sep 2017 16:11:48 +0200 http://reanet.comune.empoli.fi.it/community/forum/reviews/show/103#post103 La lunga vita di Marianna Ucria - Dacia Maraini http://reanet.comune.empoli.fi.it/community/forum/reviews/show/102#post102 <p>Marianna, duchessa appartenente al casato degli Ucrìa, è muta sin dalla tenera età. Eppure ella ricorda, e la signora madre in punto di morte glie lo conferma, di aver udito, di aver parlato. Sa che dalle sue labbra sono usciti dei suoni articolati, e che tutto quel che è stato fatto per tentare di farle riacquistare i sensi perduti è vano poiché la ragione per quale essa ne è stata privata è un trauma subito durante i suoi cinque anni di vita, una violenza che la sua famiglia nega, si rifiuta di voler accettare, custodendolo, tra l’altro, come un segreto che mai dovrà essere rivelato. Mutola e rinchiusa nei suoi pensieri, la donna non ha altro mezzo che la scrittura per comunicare; uno strumento questo che, insieme alla lettura, diventa molto più che un mero tramite per trasmettere le sue volontà e i suoi desideri. <br />Come consuetudine, per le figlie femmine di buona stirpe non vi è altra scelta per il futuro se non quella di un matrimonio combinato oppure del convento di clausura, soluzione dagli ingenti costi e dunque da limitare a soltanto alcuni dei discendenti. Ma chi mai vorrebbe al suo fianco una compagna menomata irrimediabilmente? Una persona c’è. Ed è così che a soli tredici anni Marianna si ritrova sposata a Pietro, un anziano zio di ben 37 anni più grande di lei, un uomo col quale inizia un percorso caratterizzato da assenza d’affetto e atti sessuali miranti esclusivamente a procreare. Tante le gravidanze a cui la signora Ucrìa è sottoposa, troppi i lutti che colpiscono i suoi cari, fra questi la perdita più atroce sarà quella del figlio Signoretto colpito e stroncato dal vaiolo a soli quattro anni. La morte dell’unico figlio verso il quale davvero la madre ha provato un senso materno di affetto la indurrà a cambiare radicalmente il suo atteggiamento verso il mondo esterno, talché, se da un lato inizierà a rifiutare le attenzioni sessuali di quel “signor marito zio”, dall’altro si rifugerà completamente nella lettura per poi riscoprire il piacere dei sensi, dell’amore con quell’uomo da cui tanto è fuggita, che tanto ha rifiutato, le cui attenzioni ha tanto temuto. Arriverà ad un punto di non ritorno la nostra cara protagonista, cosicché si lascerà alle spalle la sua terra e i suoi averi partendo con la cara, fedele ed ormai trentacinquenne Fila alla volta del continente per far fronte a quella ribellione interiore inaccettabile per l’epoca eppure essenziale per conoscere davvero se stessa. <br />Dedicato ad un’antenata dell’autrice, “La lunga vita di Marianna Ucrìa”, è un romanzo magnetico che magistralmente ricostruisce usi e costumi, accadimenti, pregiudizi, miserie e povertà della Sicilia del 1700. Fortemente incentrata sulla figura femminile, l’opera invita il lettore alla riflessione grazie al susseguirsi di una serie di avvenimenti testimoniati ed interpretati da solidi protagonisti, capaci, con la loro rispettiva verità e le loro espressioni gergali, di rendere concreta la realtà che viene pagina dopo pagina ricostruita. Perno dello scritto è la donna che con Marianna vince il pregiudizio, vuole rompere gli schemi, uscire da quella mentalità stereotipata e retrograda. <br />Stilisticamente l’elaborato è caratterizzato da una penna forbita e ricercata nonché è avvalorato da espressioni tipiche siciliane che se da un lato rendono veritiera la vicenda, dall’altro ne appesantiscono il defluire. </p><p>«Uscire da un libro è come uscire dal meglio di sé. Passare dagli archi soffici e ariosi della mente alle goffaggini di un corpo accattone sempre in cerca di qualcosa è comunque una resa. Lasciare persone note e care per ritrovare una se stessa che non ama, chiusa in una contabilità ridicola di giornate che si sommano a giornate come fossero indistinguibili» </p><p>«Può una donna di quarant’anni, madre e nonna, svegliarsi come una rosa ritardataria da un letargo durato decenni per pretendere la sua parte di miele? Che cosa glielo proibisce? Niente altro che la sua volontà? O forse anche l’esperienza di una violazione ripetuta tante volte da rendere sordo e muto tutto intero il suo corpo?» </p><p>«Sapete, alle volte è l’amore degli altri che ci innamora: vediamo una persona solo quando essa chiede i nostri occhi»</p><br><br>Postato in: La lunga vita di Marianna Ucria - Dacia Maraini <a href="http://reanet.comune.empoli.fi.it/community/forum/reviews/show/102#post102">Mostra l'argomento</a> | <a href="http://reanet.comune.empoli.fi.it/community/forum/reviews/show/102#post102">Posta la risposta</a> Thu, 31 Aug 2017 18:29:49 +0200 http://reanet.comune.empoli.fi.it/community/forum/reviews/show/102#post102 7-7-2007 - Antonio Manzini http://reanet.comune.empoli.fi.it/community/forum/reviews/show/101#post101 <p>Roma. Il ritrovamento del corpo in una cava di marmo di Giovanni Ferri, figlio ventenne di un noto giornalista di Nera, brutalmente picchiato e di poi ucciso con un colpo unico e diretto alla base del cranio, e del cadavere di Matteo Livolsi, coetaneo, ex compagno di scuola ed amico intimo del primo, assassinato a distanza di pochi giorni con le medesime modalità, portano il Vicequestore Rocco Schiavone ad indagare su un traffico di stupefacenti gestito da una spietata criminalità organizzata. <br />Al contempo, il protagonista, dovrà fare i conti con la moglie Marina, la quale, a seguito di un’attenta analisi dei conti e delle spese, ha capito in quali loschi traffici sia intricato il marito; circostanza questa che costituisce un vero e proprio colpo basso per la donna che inevitabilmente arriva a chiedersi chi sia davvero l’uomo che in quei sei anni ha avuto accanto. Una pausa è necessaria… </p><p>«Li ho pagati io, sa? Mio figlio mica lavorava. E poi mi sembrava giusto. Li ho rovinati io, e pago il mio errore. E’ così la vita, no? Bisogna pagare per i propri errori. Ora lei mi spiega quale errore ha fatto Giovanni? Dov’è che ha sbagliato?» </p><p>Due vicende parallele, quelle descritte, che finiranno però con il coadiuvarsi ed intrecciarsi sino ad arrivare a spiegare molti dei perché che si celano dietro alla figura di uno dei personaggi più amati degli ultimi tempi. Due, ancora, le peculiarità. Non solo <br />Marina è viva, ma gli avvenimenti fanno capo alla capitale d’Italia e, dunque, ad un luogo antecedente a quello della Valle D’Aosta dove le avventure sono ambientate sin da “Pista nera”. Un Flashback vero e proprio, quello ideato da Manzini, che ha inizio e fine nel presente, ma che si svolge interamente nel passato. <br />Badate bene però, non ci troviamo innanzi all’ennesimo episodio di una saga ben ideata, quello che aprirete con “7-7-2007” non è, infatti, soltanto un giallo, ma anche un connubio di emozioni. Il funzionario di polizia si offre al grande pubblico mostrandosi per sensibilità ed emotività, dimostrando al lettore il suo attaccamento alla compagna ma anche agli amici di sempre (Sebastiano, Furio e Brizio) i quali, forse, a loro volta, si fanno davvero conoscere. Non solo. Rocco, nonostante tutte le sue strategie, scorrettezze, brutalità, scale di “rotture di palle” etc etc, si riconferma un ottimo segugio, un uomo che cerca di svolgere al meglio il suo lavoro. <br />Sospetti, dubbi, incertezze, ipotesi, deduzioni, trovano in questo elaborato, conferma e risoluzione.</p><br><br>Postato in: 7-7-2007 - Antonio Manzini <a href="http://reanet.comune.empoli.fi.it/community/forum/reviews/show/101#post101">Mostra l'argomento</a> | <a href="http://reanet.comune.empoli.fi.it/community/forum/reviews/show/101#post101">Posta la risposta</a> Thu, 31 Aug 2017 18:28:18 +0200 http://reanet.comune.empoli.fi.it/community/forum/reviews/show/101#post101 La porta - Magda Szabó http://reanet.comune.empoli.fi.it/community/forum/reviews/show/100#post100 <p>«Di una persona a volte si sente che fiore potrebbe essere se fosse nata sotto forma vegetale: e lei non era sicuramente una rosa, la rosa non è un fiore innocente, offre i suoi petali carminio in modo quasi impudico. Sentii subito quel che Emerenc non avrebbe potuto essere, ma non quel che avrebbe potuto essere, non sapendo ancora nulla di lei» </p><p>Due donne, due vite, due realtà lontane, apparentemente parallele ed inconciliabili, di fatto, destinate ad incrociarsi, fondersi, scontrarsi. Senza una ragione ben precisa, senza un’effettiva motivazione. Così, inspiegabilmente. <br />Una, la voce narrante, è una scrittrice, da sempre dedita alle sue storie, da sempre inadatta ad occuparsi della casa nonché della propria esistenza e dei propri affetti. E’ in attesa, questa donna, in attesa di un successo e di una notorietà che tarda ad arrivare e che forse, non arriverà nemmeno mai. Innegabile che, questa figura, rimandi a più riprese, alla stessa Szabo. Che sia lei stessa la enunciatrice della storia? Vive col marito, detta protagonista, il quale a sua volta è scrittore, il quale a sua volta conduce una esistenza isolata ed anche arida, vista la volontaria scelta di non avere figli. <br />L’altra è invece Emerenc, un’anziana donna votata al lavoro manuale, un’anziana donna che di parole ne spende pochissime, che non crede nella cultura ed ancora meno in quel lavoro consistente nel continuo battere a macchina, e che non si fa scegliere per essere assunta in una famiglia, è lei che, dopo aver ricevuto le giuste referenze, decide se accettare o meno quello stesso nucleo di persone quali datori di lavoro. Del suo passato ella è unica custode, è per lei impossibile rendere testimoni altri del suo vissuto. Quella porta che separa il suo appartamento dal resto del mondo, è riprova di questo quanto di altri misteri che si celano dietro il mito e la veste di questa domestica d’altri tempi. <br />E’ un rapporto che nasce e si sviluppa in salita, quello che lega le due donne. Ha inizio infatti con una serie di scontri frontali nonché con una moltitudine di incomprensioni che, soltanto una perpetrante, reiterata ed obbligata frequentazione riuscirà a smussare di quelle punte aguzze ed acuminate. Basti pensare che Emerenc, che esige molto e si offre incondizionatamente, che è di caritatevole e disposta ad aiutare tutti, è però incapace di perdonare. Quanti sforzi dovrà fare la narratrice per seppellire, in più occasioni, l’ascia di guerra e tentare di riappacificare gli animi? Quante volte Viola, motivo di litigio, finirà con l’essere l’unico espediente per riavvicinarsi a quella domestica così irreprensibile e fiera delle sue talvolta, incomprensibili, prese di posizione? Quante volte Emerenc dovrà puntare i piedi pur di far smuovere quella padrona così incapace e irrisoluta? Un legame, quello rappresentato, che è costantemente sul filo del rasoio, ma che, ciò nonostante, è imprescindibile. La presenza dell’una nella vita dell’altra è una costante a cui è impensabile rinunciare. <br />Perché, dietro la facciata, si cela il bisogno. Il bisogno affettivo, il bisogno di riscoprire la fiducia nell’altro, il bisogno dell’aspettativa, il bisogno di provare, per un’altra volta, dopo i tanti ferimenti, a confidare nuovamente di (e in) qualcuno, anche a costo di ricevere l’ennesimo tradimento. Perché la solitudine che le accomuna non è la soluzione, non è l’unica via di fuga prospettabile. <br />Gli anni passano e con il loro discorrere, la stessa confidenza muta. La scrittrice è tutrice del passato dell’anziana ma anche del suo più grande dei segreti. Varca quella porta, quella linea di demarcazione tra il dentro e il fuori. Ma quello di Emerenc non è un gesto fatto a cuor leggero, è un gesto che è sinonimo della sua irreprensibile moralità, che è riprova di più completa ed indissolubile fedeltà. E’ un atto, il suo, che ripercorre l’animo della donna, che è espressione della pura e più sincera umanità che le appartiene. Poiché, al di là di quel carattere scontroso e burbero, ella è uno spirito autentico, integro, onesto. <br />E’ quando è vinta dalla malattia, è quando dovrà affidarsi agli altri che verrà tradita, che verrà ferita da quell’unica persona di cui veramente si è fidata. Magda si dimostrerà fedele solo e soltanto a se stessa, mostrerà di essere detentrice di una moralità che non è genuina quanto frutto di ferrea disciplina, romperà quel trascorso inviolabile, infrangerà e sgretolerà l’esistenza della compagna tanto da privarla dell’unica cosa che concretamente le permetteva ancora di vivere e andare avanti in un presente e in un futuro che non sente appartenergli, che ormai, l’accompagna per abitudine più che per divenire. </p><p>«Emerenc voleva abbandonare questo mondo dopo che le avevamo distrutto l’intelaiatura che reggeva la sua esistenza e la leggenda aleggiante intorno al suo nome. Era d’esempio a tuti, aiutata tutti, era un modello. [..] Emerenc era pura, invulnerabile, era ciò che tutti noi, i migliori di noi, avremmo voluto essere. Emerenc, con la fronte perennemente coperta, con il suo viso liscio come la superficie di un lago, non aveva mai chiesto niente a nessuno, bastava sempre a se stessa, si era accollata i pesi degli altri senza mai dire quello che pesava a lei e quando, finalmente, avrebbe potuto dirlo, io ero andata a fare il mio numero in televisione, lasciando che la smascherassero nell’unico momento umiliante della sua vita, lordata dalla malattia.. [..] Emerenc era diventata qualcosa di assurdo di fronte all’intera comunità, tutto il lavoro di una vita era stato annientato da quel singolo episodio per cui sarebbe sempre stata ricordata» </p><p>Sarà, tuttavia, tardi che Magda capirà il suo errore, che comprenderà il suo tradimento. Una conclusione avverso la quale non vi sarà alcuna possibilità di appello. <br />Un romanzo forte, delicato, disarmante, è “La porta” di Magda Szabò, un elaborato che si insinua nel profondo, che fa soffrire, che arriva con una vigore inaspettato durante e dopo la sua discoperta. E’ ricco di amore, di condivisione, di dialoghi esilaranti e riflessivi, di amicizia, di altruismo, di religione (e riflessioni annesse), di desiderio di dolcezza, di aspettativa, di speranza, di abbandono di quella solitudine incessante, di dolore; è uno scritto che in ogni suo frangente, in ogni suo personaggio (a titolo di esempio basti pensare a Viola, un cane di sesso maschile che è la chiave con cui concretamente interpretare la figura dell’anziana) vive e si fa vivere. Coinvolgente, accorto, profondo, toccante.</p><br><br>Postato in: La porta - Magda Szabó <a href="http://reanet.comune.empoli.fi.it/community/forum/reviews/show/100#post100">Mostra l'argomento</a> | <a href="http://reanet.comune.empoli.fi.it/community/forum/reviews/show/100#post100">Posta la risposta</a> Fri, 25 Aug 2017 16:08:52 +0200 http://reanet.comune.empoli.fi.it/community/forum/reviews/show/100#post100 Le libere donne di Magliano - Mario Tobino http://reanet.comune.empoli.fi.it/community/forum/reviews/show/99#post99 <p>E’ su un colle il manicomio, su un piccolo colle nella pianura lucchese. Il poggio si chiama S. Maria delle Grazie, il paese più vicino è Magliano e nella consuetudine locale, essere stati a Magliano significa essere stati matti. La struttura si divide in maschile e femminile e ciascuna divisione è ordinata e disposta secondo il grado di agitazione e pericolosità dei pazienti. Si parte dal livello dei più tranquilli e si arriva agli agitati, passando, tra l’uno e l’altro, ad un delirio all’altro. Conta tra i 1.039 e i 1.045 malati, assistiti da circa duecento infermieri (molti dei quali improvvisati e/o appena più eruditi dei contadini perché affezionati e fedeli alla mentalità chiusa, bigotta e stratificata della campagna in quanto “nel manicomio vedono l’aiuto finanziario alla loro impresa familiare e trattano gli ammalati con quella sagacità, ed anche quel distacco, che hanno i contadini a potare le viti; e però mantengono sempre un solido fondo umano, anche se si deve togliere una corteccia per arrivarci”) e vari medici. Tra questi, Tobino. <br />E’ da queste brevi premesse che l’autore avvia il suo resoconto. Mediante un linguaggio lirico, popolare ed attraverso la forma del diario questo ripercorre la quotidianità di siffatte donne pazze e sole, di queste donne nude, con un materasso per terra, avvinte ad una solitudine che non sentono affatto, di queste donne munite ed arricchite di una cortesia e cordialità che i non malati non hanno. </p><p>«Gli ho regalato un pacchetto di sigarette, e mi ha risposto con una gentilezza che i sani non hanno: “non le fumerò, le terrò per ricordo» </p><p>Avvalersi, oltretutto, della scelta narrativa del diario attribuisce allo scritto il carattere-forza di testimonianza; delle condizioni di vita e di degenza delle ricoverate, ma anche di quella che è una patologia spesso e volentieri inspiegabile nei suoi meccanismi di origine e di sviluppo. <br />Lo studioso, inoltre, non ha timore di convivere con la follia, anzi, gli è grato. E’ compito dei sani, ora, perdere la propria immagine per capire e ricordare chi la propria immagine l’ha persa già da un po’. </p><p>«Questi matti sono ombre con le radici al di fuori della realtà, ma hanno la nostra immagine (anche se non precisa), mia e tua, o lettore. Ma quello che è più misterioso domani potranno avere, guariti, la perfetta immagine, poi di nuovo tornare astratti, solo parole, soltanto deliri. Dunque è il nostro incerto equilibrio che pencola, e insuperbiamoci e insieme siamo umilissimi, che siamo soltanto uomini capaci delle opposte cose, uguali, nel corso delle generazioni, alla rosa dei venti» p. 29 </p><p>La sua analisi si dipana su molteplici fronti, in particolare, nella delineazione della struttura quale luogo di protezione e di tutela dal mondo esterno che, ancora reduce dal secondo conflitto mondiale, è intriso di fame, ignoranza, paura, ingenuità, pregiudizio, ed ancora nella demarcazione sottile di quel labile confine che comporta la designazione del soggetto all’una o all’altra categoria di “sani e malati”. <br />Tobino ci accompagnerà nel suo diario in quella che è stata l’evoluzione degli istituiti di ricovero psichiatrico sino alla legge Basaglia per poi approdare alla legge Orsini e alle sue conseguenze, presunte, se non altro, sulla carta. Scriverà e scriverà ancora per far sì che queste creature rinchiuse tra le quattro mura, siano riconosciute quali creature degne d’amore, creature meritevoli di essere trattate meglio. Si interrogherà sul concetto di pazzia, chiedendosi e per riflesso domandandoci, se davvero questa è una malattia o se non è al contrario una delle misteriose e divini manifestazioni dell’’uomo ed invocherà, ancora, l’aiuto dei sani verso i matti per infine constatare che tanto è il lavoro che deve ancora farsi – oggi come allora – per far fronte a questa così delicata problematica. Constaterà, infatti, a suo rammarico, quanto, seppur siano trascorsi dieci anni dalla prima pubblicazione dell’opera, dette condizioni siano tutto tranne che migliorate. <br />Conosciuto in sede di tesi di laurea ne consiglio la lettura a chi volesse avvicinarsi all’argomento, a chi cercasse uno scritto di partenza con cui avviare la ricerca e l’analisi. E’ un ottimo strumento per farsi un’idea della materia, per visitare una struttura dall’interno, ma non anche per esaurirla. Permette di avere la giusta cognizione per affrontare, successivamente, altri testi egualmente significativi del settore. <br />In conclusione: constatatore, riflessivo, uno dei primi elaborati in materia che invitano e spronano all’approfondimento. </p><p>«Così abbiamo, nel reparto medici, diretto inflessibilmente dalla malata Lella: <br />due gattini (uno bianco e uno nero); <br />i garofani (gelosamente custoditi); <br />Fido, il cane dello stesso Dottor Oliviero (che però è il festosissimo ospite di solo dieci giorni ogni tre o quattro mesi); <br />Cecco, i merlo del Dottor V. (però ospite solo d’estate, quando il Dottor V. va in ferie e porta Cecco alla Lella perché lo custodisca); <br />una cagna (ospite saltuaria), nera e lucida, forse di buona razza, che ogni sera alle sette viene a mangiare il cibo che la Lella nascostamente le ha preparato; <br />e ora la civetta, stabile, superba e indifferente. »</p><br><br>Postato in: Le libere donne di Magliano - Mario Tobino <a href="http://reanet.comune.empoli.fi.it/community/forum/reviews/show/99#post99">Mostra l'argomento</a> | <a href="http://reanet.comune.empoli.fi.it/community/forum/reviews/show/99#post99">Posta la risposta</a> Wed, 23 Aug 2017 22:34:08 +0200 http://reanet.comune.empoli.fi.it/community/forum/reviews/show/99#post99 Le braci http://reanet.comune.empoli.fi.it/community/forum/reviews/show/98#post98 <p>«Il generale la osservava incuriosito, col busto ancora proteso. Le due vite fluivano assieme, con lo stesso lento ritmo vitale dei corpi molto anziani. Si conoscevano a fondo, più di quanto si conoscano madre e figlio, più di due coniugi. La comunione che univa i loro corpi era più intima di qualsiasi altro vincolo. Forse a causa del latte. Forse perché Nini era stata la prima a vedere il generale nell’attimo della sua nascita, coperto del sangue impuro in cui vengono al mondo gli uomini. Forse a causa dei settantacinque anni che avevano trascorso insieme, sotto lo stesso tetto, mangiando lo stesso cibo, respirando la stessa aria stantia della casa, con la stessa vista sugli alberi davanti alle finestre – avevano condiviso ogni cosa. Nessuna parola poteva definire il loro rapporto. Non erano né fratelli né amanti. Esiste qualcosa di diverso, e se ne rendevano oscuratamente conto. Esiste una fratellanza particolare che è più stretta e profonda di quella che unisce i gemelli nell’utero materno. La vita aveva mescolato i loro giorni e le loro notti, ciascuno dei due era consapevole del corpo e dei sogni dell’altro» p. 20 </p><p>La vendetta. E’ soltanto per merito di questa che Henrik è ancora vivo. E adesso che Konrad ha scritto, è giunto il momento di assaporarne ogni aspetto, ogni gusto e retrogusto. La loro è un’amicizia che dura sin dalla nascita, è un sentimento indissolubile, che va oltre il canonico legame di sangue. Eppure, per quanto vicini, i due, non potrebbero essere più diversi. Differenti sono le origini sociali, differenti sono le disponibilità economiche, differenti sono i caratteri. Ed allora, com’è possibile, che essi siano al contempo così affini, così indivisibili, così uniti? E perché, ancora, quel legame si è rotto? Cosa è accaduto per far si che Henrik abbia aspettato ben quarantuno anni per la resa dei conti? Perché Konrad all’improvviso scompare senza dare spiegazioni e notizie? Perché il generale è sempre stato così certo del fatto che prima o poi questo sarebbe tornato per affrontare quei silenzi, quel “non detto” che a lungo è stato covato? <br />Un salone, la luce fioca delle candele, un camino, due poltrone, un buon vino. Tutto è come allora, eppure, nulla in realtà è come quei quarantuno lustri ormai trascorsi. Un confronto? Così dovrebbe essere, di fatto, un monologo composto di tante domande e di tante non risposte. Ad ogni conclusione si giunge per ragionamento, per logica, per mezzo di quei silenzi che non diventano mai parola. L’interlocutore non fa altro che assentire, sorseggiare la bevanda, abbandonarsi al flusso dei ricordi. Ieri e oggi. Chi eravamo e chi siamo. <br />Ed è così che Sandor Marai dona al lettore un elaborato che, con il suo lento incedere, offre emozioni che passano per memorie, asti, orgogli, amore, amicizia, umanità, sete di verità. Ancora ci sono la simbiosi con il pensiero e la mente dei protagonisti, la lealtà, il tradimento, e le braci. Le braci di quel volumetto che ormai è cenere, è bagliore fioco. E i due vecchi osservano; la scrittura di Krisztina è ormai polvere. <br />Caratterizzato da una prosa lineare ma articolata, da uno stile narrativo elegante, raffinato, ricercato che si articola tra ricordi, rimorsi e rimpianti, “Le braci” è un volume che si compone pian piano, è un puzzle in cui ogni pezzo si incunea e posiziona nella giusta casella. E’ semplicemente un capolavoro. </p><p>«Ma come tutti i baci umani anche questo, alla sua maniera tenera e grottesca, è la risposta a una domanda che non è possibile affidare le parole.»</p><br><br>Postato in: Le braci <a href="http://reanet.comune.empoli.fi.it/community/forum/reviews/show/98#post98">Mostra l'argomento</a> | <a href="http://reanet.comune.empoli.fi.it/community/forum/reviews/show/98#post98">Posta la risposta</a> Thu, 17 Aug 2017 15:23:28 +0200 http://reanet.comune.empoli.fi.it/community/forum/reviews/show/98#post98 Venuto al mondo - Margaret Mazzantini http://reanet.comune.empoli.fi.it/community/forum/reviews/show/97#post97 <p>«”Non devi pensarci, devi venire”. <br />“Perché?” <br />“Perché la vita passa, e noi con lei. Ti ricordi? <br />[..] Di colpo mi chiedo come ho fatto a rinunciare a lui per tutto questo tempo. Perché nella vita capita di rinunciare alle persone migliori a favore di altre che non ci interessano, che non ci fanno del bene, semplicemente ci capitano tra i passi, ci corrompono con le loro menzogne, ci abituano a diventare conigli?» pp. 10-11 </p><p>Gemma. Quando tutto ha avuto inizio, non era altro che una giovane donna, di circa ventinove anni. Oggi, invece, ne ha quasi cinquanta, è sposata con un ufficiale dei carabinieri, Giuliano, calmo e premuroso, un uomo che non si è tirato indietro dal tirare su quel figlio, Pietro, ora sedicenne, frutto di un passato che non può essere dimenticato. Una telefonata che arriva da Sarajevo. E’ Gojko, vecchio amico, poeta matto che simboleggia quei giorni indelebili nella memoria. E’ un richiamo a cui la protagonista non può sottrarsi. Perché quei dolori mai sopiti, quei dolori che non hanno mai smesso di battere sul cuore di Gemma chiedono di essere affrontati, e con loro vuol vedere la luce anche quella verità troppo a lungo celata. Ancora, ricordi di un eccidio senza morti, rendono impossibile provare emozioni. Di nessun genere. <br />E così Gemma e Pietro partono. La scusa ufficiale è quella di assistere ad una mostra fotografica in onore di Diego, grande amore, padre del ragazzo, e fotografo morto in terra straniera durante il suo lavoro, la realtà è permettere al giovane di fissare alcune immagini del padre, permettere alla madre di fare i conti con i propri fantasmi. <br />In un perfetto alternarsi di ieri ed oggi, Margaret Mazzantini affronta, con “Venuto al mondo” tematiche di grande impatto sociale nonché emotivo. In queste pagine, troverete, infatti, il dramma della maternità, un miracolo che può al tempo stesso rivelarsi dannazione ma anche il caos, la confusione in cui l’esistenza può cadere, per i fatti quotidiani che la compongono che per fattori esterni, quali la guerra, che con la loro disarmante criticità e infausticità, scompongono e distruggono le certezze. <br />Seppur il romanzo abbia un inizio lento, pedante e soprattutto nella prima parte farraginoso, e nonostante a tratti si perda nei sentimentalismi e moralismi, esso si dimostra portatore di grandi valori e contenuti pregnanti. Superate, invero, le prime trecento pagine, questo sopraggiunge con tutta la sua forza disarmante conquistando anche quel lettore che, inizialmente, non era riuscito a farsi rapire. <br />Buona anche la delineazione dei personaggi, tra tutti, Gojko, è il meglio riuscito. Senza difficoltà egli fa capolino nel cuore dell’avventuriero conoscitore riserbandosi un posto d’onore anche a conclusione della lettura. <br />Dal punto di vista stilistico, l’autrice si offre a chi legge attraverso un linguaggio troppo ricercato, un linguaggio fatto di epitaffi, parolacce e frasi brevi che, per quanto curate, finiscono con il far da ostacolo al proseguire dell’opera. <br />Nel complesso, il libro vale la pena di essere letto, ma ne consiglio la discoperta con la giusta propensione d’animo altrimenti potrebbe risultare faticoso e difficile da cogliere. </p><p>«..E la vita ride di noi <br />Come una vecchia puttana sdentata <br />Mentre ce la scopiamo a occhi chiusi <br />Sognando il culo di u giglio.. » <br />p. 198</p><br><br>Postato in: Venuto al mondo - Margaret Mazzantini <a href="http://reanet.comune.empoli.fi.it/community/forum/reviews/show/97#post97">Mostra l'argomento</a> | <a href="http://reanet.comune.empoli.fi.it/community/forum/reviews/show/97#post97">Posta la risposta</a> Sun, 13 Aug 2017 17:56:52 +0200 http://reanet.comune.empoli.fi.it/community/forum/reviews/show/97#post97 Divorziare con stile - Diego De Silva http://reanet.comune.empoli.fi.it/community/forum/reviews/show/96#post96 <p>Ed è tornato in libreria in questa calda estate l’Avvocato Vincenzo Malinconico con una nuova ed esilarante discettatura sulla società e sulla realtà della professione forense. Un testo che è, altresì, avvalorato da una trama alquanto lineare e dal consueto stile sarcastico dell’autore. <br />E se da un lato l’eclettico protagonista nato dalla penna di Diego De Silva si trova a fare i conti con un Giudice di pace che è tutto un programma ed un risarcimento danni per naso rotto a fronte di colluttazione con porta a vetri non segnalata e priva di maniglia e/o ogni altro elemento atto ad indicarne la presenza, dall’altro, si ritroverà invischiato in una causa di separazione che ha quale protagonista niente meno che la coppia Tarallo. Ugo Maria Starace Tarallo, avvocato affermato e noto tra le file dei professionisti, ha infatti ben pensato di liquidare l’avvenente e bellissima consorte dalle movenze sensuali e dalla florida chioma rossa, Veronica Starace Tarallo, con una sorta di TFR divorzile al posto della canonica tantum dell’assegno. Ovviamente, ricorrendo alla falsa veste di una separazione consensuale. Falsa veste perché il marito, venuto a conoscenza della relazione virtuale intessuta dalla compagna con uno sconosciuto, a cui era seguito un vero e proprio fascicolo, comprendente messaggi, foto, conversazioni chat e quant’altro fosse tra i due intercorso, aveva giustamente pensato di avere il coltello dalla parte del manico. Della serie, o te ne vai con le buone e alle mie condizioni, o te ne vai con le cattive prendendo ancora meno. <br />Ma Veronica, che nella vita ha ben capito qual è il suo posto, non ci sta e decide di affidarsi, dopo aver assistito al processo streaming del sequestro in supermercato de “Mia suocera beve”, a niente meno che Malinconico, il quale, a fronte di un pranzo alquanto sui generis, decide, di prestare la sua opera. <br />Ed è da qui che il romanzo prende campo e si apre con forza disarmante, sorprendente. Lei, sensuale e femme fatale, e lui, arrogante, pieno di se, che porta avanti il suo cognome e la sua fama prima della sostanza, saranno affiancati nel loro percorso da un Vincenzo che non si sottrarrà all’arduo compito di ragionare, riflettere, tessere e sfilare. <br />Il tutto attraverso una penna fluente, chiara anche se forse un po’ troppo intrisa di parolacce. La prosa è ironica, accattivante, ed impedisce a chi legge di staccarsi dallo scritto. Un tuffo nei rapporti familiari del passato, una guerra a suon di pecunia e colpi bassi, un racconto senza pretese ma anche molto intrigante e ben costruito. </p><p>«L’indignazione non dice: Questo sì, quello no. Non la mette sul personale. Se la prende con tutti. Ci si indigna contro un’opinione, un’idea di società, un modo di vedere la vita.» p. 6 </p><p>«Perché c’è un momento in cui la storia detta legge, ed è quando qualcuno si comporta da uomo e la scrive» p. 13 </p><p>«E’ la sindrome del lieto fine, che poi rovina un sacco di belle storie. Perché tante volte la vita ti dimostra che una storia non è bella perché finisce bene, ma proprio perché finisce» p. 48</p><br><br>Postato in: Divorziare con stile - Diego De Silva <a href="http://reanet.comune.empoli.fi.it/community/forum/reviews/show/96#post96">Mostra l'argomento</a> | <a href="http://reanet.comune.empoli.fi.it/community/forum/reviews/show/96#post96">Posta la risposta</a> Thu, 10 Aug 2017 16:15:47 +0200 http://reanet.comune.empoli.fi.it/community/forum/reviews/show/96#post96 Cecità - José Saramago http://reanet.comune.empoli.fi.it/community/forum/reviews/show/95#post95 <p>Una città indefinita, un anno indeterminato, un’epidemia sconosciuta ed inspiegabile, un’epidemia espressa in una forma di cecità atta ad immergere “in un bianco talmente luminoso, talmente totale da divorare, più che assorbire, non solo i colori, ma le stesse cose e gli esseri, rendendoli in questo modo doppiamente invisibili” prima singoli individui, di poi la globalità. <br />Non si tratta dunque di una cecità meramente fisica, quanto piuttosto di un metafisico e metaforico ottenebramento dell’anima, essendo concepito l’occhio quale unica parte del corpo umano in cui è radica la medesima. Il perdere la capacità cognitiva dello spazio e del tempo provoca molteplici reazioni. Fintanto che la condizione di offuscamento è limitata a piccoli gruppi di soggetti obbligati a convivere in uno spazio di quarantena, è ancora riconoscibile uno spiraglio di altruismo, di volontà di darsi una mano perché tutti nella medesima situazione, ma, man mano che le vicende fanno il loro corso, si dipanano con la loro crudele verità, mano a mano che questi aumentano, tanto più è riscontrabile nella condotta di taluni dei riscoperti ciechi, una volontà di prevaricazione. La condizione in cui sono radicati porterà, infatti, alle peggiori conseguenze, semplicemente e più precisamente, riuscirà a far sì che venga alla luce quanto di più abietto e marcio vi è nell’intimo. L’insieme delle circostanze, cioè, metteranno a nudo ciò che in parte veniva celato: il vero essere, la vera anima. Con le sue sfumature. Con le sue brutture. Con le sue bellezze. Con le sue verità. L’essere umano, cioè, privato di quel mezzo di giudizio che è proprio di chi assiste e percepisce le azioni, non si vergognerà più di mostrarsi per quel che è. </p><p>«E’ di questa pasta che siamo fatti, metà di indifferenza e metà di cattiveria» p. 37 </p><p>Tutto ha inizio con la quarantena dei soggetti infettati in un ospedale psichiatrico. I ricoverati sono suddivisi tra coloro che hanno già manifestatamente palesato la malattia, e coloro che al contrario, è presumibile che ne siano stati contagiati. Ogni giorno, alla solita ora, le regole da mantenere vengono dettate da un altoparlante, ogni giorno, per tre volte, viene – o dovrebbe essere – consegnato il vitto. La luce artificiale, è sempre attiva. Le guardie presiedono l’ingresso della struttura onde evitare fughe. Qualsiasi conseguenza interna alla medesima è mera responsabilità dei degenti. Se dovesse scoppiare un incendio, come una rappresaglia, cioè, alcun intervento esterno è previsto ed ammesso. Queste e molte altre le disposizioni da seguire. <br />Ed è in questa sorta di lager che hanno avvio le ingerenze. L’essere umano si perde. Perde cognizione dell’onestà, dell’igiene, del rispetto, della condivisione. La vita si deteriora sempre più, la legge del più forte prevarica ed il suo costo è altissimo. Si spiega attraverso la minaccia della fame, del ricatto, della violenza; strumenti questi che mostrano l’ulteriore trasformazione del recluso; alcuni ciechi, infatti, diventano ancora più ciechi, mentre altri, più uomini. <br />Non mancano i riferimenti alla religione ed in particolar modo viene soventemente riportato l’insulto rivolto da Gesù ai farisei: essi sono ciechi perché si approfittano della loro condizione di superiorità nonché dei vantaggi di cui godono rispetto a chi li circonda esattamente come fanno i ciechi della terza camerata, detentori del cibo, detentori dell’arma da fuoco e per questo padroni e sovrani indiscussi. <br />Eppure, nonostante le violenze, nonostante le privazioni, i ciechi delle altre camerate non si daranno per vinti e grazie all’aiuto della moglie dell’oculista, unica figura ad aver mantenuto la vista e ad esser testimone di quel che accade e di quel che la società è diventata, riusciranno ad uscire dal manicomio. Qui si abbandonerà parte del pessimismo caustico che abbraccia la prima parte del volume e si darà adito a nuovi incontri, con altri uomini e donne affetti da cecità, ma anche con animali quale il “cane delle lacrime”, gatti inselvatichiti, ratti etc etc. Perché, chissà, forse esistono ancora degli esemplari che meritano di vivere… <br />Altro passaggio di significativa rilevanza è quello relativo alla breve visita all’interno della Chiesa, luogo ove, la protagonista femminile si accorge che ogni immagine, statua ed elemento sacro della medesima è stato cosparso di bianco sopra gli occhi quasi a voler dire, “se sono ciechi i santi, come può non esserlo l’uomo?”. Se è cieco Dio, ancora, ogni creatura che è munita di anima, è affetta dalla medesima cecità. Se creatore e creatura soffrono dello stesso male, anche lo scrittore, come i suoi protagonisti, di convesso, ne è affetto. <br />Solo chi offre la sua vista agli altri non è affetto dalla perdita. Ecco perché nella Basilica l’unica figura a cui gli occhi non sono verniciati di bianco è Santa Lucia (che notoriamente li offre su un piatto), ecco perché nella storia l’unica che riesce a vedere è la moglie del medico; la quale, non solo si finge cieca per seguire il marito, ma destina, i suoi occhi a chi ha vicino. Ella usa e sfrutta la sua vista soltanto per il bene degli altri e mi per se stessa, mai approfitta della sua condizione di superiorità rispetto a chi la circonda. E la sua non è altro che una limpidezza morale che illumina nell’immoralità. <br />Classe 1995, “Cecità” – “Ensaio sobre a Cegueira”, letteralmente “Saggio sulla cecità” – di Jose Saramago è un’opera densa di significato ed incentrata sulla tematica dell’INDIFFERENZA, un’indifferenza che nell’elaborato si palesa con il divagare del contagio ma che in realtà era già presente nella realtà sociale. <br />Come in molti altri scritti, il tomo presentato, è intriso dello stile narrativo del portoghese, uno stile che prevede l’assenza di nomi propri per i personaggi, nonché dell’assenza di qualsivoglia carattere fisico dei medesimi. I singoli protagonisti sono individuati da espressioni impersonali (il ragazzino strabico, il vecchio con la benda nera, la ragazza con gli occhiali scuri, etc) ed i dialoghi sono inseriti nella prosa senza l’ausilio di punteggiatura alcuna. Al massimo sono introdotti dalla lettera maiuscola all’inizio della frase. <br />Il componimento, che per taluni potrà risultare surreale, è in realtà concreto, tangibile ed ottimale per descrivere quella che è la società e la realtà circostante nonché per analizzare le strutture di potere che vi si susseguono. Mediante un’analisi più approfondita traspare il messaggio per cui per quanto si faccia tabula rasa delle precedenti condizioni sociali, è impossibile un miglioramento. L’essere umano regredisce e torna a vivere in uno stato di natura tipicamente hobbesiano per cui conta solo la legge del più forte ed in cui non può esistere alcuna forma di crescita e/o solidarietà perché prevale lo status di guerra di tutti contro tutti pur di sopravvivere. <br />Non mancano riflessioni sulla fame del mondo così come sulla solidarietà che resta sempre concentrata e delimitata all’universo femminile. <br />In conclusione, “Cecità” è un saggio di grande acume, bellezza e verità, un testo capace di far riflettere su quelle che sono le zone più oscure dell’animo umano, un capolavoro. </p><p>«La paura acceca, disse la ragazza dagli occhiali scuri, Parole giuste, eravamo già ciechi nel momento in cui lo siamo diventati, la paura ci ha accecato, la paura ci manterrà ciechi, Chi sta parlando, domandò il medico, Un cieco, rispose la voce. Un semplice cieco, qui non c’è altro. Allora il vecchio dalla benda nera domandò, Di quanti ciechi ci sarà bisogno per fare una cecità. Nessuno gli seppe rispondere.» p 116 </p><p>«Non si può mai sapere in anticipo di cosa siano capaci le persone, bisogna aspettare, dar tempo al tempo, è il tempo che comanda, il tempo è il compagno che sta giocando di fronte a noi, e ha in mano tutte le carte del mazzo, a noi ci tocca inventarci le briscole con la vita, la nostra, Parlare di gioco in una chiesa è peccato, Alzati, usa le tue mani, se dubiti di quanto dico, Giurami che è vero, che le immagini hanno gli occhi tappati, Quale giuramento ti è sufficiente, Giura sui tuoi occhi, Lo giuro due volte, sui miei e sui tuoi occhi. E’ vero, è vero.» p. 269</p><br><br>Postato in: Cecità - José Saramago <a href="http://reanet.comune.empoli.fi.it/community/forum/reviews/show/95#post95">Mostra l'argomento</a> | <a href="http://reanet.comune.empoli.fi.it/community/forum/reviews/show/95#post95">Posta la risposta</a> Tue, 08 Aug 2017 16:28:48 +0200 http://reanet.comune.empoli.fi.it/community/forum/reviews/show/95#post95 Eppure cadiamo felici - Enrico Galiano http://reanet.comune.empoli.fi.it/community/forum/reviews/show/94#post94 <p>Gioia Spada, detta “Maiunagioia”, di anni diciassette, ama i Pink Floyd nonché memorizzare le parole più inusuali, diverse e peculiari che ha modo apprendere. Una serie in particolare, “Wenn ein Gluckliches fallt” (“Quando la felicità è qualcosa che cade”), dal momento della scoperta, non l’ha più abbandonata tanto che non c’è giorno in cui manchi dal trascriversi la frase sul braccio. <br />Sono ormai tre mesi che la ragazza si è trasferita nel nuovo istituto scolastico, e sin dal primo momento è stata additata quale “Quella-non-del-tutto-a-posto” perché incapace di omologarsi ad uno stereotipo, perché è assolutamente impensabile per lei ridursi ad essere un individuo che preferisce l’apparenza alla sostanza, un soggetto che apre bocca tanto per parlare e non anche per capire, condividere, addivenire ad un arricchimento personale. Perché lei lo sa che quella che i coetanei mandano in giro non è altro che la brutta copia di sé mentre quelli veri ed originali sono chiusi in casa, nascosti in una stanza, per paura che qualcuno li veda. E così ha fatto buon viso a cattivo gioco, se ne è fregata di essere chiamata “O cosa”, ha smesso, ancor prima di iniziare, di dare spiegazioni, e per quanto ne soffra, perché è pur sempre un’adolescente, ha abbracciato il silenzio, si è fusa con la sua musica ed il suo essere, e ha deciso di avanti per la sua strada. Perché «Il fatto è che certe cose le puoi dire solo a chi sai che le può capire. Che è anche il motivo per cui parliamo così poco, di quello che ci importa davvero». <br />Ugualmente dal punto di vista familiare, la situazione non è delle più idilliache. La nonna verte in una condizione stato vegetativo, la madre, che non dovrebbe avere più rapporti con quel padre problematico, squattrinato, violento e bevitore, persiste a cadere nella rete del “sono cambiato”, e a farne le spese è lei. Mascotte della maison è il gatto che hanno trovato quando si sono trasferite nel complesso di case popolari; figura silente ma onnipresente a cui si affiancano Tonia, l’amica immaginaria, e il Professor Bove, docente di filosofia, nonché unico individuo davvero in grado di capirla con un solo sguardo e dunque capace di consigliarla attraverso metafore, parabole, racconti, volumi e tutto quello che la nostra meravigliosa letteratura può mettere a disposizione. <br />Una notte come tante, eccolo arrivare. Il suo nome è Lo, è sfuggente, è misterioso ma anche molto attraente. Con lui sente di avere un’affinità; sa prenderla ma al contempo i loro universi non sono poi così distanti, così differenti. Il sentimento nasce senza troppe difficoltà eppure qualcosa non torna e Gioia lo percepisce altrettanto bene. Perché tutto avviene al buio, al riparo da ogni riflettore. Non solo. Non basta questo isolamento, questo continuare a frequentarsi soltanto al crepuscolo o al venir meno delle ore di luce, il giovane è criptico. Non rivela alcunché di se stesso; il segreto che nasconde è troppo grande per poter essere svelato, persino alla sua fidanzata. <br />E’ qui che la giovane donna sarà messa alla prova, è da qui che inizierà il suo personalissimo percorso di crescita, è dalle scelte che prenderà che ne andrà del proprio amore e del proprio divenire, perché pur di salvarlo da sé stesso dovrà decidere tra il fare quello che è giusto e il proprio egoistico sentimento. <br />Attraverso uno stile fluido, accattivante e capace di risultare concreto e tangibile, Enrico Galiano dà vita ad un romanzo al contempo leggero e riflessivo. L’autore, docente di lettere, ci trasporta, con semplicità, in un universo di studenti, che ci consente di riassaporare quelli che sono stati gli scogli della crescita e tanto più di meditare su quello che significa oggi vertere in età puerile. <br />E vi riesce mediante il ricorso ad un linguaggio che sa conformarsi all’età dei personaggi descritti, che di conseguenza risultando tangibili e concreti, ma anche usufruendo di una trama solida che non eccede e di pillole filosofiche che sono inserite tra un dialogo e l’altro. <br />Un romanzo di formazione che rievoca il sentimento dell’amore; una favola moderna che nella sua genuinità sa conquistare tanto i più adulti quanto i più giovani. </p><p>«Si, signorina Spada, tutto qua. Una notte, mentre Amore dormiva beato nel letto, lei prese un lume e lo accese: per vederlo, per controllare che non fosse un mostro o un assassino, come le avevano detto le sorelle. Ma fu un “tutto qua” che non era un “tutto qua”. Fu questo l’errore di Psiche, capite? Pensare di portare la luce dove c’era il buio. Pensare di poter guardare Amore con gli occhi della ragione. Perché sono due mondi paralleli, non si devono incrociare, mai. Non puoi pensare di poter capire, di poter leggere e interpretare, dare spiegazioni logiche. Non lì. Da ogni altra parte, ma non lì.» p. 319</p><br><br>Postato in: Eppure cadiamo felici - Enrico Galiano <a href="http://reanet.comune.empoli.fi.it/community/forum/reviews/show/94#post94">Mostra l'argomento</a> | <a href="http://reanet.comune.empoli.fi.it/community/forum/reviews/show/94#post94">Posta la risposta</a> Sun, 06 Aug 2017 18:47:24 +0200 http://reanet.comune.empoli.fi.it/community/forum/reviews/show/94#post94 Gli ultimi tre giorni di Fernando Pessoa - Antonio Tabucchi http://reanet.comune.empoli.fi.it/community/forum/reviews/show/93#post93 <p>«E poi ho cominciato a voler decifrare la realtà, come se la realtà fosse decrifrabile, ed è venuto lo sconforto. E con lo sconforto, il nichilismo, poi non ho più creduto a niente, neppure a me stesso. E oggi sono qui al tuo capezzale, come uno straccio inutile, ho fatto le valige per nessun luogo, e il mio cuore è un secchio svuotato» p. 21 </p><p>1935. E’ la fine del mese di Novembre quando Fernando Pessoa accusa quel dolore addominale che ne comporterà il ricovero presso l’ospedale di Sao Luis Dos Franceses. E’ in questo luogo che si consumeranno gli ultimi tre giorni della sua vita; settantadue ore che saranno scandite dal ricordo, dal sogno e dal delirio, settantadue ore durante le quali il portoghese riceverà visite tanto inaspettate quanto inestimabili. I suoi personaggi, tra cui quelli con il cui nome ha pubblicato la sua opera, non mancheranno, infatti, di dialogare con lui, di confessarsi, di raccogliere le sue ultime volontà, di accomiatarsi nell’oblio. Il tutto sino all’incontro con il suggestivo “Maestro”. <br />Giochi di specchi, di fantasmi, di illusione sono quelli che Antonio Tabucchi ci regala in questo breve ma affascinante romanzo dedicato alla morte del compianto ed adorato letterato portoghese. Un testo che, semplicemente, racchiude tutta la poetica e la metafisica pessoana, un testo che scorre nella sua genuinità e bellezza come un fiume in piena chiedendo e richiedendo di essere letto. Ancora, e, ancora. <br />Echi, dialoghi semplici, una prosa che è canto, un’idea che è pura e semplice originalità, è “Gli ultimi tre giorni di Fernando Pessoa”. </p><p>«Anch’io ho dimenticato la morte, disse Antonio Mora, perché ho letto il paterno Lucrezio che insegna il ritorno della vita nell’Ordine della Natura, e ho capito che tutti gli atomi che ci compongono, queste particelle infinitesimali che sono il nostro corpo di ora, dopo torneranno nel ciclo eterno e saranno acqua, terra, fertili fiori, piante, la luce che dà la vista, la pioggia che ci bagna, il vento che ci scuote, la neve candida che ci avvolge col suo manto in inverno. Noi tutti ritorneremo qui sulla terra, o grande Pesoa, nelle innumerevoli forme che vuole la Natura, e forse saremo un cane chiamato Jò, un filo d’erba o le caviglie di una giovane inglese che guarda stupita una piazza di Lisbona. Ma la prego, è presto per partire, resti ancora un po’ fra noi, in quanto Fernando Pessoa» p. 54</p><br><br>Postato in: Gli ultimi tre giorni di Fernando Pessoa - Antonio Tabucchi <a href="http://reanet.comune.empoli.fi.it/community/forum/reviews/show/93#post93">Mostra l'argomento</a> | <a href="http://reanet.comune.empoli.fi.it/community/forum/reviews/show/93#post93">Posta la risposta</a> Sat, 05 Aug 2017 15:52:56 +0200 http://reanet.comune.empoli.fi.it/community/forum/reviews/show/93#post93 La perfezione non è di questo mondo - Daniela Mattalia http://reanet.comune.empoli.fi.it/community/forum/reviews/show/92#post92 <p>Torino. Adriano, ottantaduenne professore di filosofia in pensione, non è riuscito a superare la morte di Giulietta, la donna con cui ha condiviso tutta la sua vita. Da quando questa è venuta a mancare, è stato colto da una solitudine senza eguali, da una solitudine che non ha confini. Non può fare quindi a meno di girare per i reparti delle Molinette, luogo di ricordi ma anche luogo dove l’anima della consorte è ancora presente sotto la forma del fantasma. “Perché sei ancora qui, mia amata Giulietta? Come posso fare per aiutarti?” si chiede l’anziano uomo. <br />Olga, settantacinquenne in pensione che ha dedicato la sua vita a Bruno, uomo sposato che le ha inevitabilmente spezzato il cuore, adesso vive con il piccolo René, un delizioso gatto dal manto rosso e dalle molteplici fusa. <br />Gemma, ventinovenne, libraia nonché volontaria del Filo d’Argento è amica di “cornetta” di Olga nonché una ragazza solare ed altruista cresciuta senza la figura di un padre. Una mattina come un’altra, durante il suo canonico percorso di jogging, avrà un incontro ravvicinato del terzo tipo con Archibald, bracco coccolone di proprietà di Fausto, fidanzato di Susanna, donna della Torino bene, disegnatore e giornalista dai capelli fulvi, scarmigliati e dagli occhi tendenti al color oro. <br />Ed ancora Angelo, tassista allegro e loquace, il cui nome è tutto un programma, amico del fantasma Ernesto, sarà colui che con il suo mezzo intesserà le fila dell’opera, collegando, sulla scia della storia principale – quella di Adriano – le vite dei vari personaggi concepiti da Daniela Mattalia. <br />Sotto la falsa riga di un testo leggero e di facile scorrimento, l’autrice dona al grande pubblico un elaborato ricco di contenuti che con semplicità entra nel profondo dell’animo inducendo alla riflessione. <br />Forza di questo è la tematica mixata allo stile: attraverso un linguaggio apparentemente dai toni leggeri viene infatti affrontata, mediante il canale della solitudine, la problematica della fine della vita. Ottimo, in tal senso, il bilanciamento delle emozioni e delle vicende. Pagina dopo pagina queste scorrono parallelamente tra loro, ma senza mai cadere nel melodrammatico. <br />La scrittrice riesce inoltre a porre l’attenzione anche su un altro aspetto della vita attuale, quello dell’isolamento. L’anziano, in particolar modo, ma anche il giovane, tende a chiudersi, a lasciarsi andare allo stato di emarginazione che è proprio della realtà circostante. Perché il giovane non ha tempo per ascoltare l’anziano e l’anziano non ha desiderio di adattarsi alla frenesia di una vita che ha già vissuto e per cui ha già fatto e lottato. Finiscono così per risultare invisibili agli occhi dei più. Questo aspetto è messo in evidenza in particolar modo dall’ormai vedovo, ma anche da Olga nonché dalla madre di Gemma e dal suo convivere con frivolezze atte a “riempire le giornate” pur di non pensare a quell’uomo che quindici anni prima l’ha lasciata con una figlia da crescere. E Gemma stessa, che notate bene è volontaria al call center per anziani, spesso è la prima a non vedere, a non ascoltare. Sarà una circostanza particolare a farle aprire gli occhi, a farle rivalutare quella figura che ha accanto e che così frequentemente ha sottovalutato. </p><p>«Gemma, a ventinove anni, sapeva ormai che la vita può ingarbugliarsi parecchio. Ma non aveva ancora capito una cosa fondamentale. Che sua madre puntellava le proprie giornate con innocue finzioni di ogni tipo perché il marito non c’era più da tanto tempo e Gemma c’era, sicuro. Ma dove, miciola. Dove sei esattamente. Perché mica ti sento» p. 40 </p><p>Fausto al contrario rappresenta il mezzo con il quale ciascuno può riflettere sulla propria relazione amorosa. All’inizio del componimento egli è fidanzato con la figlia di un notaio, dall’aspetto bellissimo, ma chiaramente viziata (basti pensare al fatto che è lei che vuole a tutti i costi il cane così come è sempre la stessa che non esita a proporre di farlo stare in terrazza pur di non averlo tra i piedi. Ho detto tutto). Con il proseguire degli avvenimenti questa relazione inizierà ad andare stretta al grafico che finirà con l’interrogarsi in modo sempre più risolutivo sugli aspetti che sono propri della compagna. </p><p>«Sto dicendo che se la tua compagna di vita si fa trascinare, se ti devi voltare indietro per sapere che c’è, non va bene. Non andrà bene. Ma nemmeno funziona se è davanti a te e ti tira, ti dice di fare questo e quello e vorrebbe decidere per tutti e due. Ed è più che una passeggiata, capisce? E’ una specie di danza, e se il ritmo non è armonioso, si spezza. Le sembra sbagliato?» p.106 </p><p>In conclusione, la novellatrice è riuscita a dar vita ad un romanzo con i giusti tempi, con personaggi ben costruiti e non stereotipati che non faticano ad entrare nelle grazie di chi legge, nonché a far meditare su argomenti e sentimenti propri dell’animo umano che spesso disturbano per la loro intensità ed espressione. <br />Un volume fresco, non impegnativo, che si esaurisce in una giornata ma che ci invita, infine, a guardare il nostro mondo con un’ottica positiva, un’ottica che tenga conto tanto delle imperfezioni quanto delle perfezioni, perché sono le piccole cose a fare la differenza. </p><p>«”Mi interessano,” aveva spiegato serissimo Angelo, “i personaggi che si uccidono, vorrei sapere perché rinunciano alla vita, che non sarà un granché ma è sempre meglio esserci che no. Passiamo secoli e secoli a non esistere e una manciata di anni a essere vivi. Non le sembra follia sprecare l’occasione?” <br />“Ma quelle dei romanzi sono vite inventate”, aveva obiettato Adriano. <br />“Gli scrittori non inventano”, aveva replicato lui. “O meglio, inventano per capire. E si cerca di capire la realtà. Sempre”. <br />[..] “Scusi, ho visto il rosso all’ultimo. E sì che faccio questo mestiere da una vita.” <br />“Non importa. Sa come si dice, la perfezione non è di questo mondo”. Che rilassante banalità. <br />“Se è per questo, neppure dell’altro”». P. 123</p><br><br>Postato in: La perfezione non è di questo mondo - Daniela Mattalia <a href="http://reanet.comune.empoli.fi.it/community/forum/reviews/show/92#post92">Mostra l'argomento</a> | <a href="http://reanet.comune.empoli.fi.it/community/forum/reviews/show/92#post92">Posta la risposta</a> Mon, 31 Jul 2017 18:42:53 +0200 http://reanet.comune.empoli.fi.it/community/forum/reviews/show/92#post92 Mozart era un figo, Bach ancora di più - Matteo Rampin, Leonora Armellini http://reanet.comune.empoli.fi.it/community/forum/reviews/show/91#post91 <p>Il libro narra alcuni episodi della vita di alcuni importanti compositori, raccontando anche alcune ipotesi dei processi produttivi di queste geniali menti. L'autore accenna anche a concetti di teoria musicale, inserendoli efficacemente nel racconto.</p><br><br>Postato in: Mozart era un figo, Bach ancora di più - Matteo Rampin, Leonora Armellini <a href="http://reanet.comune.empoli.fi.it/community/forum/reviews/show/91#post91">Mostra l'argomento</a> | <a href="http://reanet.comune.empoli.fi.it/community/forum/reviews/show/91#post91">Posta la risposta</a> Thu, 27 Jul 2017 13:35:51 +0200 http://reanet.comune.empoli.fi.it/community/forum/reviews/show/91#post91 Nessuno scompare davvero - Catherine Lacey http://reanet.comune.empoli.fi.it/community/forum/reviews/show/90#post90 <p>Un libro che mi è piaciuto: una ragazza cambia vita, si lascia alle spalle una normale agiatezza materiale e sentimentale quasi inspiegabilmente, immergendosi (come da illustrazione di copertina) in una terra lontana e esotica come l'Australia. La vera terra da scoprire però è il substrato psicologico che spinge la protagonista in questo viaggio. Letto volentieri.</p><br><br>Postato in: Nessuno scompare davvero - Catherine Lacey <a href="http://reanet.comune.empoli.fi.it/community/forum/reviews/show/90#post90">Mostra l'argomento</a> | <a href="http://reanet.comune.empoli.fi.it/community/forum/reviews/show/90#post90">Posta la risposta</a> Thu, 27 Jul 2017 12:14:41 +0200 http://reanet.comune.empoli.fi.it/community/forum/reviews/show/90#post90 Come imparare a studiare - Matteo Rampin http://reanet.comune.empoli.fi.it/community/forum/reviews/show/89#post89 <p>Un libro scorrevole e breve, con qualche buon consiglio, ma niente di illuminante.</p><br><br>Postato in: Come imparare a studiare - Matteo Rampin <a href="http://reanet.comune.empoli.fi.it/community/forum/reviews/show/89#post89">Mostra l'argomento</a> | <a href="http://reanet.comune.empoli.fi.it/community/forum/reviews/show/89#post89">Posta la risposta</a> Thu, 27 Jul 2017 12:12:58 +0200 http://reanet.comune.empoli.fi.it/community/forum/reviews/show/89#post89 Il manuale del falsario - Eric Ebborn http://reanet.comune.empoli.fi.it/community/forum/reviews/show/88#post88 <p>Un libro molto interessante, spiega le tecniche di falsificazione di disegni e pitture. Ma, anche se è rivolto al falsario, questo libro è interessante anche per gli amanti della pittura e del disegno, perchè comunque descrive tecniche utili e controindicazioni di vari processi nella preparazione dei supporti, dei pigmenti e dell'opera finale. Il tutto contornato e integrato dalle molteplici esperienze di Hebborn, che, con la sua prosa schietta e ironica quanto chiara e esplicita, riesce a trasmettere un leggibile quanto specialistico trattato.</p><br><br>Postato in: Il manuale del falsario - Eric Ebborn <a href="http://reanet.comune.empoli.fi.it/community/forum/reviews/show/88#post88">Mostra l'argomento</a> | <a href="http://reanet.comune.empoli.fi.it/community/forum/reviews/show/88#post88">Posta la risposta</a> Thu, 27 Jul 2017 10:37:28 +0200 http://reanet.comune.empoli.fi.it/community/forum/reviews/show/88#post88 Troppo bello per essere vero - Eric Hebborn http://reanet.comune.empoli.fi.it/community/forum/reviews/show/87#post87 <p>Il libro è un'autobiografia di Eric Hebborn. Avevo visto la puntata di Lucarelli su "Muse Inquietanti" della prima stagione, che mi aveva molto colpito. Ho cercato quindi i libri scritti da Hebborn, e ho trovato questa autobiografia. Un libro che mi è molto piaciuto, l'ho letto con partucolare interesse. Gli eventi sono narrati con una prosa brillante e scorrevole, sempre farciti da acute e geniali osservazioni. Gli episodi risultano di sicuro interesse per chi si interessa di arte, ma il libro può essere goduto da un pubblico molto più ampio, grazie appunto alla leggerezza, autoironia, competenza e allo stile di Hebborn</p><br><br>Postato in: Troppo bello per essere vero - Eric Hebborn <a href="http://reanet.comune.empoli.fi.it/community/forum/reviews/show/87#post87">Mostra l'argomento</a> | <a href="http://reanet.comune.empoli.fi.it/community/forum/reviews/show/87#post87">Posta la risposta</a> Thu, 27 Jul 2017 10:32:34 +0200 http://reanet.comune.empoli.fi.it/community/forum/reviews/show/87#post87 Enrico IV - Luigi Pirandello http://reanet.comune.empoli.fi.it/community/forum/reviews/show/86#post86 <p>Dramma che si dipana in tre atti, “Enrico IV”, fu scritto nel 1921 per poi essere messo in scena la prima volta nel 1922. Opera di grande spessore nonché emblema della poetica pirandelliana e del suo attaccamento alle tematiche della pazzia e del rapporto tra personaggio e uomo, finzione e realtà, essa narra le vicende di un nobile che a seguito della partecipazione ad una cavalcata in costume, dove vestiva i panni dell’Imperatore Enrico IV di Franconia, cade rovinosamente dall’animale ferendosi alla testa. Siamo all’inizio del millenovecento e alla messa in scena prendono parte anche Matilde Spina baronessa di Canossa, donna della quale il protagonista è innamorato, ed il suo rivale in amore Belcredi. E’ quest’ultimo che disarciona l’Enrico IV, il quale a seguito del capitombolo e del trauma cranico, al suo risveglio è convinto di essere davvero il personaggio interpretato e come tale non può non inveire contro il suo acerrimo nemico Gregorio VII, non può non maledire la marchesa di Toscana, non può sottrarsi al desiderio di vendetta per l’umiliazione a Canossa. Detta follia viene assecondata dai servitori che il nipote Di Nolli mette al suo servizio, e soltanto dopo 12 anni l’Enrico riprende consapevolezza di sé come pure del fatto che è stato Belcredi a farlo intenzionalmente rovinare per avere campo libero con la donna. Decide però di continuare a fingersi pazzo per non dover affrontare la dolorosa realtà. <br />Trascorsi ormai vent’anni, Matilde, Belcredi, la loro figlia, Di Nolli e uno psichiatra si recano presso l’Enrico IV in visita. Il medico, in particolare, si dimostra fortemente interessato al caso del paziente e suggerisce di ricostruire lo scenario che due decenni orsono ha provocato il subentrare della malattia. Allestito lo stesso, molteplici sono le nefaste conseguenze derivanti. Perché arrivati a questo punto, questa pazzia assecondata, scelta, potrebbe anche cristallizzarsi, rendersi definitiva per il solo fatto che il mondo circostante è fatto di maschere e sopraffazione, per il solo fatto che il mondo circostante è fatto di falsità e approfittatori. Che sia meglio allora abbracciare quella condizione di malinconia e solitudine, quell’isolamento autoindotto eppure sincero ed autentico, piuttosto che quell’esistenza costruita e dettata dalle apparenze? <br />Luigi Pirandello, attraverso detto dramma, dà vita ad un’originalissima rappresentazione atta ad essere una recita della recita. Una commedia, la sua, brillante che si sviluppa con poche e semplici battute dense e ricche di significato. Nelle risa non mancano gli aspetti di riflessione tipici del siciliano, tra queste viene trattata, come anzidetto, con particolare attenzione la problematica della follia, della maschera, del rapporto tra finzione e realtà. Il protagonista, è al contempo il vero eroe, essendo colui che sotto le mentite spoglie del matto rivela la falsità delle convenzioni sociali, e l’antieroe, ovvero colui che rinuncia alla verità, si cela dietro la maschera pur di non dover assistere all’ipocrisia di una società che preferisce nascondersi dietro l’agio piuttosto che vedere il mondo con gli occhi aperti. <br />Il tutto è avvalorato dalla penna ironica, arguta, geniale di uno degli autori più emblematici di sempre. </p><p>«”Trovarsi davanti a un pazzo sapete che significa? Trovarsi davanti a uno che vi scrolla dalle fondamenta tutto quanto avete costruito in voi, attorno a voi, la logica, la logica di tutte le vostre costruzioni!”»</p><br><br>Postato in: Enrico IV - Luigi Pirandello <a href="http://reanet.comune.empoli.fi.it/community/forum/reviews/show/86#post86">Mostra l'argomento</a> | <a href="http://reanet.comune.empoli.fi.it/community/forum/reviews/show/86#post86">Posta la risposta</a> Wed, 26 Jul 2017 10:27:38 +0200 http://reanet.comune.empoli.fi.it/community/forum/reviews/show/86#post86 Il mio segreto - Kathryn Hughes http://reanet.comune.empoli.fi.it/community/forum/reviews/show/85#post85 <p>Chi avrebbe mai pensato che la ricerca di un donatore compatibile avrebbe portato all’apertura del vaso di Pandora, alla scoperta di avvenimenti del passato così incisivi e pregnanti per il presente? Marzo 2016. Jake, cinque anni, figlio di Beth e del marito Michael ha urgente necessità di un trapianto di rene. Ormai non è più possibile rimandare. Purtroppo le situazioni familiari di entrambe i coniugi sono precarie, l’uomo ha perso il padre in tenera età e la madre, ancora in vita, è alcolizzata, mentre la moglie è cresciuta con la sola presenza della madre, Mary Roberts, deceduta da poco più di una settimana. Una situazione di impasse irremovibile, almeno in apparenza. Sarà cercando tra le carte della signora Roberts che un ritaglio di giornale li condurrà sulla strada della verità, un sentiero radicato nei puri anni ’70 che sarà fondamentale per la vita di loro figlio. <br />Con uno stile rapido, che alterna presente e passato, Kathryn Hughes, dà vita ad un romanzo che affascina ed incuriosisce il lettore sin dalle prime battute tanto che è difficile staccarsene. Il mistero è ben orchestrato e ben bilanciato, e mantiene i toni del possibile non eccedendo e non strafando. Chi legge, quindi, percepisce quali veritiere le vicende e non fatica ad immedesimarvisi. <br />Buona anche la delineazione dei personaggi, a loro volta tangibili e ben intrecciati tra loro. <br />In conclusione, uno scritto di facile lettura e scorrimento, adatto a chi ama il mistero e a chi cerca un testo che si possa concludere in un paio di giorni. Il tutto è avvalorato dalla missione principale di aiutare un bambino, carattere che colpisce e attribuisce un connotato differenziante rispetto ai romanzi del genere.</p><br><br>Postato in: Il mio segreto - Kathryn Hughes <a href="http://reanet.comune.empoli.fi.it/community/forum/reviews/show/85#post85">Mostra l'argomento</a> | <a href="http://reanet.comune.empoli.fi.it/community/forum/reviews/show/85#post85">Posta la risposta</a> Mon, 24 Jul 2017 09:40:59 +0200 http://reanet.comune.empoli.fi.it/community/forum/reviews/show/85#post85 Il caso Fitzgerald - John Grisham http://reanet.comune.empoli.fi.it/community/forum/reviews/show/84#post84 <p>John Grisham abbandona, in questa calda estate, le aule dei tribunali nonché i suoi cari ed affezionati avvocati e/o giudici, per presentarsi al lettore un’opera nuova, con un thriller che pur mantenendo quelli che sono i punti salienti della sua penna, si spoglia del vecchio per rinnovarsi interamente. <br />La Princeton University, è nota per il suo dipartimento di libri rari e collezioni speciali, ed in particolar modo per cinque prime edizioni a firma Francis Scott Fitzgerald. Un bottino che fa gola ai tanti e a cui, quindi, è impossibile resistere. Quattro malavitosi, con un piano accurato e ben studiato, riescono ad abbattere ogni linea difensiva della struttura e ad appropriarsi degli stessi. L’FBI è però alle costole del quartetto, tanto che riesce già nelle ventiquattro ore successive al furto a mettere le mani (o forse sarebbe meglio dire, “a mettere le manette”) su due di questi. Degli altri, non vi è alcuna traccia. I mesi passano, la notizia, come spesso accade, perde parte di quello che è il suo slancio iniziale, ma le ricerche delle opere non hai fine e/o interruzione. <br />Su questo assunto assistiamo ad un cambio scena nonché “io” parlante. Viene introdotta la figura di Bruce Cable, proprietario della “Bay Books” la libreria più rinomata a Camino Island, in Florida. Uomo intelligente e scaltro, il libraio ha saputo ben investire l’eredità del padre e la passione innata per la letteratura. Ancora, Grisham, presenta Mercer Mann, docente nonché scrittrice di modesto successo che, viene incaricata di indagare sull’appassionato rivenditore/lettore in quanto noto collezionista di opere prime, da un’organizzazione che sta svolgendo un’indagine parallela a quella degli agenti federali. Riuscirà Mercer a scoprire le eventuali implicazioni dell’uomo nel furto dei manoscritti? Oppure, in realtà, dietro a quest’ultimo, si cela qualcun altro? Chi sarà, di fatto, il mandante di questo eclettico delitto? <br />Con uno stile chiaro, fluente, preciso ed esaustivo, Grisham si reinventa, dando vita ad un giallo davvero piacevole. La trama regge, non si perde nello scontato, non mancano i colpi di scena seppur mai risultino essere eccessivi. Buono anche lo sviluppo successivo. Gli stessi protagonisti non sono lasciati al caso. Ciascuno è delineato con minuzia, sia per passioni, che nelle varie ambientazioni. I luoghi sono approfonditi, descritti con cura talché chi legge non fatica a risvegliarsi tra le strade della cittadina in compagnia di eterogenei compagni di viaggio. <br />In conclusione, un elaborato che si presta ad una lettura rapida, adatto altresì tanto agli amanti del genere quanto ai non, e che riporta l’avventuriero conoscitore a ritrovare nello statunitense novelliere quello sprint e quello smalto che negli ultimi legal thriller si era, almeno a mio modesto giudizio, in parte perso. E vi riesce proprio mettendosi in gioco con un qualcosa di completamente diverso. Una buona prova.</p><br><br>Postato in: Il caso Fitzgerald - John Grisham <a href="http://reanet.comune.empoli.fi.it/community/forum/reviews/show/84#post84">Mostra l'argomento</a> | <a href="http://reanet.comune.empoli.fi.it/community/forum/reviews/show/84#post84">Posta la risposta</a> Mon, 17 Jul 2017 18:15:48 +0200 http://reanet.comune.empoli.fi.it/community/forum/reviews/show/84#post84 La vita in due - Nicholas Sparks http://reanet.comune.empoli.fi.it/community/forum/reviews/show/83#post83 <p>Russell Green, trentaquattro anni, pubblicitario, nato a Charlotte nel North Carolina, con Vivien, PR conosciuta nel 2006 a New York, credeva di aver trovato l’amore della sua vita. E’ un eterno romantico il protagonista nato dalla penna di Nicholas Sparks, tanto che non appena ha associato il nome della mora ed affascinante donna con quello di Julia Roberts in “Pretty Woman”, non ha avuto dubbi e nel 2007 è convolato a nozze con la medesima per poi, a distanza di un lasso temporale ancora più breve, riscoprirsi padre di London, una deliziosa bambina che lo ha nominato guardarobiere degli abiti delle sue sette barbie. <br />Gli anni passano, Vivien decide già durante la gravidanza di lasciare il lavoro per dedicarsi alla figlia, e così il marito si ritrova a dover guadagnare quanto di più possibile per poter sopperire alle esigenze della costosa consorte. Questa infatti non ha remore e non ha limiti in quanto a compere. Eppure lui vuole renderla felice, desidera non solo che lei lo sia ma che soprattutto lo sia con lui. Il giorno che Russ è costretto a lasciare il lavoro per delle incomprensioni con il capo e a buttarsi in una nuova avventura come libero professionista – con le incertezze che ne derivano e il disappunto di tutti coloro che sono al suo fianco – , la crepa che già era insita nella loro vita di coppia diventa un cratere; il vaso definitivamente si rompe. <br />Manca di dialogo nel loro rapporto, un’assenza che li porterà alla più dura delle decisioni e alle conseguenze giuridiche derivate. Green si ritrova così senza lavoro, senza compagna, a lottare per poter crescere la sua pargola, e con altre problematiche familiari che non vi anticipo per non rovinarvi la lettura. <br />E se nella prima parte l’opera stenta a partire non brillando particolarmente di originalità, ma anzi facendo storcere il naso a più riprese per questo continuo assecondare ogni vizio ed ogni richiesta della consorte e per il conseguente atteggiamento egoista di quest’ultima (con la quale è assolutamente impossibile relazionarsi, è abilissima infatti a far sì che in ogni lite e discussione, la “colpa”, seppur propria, ricada sul compagno e sulle sue presunte pretese), nella seconda questa prende campo e si apre di significato soffermandosi ed incentrandosi in quella che è vera sostanza della medesima: il rapporto padre-figlia. <br />Questa linea di demarcazione è ciò che consente a chi legge di andare avanti e di non abbandonare lo scritto dopo appena un centinaio di pagine. Perché proprio grazie alla delineazione di questo legame, che ha bisogno di svilupparsi e crescere, che il padre matura, abbandonando le insicurezze ed incertezze di un tempo per abbracciare nuove responsabilità e nuovi percorsi. L’anno che lo vedrà protagonista, infatti, sarà un periodo dove assaporerà il gusto amaro della perdita, il gusto amaro del separarsi da un proprio caro, il gusto amaro delle battaglie legali, il gusto amaro del doversi sapere reinventare ed adattare alle più svariate delle situazioni. E tutto perché quel rapporto padre-figlia deve essere salvaguardato e presentato. <br />Sono trascorsi dodici mesi, ma Russell è un uomo diverso e con lui è differente la prospettiva con cui affronta il divenire. <br />Al tutto si somma uno stile narrativo prolisso, non particolarmente elaborato ma che consente e rende agevole lo scorrimento a tutti coloro che cercano una storia non impegnativa e con cui evadere dalla routine. <br />In conclusione, una piacevole lettura estiva senza pretese.</p><br><br>Postato in: La vita in due - Nicholas Sparks <a href="http://reanet.comune.empoli.fi.it/community/forum/reviews/show/83#post83">Mostra l'argomento</a> | <a href="http://reanet.comune.empoli.fi.it/community/forum/reviews/show/83#post83">Posta la risposta</a> Mon, 17 Jul 2017 18:14:50 +0200 http://reanet.comune.empoli.fi.it/community/forum/reviews/show/83#post83 A ciascuno il suo - Leonardo Sciascia http://reanet.comune.empoli.fi.it/community/forum/reviews/show/82#post82 <p>Una lettera minatoria. Uno scherzo? Una burla di cattivo gusto? Questo il pensiero del signor Manno, farmacista del paese nonché destinatario della missiva incriminata. Trascorrono i giorni ed il suo corpo, insieme a quello del medico Roscio, vengono rinvenuti, alla data del 23 agosto 1964, privi di vita in quella che doveva essere una semplice e mera battuta di caccia. <br />Immediatamente, Roscio viene qualificato quale vittima innocente del farmacista perché se non fosse andato con lui, certamente sarebbe vivo. Le indagini proseguono seppur appaiano paralizzate, seppur giorno dopo giorno l’interesse verso il misfatto sembri venire meno ed il colpevole già individuato dalla massa. <br />Il professor Paolo Laurana, docente d’italiano, latino e storia nel liceo classico del capoluogo, è un uomo disciplinato, metodico, preciso, poco incline ai divertimenti, rigoroso e fortemente rispettoso delle volontà della madre. Gli stessi alunni lo hanno sempre considerato un tipo bravo ma curioso, curioso nel senso di quella stranezza che non arriva alla bizzarria, a quella bizzarria opaca, greve, quasi mortificata. E’ a lui che il dettaglio salta all’occhio, è a lui che sarà implicitamente attribuito il compito di sbrigliare la matassa, di giungere ad una risoluzione del caso. <br />Ma come addivenire alla verità, come mettersi contro il sistema quando si può essere stranieri, nella verità o nella colpa, ed anche, insieme nella verità e in quella colpa, che regola questo ordinamento di sistema stesso? </p><p>«Ma sa com’è? Una volta, in un libro di filosofia, a proposito del relativismo, ho letto che il fatto che noi, ad occhio nudo non vediamo le zampe dei vermi del formaggio non è ragione per credere che i vermi non le vedano… Io sono un verme dello stesso formaggio e vedo le zampe degli altri vermi» p. 69 </p><p>Attraverso l’espediente dell’investigazione, Leonardo Scia Scia, dà vita ad un romanzo incalzante, scorrevole e ben calibrato che trasporta in lettore in un universo di denuncia. <br />La Sicilia che ci viene presentata è infatti un luogo di omertà, di ipocrisia, di corruzione, di pregiudizio, di assuefazione, di dicerie, di connivenza con la malavita. Al tutto si sommano atmosfere affascinanti, caratterizzate dal pettegolezzo e dalle chiacchere di piazza, dalla consuetudine, dalla mentalità prettamente familiare, dalla concezione della mafia che, come un’ombra, è onnipresente eppure formalmente intangibile. <br />L’autore non si risparmia nemmeno in merito alla caratterizzazione dei personaggi: ciascuno è delineato e reso concreto a prescindere dalla durata della sua apparizione. Il lettore, grazie a ciò, riesce a prefigurarsi chiaramente chi ha davanti, con le sue forze e le sue debolezze. <br />Non manca nemmeno quel gusto retroamaro che in un epilogo inevitabile trova la sua sostanza. Non vi è possibilità di cambiamento, in questo luogo fatto di menzogna, non vi è speranza. Chi cerca di mutare le cose, finisce con l’essere ed il diventare, inevitabile parentesi di un tempo che fu. <br />Questo e molto altro è “A ciascuno il suo”.</p><br><br>Postato in: A ciascuno il suo - Leonardo Sciascia <a href="http://reanet.comune.empoli.fi.it/community/forum/reviews/show/82#post82">Mostra l'argomento</a> | <a href="http://reanet.comune.empoli.fi.it/community/forum/reviews/show/82#post82">Posta la risposta</a> Fri, 14 Jul 2017 18:14:05 +0200 http://reanet.comune.empoli.fi.it/community/forum/reviews/show/82#post82 Un adulterio - Edoardo Albinati http://reanet.comune.empoli.fi.it/community/forum/reviews/show/81#post81 <p>«Restava solo lo sforzo di esistere, lo sforzo inutile, il costo, il peso, l’ansimare, il volere, la faticosa rapina di un attimo appresso all’altro, inghiottire l’aria, inghiottire il proprio respiro. Tutto ciò non appena staccava le mani dal corpo di quella donna, come si stacca la spina di un apparecchio dalla corrente e inizia il consumo dell’energia accumulata. Tanta? Poca? Possibile, già agli sgoccioli?» p.26 </p><p>Erri e Clementina non possono resistere a quella passione che li travolge e consuma. E’ impensabile. Il loro è un amore che brucia, che esige di essere vissuto anche se questo significa compiere un adulterio. Un adulterio che è ultimato consapevolmente, senza indugio alcuno, senza rimpianto e senza rimorso. Il tutto si dipana e sviluppa nel lasso di tempo di un fine settimana su un’isola che, con i suoi colori e profumi, fa da cornice a questo sentimento irresistibile. <br />Da queste brevi premesse ha inizio l’ultimo romanzo di Edoardo Albinati, uno scritto che assume le forme di un lungo racconto, che si esaurisce in appena 126 pagine e poche ore di scorrimento. Il tema trattato, al contempo, non spicca di originalità essendo quella del tradimento una della problematiche che sono maggiormente ricorrenti nella letteratura di tutti i tempi. <br />Il testo dell’autore si distanzia dai consueti elaborati, incentrati sulla inevitabile e successiva conseguenza del gesto compiuto, per il fatto che detta passione si distacca dal senso di colpa: il desiderio sessuale è legittimato ed avvalorato da quella trasgressione e pulsione inarrestabile a cui è inimmaginabile far fronte. L’amore, è secondo questa prima analisi, un qualcosa che dovrebbe essere vissuto senza vincolo alcuno, e a prescindere dagli effetti che le nostri azioni possono arrecare a noi stessi quanto a chi ci circonda. <br />Ed è da qui che “Adulterio” si sofferma e muta la propria prospettiva: la storia dei due protagonisti, come altre relazioni clandestine della realtà, non riesce a sopravvivere a questi due giorni di paradiso apparente. Perché l’amore è un legame affettivo e come tale ha bisogno di confini, di progetti, di stabilità ed anche e non di meno di fedeltà reciproca. Amare è rispetto, condivisione, emozione e non umiliazione, menzogna, inganno. </p><p>«Ora che lo avevo per le mani non lo desideravo più ma mi sembrava stupido lasciarmelo sfuggire. Si, eri forse tu quella persona attesa, ma oramai con te potevo solo commettere adulterio. Infrangere qualcosa invece che costruirlo» p. 123 </p><p>Ancora, Albinati ci fa riflettere su quelle che sono le opportunità della vita, su quelle tentazioni che soventemente ci mettono alla prova con la loro attrazione fatale. Da qui sono introdotti quei limiti imposti dalla coscienza, dalla morale, dagli insegnamenti di vita ricevuti. Perché paradossalmente, rispetto all’impostazione della storia narrata che potrebbe sembrare un inno alla libertà, l’amore ha bisogno di vincoli, di relazione, ha bisogno di essere coltivato giorno dopo giorno, di maturare e crescere sotto il sole e sotto la tempesta. <br />A ciò si somma uno stile narrativo scarno, diretto, breve che conquista soltanto a tratti. La lettura, vuoi per le argomentazioni trattate, vuoi per brevità, resta sospesa tra i due poli della piacevolezza e non. <br />Si apprezza per la morale ma non necessariamente per la successione degli eventi che tendono a calcare la mano – volutamente – sulla sfera dell’intimità fisica. </p><p>«Ma non la chiedo, non la esigo, la felicità. Non la merito. Quella che mi hai dato u in questi giorni già mi sta schiacciando. Mi leva il fiato. Sono priva di forze dopo due giorni appena. Appena mi sento felice, subito divento triste, te ne sei accorto? Te ne sei accorto amore mio?» p. 124</p><br><br>Postato in: Un adulterio - Edoardo Albinati <a href="http://reanet.comune.empoli.fi.it/community/forum/reviews/show/81#post81">Mostra l'argomento</a> | <a href="http://reanet.comune.empoli.fi.it/community/forum/reviews/show/81#post81">Posta la risposta</a> Thu, 13 Jul 2017 18:08:42 +0200 http://reanet.comune.empoli.fi.it/community/forum/reviews/show/81#post81 Rondini d'inverno - Maurizio de Giovanni http://reanet.comune.empoli.fi.it/community/forum/reviews/show/80#post80 <p>«-”Qual è la barriera, Lina?” <br />-“Quella che alziamo tutti, ogni giorno, per non farci riconoscere dagli altri” <br />-“E la tua barriera, qual è?” <br />-“La faccia, dotto’. La mia barriera è la faccia”» </p><p>Il Capodanno è ormai alle porte quando l’omicidio ha luogo senza lasciare dubbio alcuno né in merito al suo esecutore, né in merito alle modalità di esecuzione: Fedora Marra, attrice di grande successo, è stata uccisa dall’anziano marito Michelangelo Gelmi a seguito di un colpo di pistola esploso durante la rappresentazione teatrale della Rivista che li vedeva protagonisti. Un colpo di pistola vero, tra tutti quelli a salve, ha fatto sì che in questo 28 dicembre si tramutasse in un giorno di morte e dolore. Ricciardi e Maione accorrono sul luogo e sin da subito, il misterioso ed eclettico funzionario dagli occhi verdi, si dimostra perplesso e non convinto circa quella che sembrerebbe essere la dinamica del delitto. Tante, le questioni, che lo rendono dubbioso, esitante, molteplici le indagini da compiere. <br />Ma Ricciardi non è in tumulto solo e soltanto per il mistero da risolvere, lo scombussolamento è altresì incrementato dall’aspetto sentimentale che non manca, in quest’ultimo capitolo, di svilupparsi ed affermarsi. Protagonista femminile di questa evoluzione è niente meno che Enrica. Riuscirà Luigi Alfredo a lasciarsi andare ai sentimenti e a convivere con la felicità anche se questa è un qualcosa per lui di così nuovo da risultare ingestibile? <br />Al contempo il brigadiere Maione è investito di un’altra parallela inchiesta: Modo, il dottore ironico e antifascista che accompagna il due sin dalle prime avventure, ha bisogno di sapere, di conoscere la verità circa le ferite di cui è stata vittima Lina, una vecchia amica pestata a sangue (e quasi a morte) da non si sa chi. <br />Ha il suono ed il ritmo di una ballata quest’ultimo episodio delle avventure di uno dei commissari più amati del panorama italiano. Una ballata che sin dal principio si distingue dai precedenti capitoli per storia quanto per emotività, quanto per contenuti. Se da un lato la trama risulta infatti essere intuitiva, essendo lo scenario rappresentato un qualcosa che inevitabilmente suscita nella memoria del lettore una innegabile sensazione di deja-vu, dall’altro, non mancano quegli elementi “salati” ed “appetitosi” che ne invogliano e stimolano lo scorrimento. <br />Chi legge trova inoltre soddisfazione dal punto di vista dell’amore, riuscendo, De Giovanni a ben dosare ogni avvenimento ed ogni sviluppo relativo. Il tutto è accompagnato dalla sensazione di sentirsi a casa, sensazione che è determinata da quella scrittura fluente, calda e ponderata che è propria dello scrittore. <br />Eppure, eppure, è come se mancasse qualcosa. E’ come se l’elaborato arrivasse ma soltanto a metà. Nonostante le premesse, infatti, il conoscitore si sente a tratti spaesato, insoddisfatto da quelle che sono le vicissitudini, forse perché, implicitamente si aspettava un “sipario” diverso per il funzionario maledetto. Una storia, differente, non tanto dal punto di vista della sfera affettiva, quanto da quello del caso da risolvere. Vengono meno inoltre alcuni personaggi che costituivano una costante nonché una colonna portante dell’opera, mentre altri vengono inseriti quasi forzatamente. Apprezzabile, al contrario, il taglio dato al brigadiere Maione a cui viene resa giustizia per i suoi immancabili doveri svolti. <br />In conclusione, un buon testo seppur con qualche leggera sbavatura. Non il mio preferito ma certamente un degno epilogo. E chissà che in futuro le danze non vengano nuovamente aperte… </p><p>«Ogni rondine ha il suo viaggio, guaglio’. Io dovevo intraprendere il mio. Ho fatto ritorno per morire dov’ero nato. Nell’unico posto dove sono stato felice. [..] Prima non valevi niente come non vale niente chi suona e canta, e non sa che deve raccontare. Adesso hai imparato. E hai capito che devi partire, perché sei una rondine, una rondine ha bisogno di un viaggio per essere felice.»</p><br><br>Postato in: Rondini d'inverno - Maurizio de Giovanni <a href="http://reanet.comune.empoli.fi.it/community/forum/reviews/show/80#post80">Mostra l'argomento</a> | <a href="http://reanet.comune.empoli.fi.it/community/forum/reviews/show/80#post80">Posta la risposta</a> Sun, 09 Jul 2017 19:33:15 +0200 http://reanet.comune.empoli.fi.it/community/forum/reviews/show/80#post80 Il giorno dei morti - Maurizio De Giovanni http://reanet.comune.empoli.fi.it/community/forum/reviews/show/79#post79 <p>Un bambino, uno come tanti. Il classico scugnizzo, abbandonato a sé stesso, alle intemperie, alla povertà, alle miserie della vita. Il suo gracile corpicino viene rinvenuto nelle prime ore del mattino, il suo unico amico, un cane bastardino a chiazze, è rimasto con lui sino alla fine ed ora, seppur privo della facoltà di parlare, sussurra e chiede a Ricciardi di indagare, perché non tutto è come appare, non tutto è come sembra. Il suo è uno sguardo silenzioso, mosso, dalla volontà di giustizia ma anche dal legame di fedeltà che lo stringeva al piccolo balbuziente che soltanto con lui sapeva parlare. <br />Ed il commissario Luigi Alfredo Ricciardi non si sottrae a quella preghiera, a quella richiesta sorda. Non può farlo perché quegli occhi sembrano invocarlo a gran voce, non può farlo perché qualcosa nel ritrovamento del cadavere non lo convince. Va contro tutto e contro tutti il funzionario, arriva addirittura a prendersi qualche giorno di ferie, lui che non si è mai assentato dal lavoro, lui che è sempre arrivato prima dell’orario di inizio del turno per andarsene ben oltre dopo questo, pur di poter investigare, pur di poter arrivare alla verità. In contemporanea, l’imminente visita del Duce in quel di Napoli, in contemporanea il corteggiamento incessante della vedova Vezzi ormai trasferitasi in città, in contemporanea il sodalizio tra la tata Rosa e la paziente e calma Enrica, in contemporanea Modo e Maione, antitesi perfette dell’agente. <br />Un capitolo, questo, dove De Giovanni non manca di toccare il cuore di chi legge, dove l’autore non manca di solleticare le corde più intime. Perché sotto la falsa veste dell’indagine di polizia, tante sono le tematiche che vengono toccate ed affrontate, molteplici sono le riflessioni indotte. <br />E’ mediante l’ausilio di due creature affini, il piccolo cane e il bambino affetto da balbuzie, entrambi così magri da potersi perfino assomigliare, che la magia ha luogo, che il ruolo e la figura del protagonista si consolidano, che la visione di una Napoli affamata e indigente ma prostrata al Fascismo si palesa, che l’emarginazione sociale affetta e penetra nei cuori. Poiché sono sempre i più deboli a pagare il conto di quella avidità e povertà, loro, gli invisibili, i dimenticati. I dimenticati che sono avvicendati da un semplice ed ineguagliabile legame: la lealtà. E’ da questo che traggono la forza di andare avanti, di sopravvivere. </p><p>«Perché sono stato un bambino anch’io orfano pure io, brigadie’. Senza un padre e senza una madre, abbandonato in mezzo alle strade di questa città. Io lo so, che non sei niente; che se campi o muori è lo stesso e nessuno se ne fotte. Mi sono dovuto guadagnare la vita a bocconi e a morsi, proprio come a questa creatura sfortunata che avete trovato a Capodimonte. Diciamo che è stato un fiore sulla cassa di questo bambino. Un fiore da parte di Bambinella» p. 236 </p><p>Non mancano infine, le tanto attese svolte in ambito sentimentale, ma in merito non svelo altro in quanto queste non sono che i primi passi per quegli sviluppi che troveranno una evoluzione significativa e concreta nell’ultimo capitolo della serie, “Rondini d'inverno. Sipario per il Commissario Ricciardi”, da ieri disponibile in libreria (e che si, lo confesso, ho già letto). <br />In conclusione, “Il giorno dei morti. L’autunno del commissario Ricciardi” è un testo caldo, avvolgente, empatico e ricco di contenuti, un testo avvalorato da uno stile fluido che accarezza il conoscitore e che non pecca nemmeno per ricostruzione storico-ambientale. </p><p>«Acqua. Acqua che non lava. Che scende in mille fiumi e trascina il fango sulle soglie dei bassi e dentro, allungando dita melmose sui pavimenti in terra battuta, nella paglia annerita dei letti. Che picchia sulle finestre e sveglia il sonno, o reca nei sogni fantasmi di antichi dolori. Che lascia tracce nere sugli alti muri di tufo, trovando vie in vecchi palazzi per minarne le fondamenta. Che imbratta scarpe lucide e strappa ombrelli nelle mani, perché non vuole ostacoli per entrare nelle anime e portarci l’umido della tristezza. Acqua che separa. [..] Acqua che deruba [..]. Acqua che fa paura. [..] Acqua che non finisce» pp. 57-58</p><br><br>Postato in: Il giorno dei morti - Maurizio De Giovanni <a href="http://reanet.comune.empoli.fi.it/community/forum/reviews/show/79#post79">Mostra l'argomento</a> | <a href="http://reanet.comune.empoli.fi.it/community/forum/reviews/show/79#post79">Posta la risposta</a> Thu, 06 Jul 2017 16:03:30 +0200 http://reanet.comune.empoli.fi.it/community/forum/reviews/show/79#post79 Non ditelo allo scrittore - Alice Basso http://reanet.comune.empoli.fi.it/community/forum/reviews/show/78#post78 <p>Correva l’anno 1996 quando “Verrò a trovarvi sul lago”, opera a firma Ruggero Solimano, faceva il suo ingresso nel mondo della letteratura consacrandosi come uno dei testi più acclamati ed apprezzati dal grande pubblico. Sono ormai trascorsi vent’anni dalla divulgazione eppure detta fama non accenna a diminuire. Peccato però che le edizioni “L’Erica” si siano rese conto di un piccolissimo dettaglio che sino ad ora era passato inosservato: “Verrò a trovarvi sul lago” non è stato affatto scritto da Ruggero Solimano bensì da un ghostwriter di prima categoria. Tante le domande che si celano dietro l’enigma, tanti i quesiti a cui è necessario dare risposta. Ma, prima di tutto, questo misterioso scrittore va trovato, e chi meglio di Vani Sarca può riuscire in questa impresa? <br />Al contempo il commissario Berganza è alle prese con un caso molto complesso, un’indagine atta a smontare una rete di traffico di sostanze stupefacenti capitanata da un boss agli arresti domiciliari tutt’altro che innocuo. Lo stesso coinvolgimento nell’inchiesta della nostra amata protagonista si rende alquanto arduo; Romeo, consapevole del pericolo, è infatti sinceramente preoccupato per l’incolumità della sua pupilla. <br />Il quadro è completato da Riccardo e dal suo inarrestabile corteggiamento, corteggiamento che non ha speranze di buona riuscita poiché il cuore di Vani, non solo non ha ancora siglato nei suoi confronti un armistizio, ma ha pure intrapreso un’altra direzione; una direzione che richiede coraggio, coraggio di osare prima che sia troppo tardi. <br />Ed è così che al doppio rebus da risolvere, Silvana è costretta ad affrontarne un terzo di carattere prettamente sentimentale, un terzo personalissimo dilemma che la costringerà a fare i conti con sé stessa e che la porterà a rischiare il tutto per tutto. </p><p>«Ebbene: non scordatevi mai che, insita nell’essere umano, vi è e vi è sempre stata un’idea sana di amore, fatta di scelta consapevole, di fiducia e di impegno; l’idea del prendersi per mano e andare insieme nella stessa direzione aiutandosi a vicenda di fronte alle prevedibili difficoltà. Un’idea che già nel Seicento riusciva a farsi strada fra le mille sovrastrutture delle imposizioni religiose sociali. Al di là dei condizionamenti culturali che nel corso della storia ci hanno detto come dovessimo comportarci per essere accettati, dentro la nostra specie, da sempre, c’è questo seme di bellezza e perfezione che anela a germogliare. Cercate quello, aspirate a quello, non accontentatevi di nulla di meno, non giustificate nulla che non sia a quell’altezza. E se Dio vuole non dovrete mai pentirvi di una storia malata o di avere buttato via del tempo in qualcosa che non lo meritava. Anche solo un libro.» p. 301 </p><p>Ultimo capitolo disponibile della serie, “Non ditelo allo scrittore” è uno scritto magnetico, capace per stile narrativo nonché per contenuti, di fare breccia nel cuore del disarmato lettore che, trafitto sin dalle prime battute al muscolo pulsante radicato nel petto, va avanti e avanti tutto d’un fiato sino alla conclusione dell’opera. Perché è ASSOLUTAMENTE impossibile riuscire a staccarvisi prima. E in quella fase “del mentre”, il cuore dell’incauto conoscitore che mai si sarebbe aspettato di trovarsi innanzi ad un episodio così avvincente e ricco di sviluppi, rischia seriamente di andare in fibrillazione atriale maligna con conseguente arresto cardiaco; patologia che, badate bene, non manca di sopraggiungere con il colpo finale dell’epilogo. <br />Eh si, perché l’opera de qua non delude e non dà segno di cedimento in nessuno dei suoi intervalli, conclusione compresa. Non solo. La stessa evoluzione delle vicende avviene con i giusti tempi, in un crescendo continuo che ha inizio con “L’imprevedibile piano della scrittrice senza nome”, che prosegue con “Scrivere è un mestiere pericoloso” e che approda ad uno dei tanti possibili risultati con “Non ditelo allo scrittore”, classe 2017. Una maturazione che, ancora, non risparmia la stessa ghostwriter e i suoi scheletri nell’armadio e che è accompagnata da una penna calda, fluente, familiare ed al contempo ironica. <br />Ed anche se i giorni passano, Vani resta e con lei resta la curiosità del sapere se continueranno, o meno, le sue avventure. Alice Basso, ci rimettiamo a te! Cosa ci riserberai per il futuro?</p><br><br>Postato in: Non ditelo allo scrittore - Alice Basso <a href="http://reanet.comune.empoli.fi.it/community/forum/reviews/show/78#post78">Mostra l'argomento</a> | <a href="http://reanet.comune.empoli.fi.it/community/forum/reviews/show/78#post78">Posta la risposta</a> Thu, 06 Jul 2017 16:02:18 +0200 http://reanet.comune.empoli.fi.it/community/forum/reviews/show/78#post78 Prendiluna - Stefano Benni http://reanet.comune.empoli.fi.it/community/forum/reviews/show/77#post77 <p>Prendiluna, anziana settantenne gattara, è una docente di italiano in pensione che una notte come tante sogna Ariel, un vecchio bianco gatto passato a miglior vita che le assegna una missione: deve trovare dieci Giusti a cui affidare i suoi dieci gatti (Hanta il rosso, gatto cacciatore e sessuomane, Nasone, filosofo e abile a mimetizzarsi, Sylvia, gatta poetessa e acrobata, Dolores, gattina seduttiva dagli occhi grigi, Gonzalo, gattino irascibile e guerriero, Emily, gatta bianca, solitaria e sofferente il mal d’auto, Cronopio, grasso e dormiglione, figlio di Sancho, Raymond, giocoso e rombiballe, Jorge, gatto esoterico e telepatico della stirpe di Durendal, Prufrock, gatto mangione, sopravvissuto e molteplici catastrofi) altrimenti il mondo finirà. <br />E mentre la donna dà avvio al suo incarico, due suoi ex alunni, Dolcino e Michele, laureati rispettivamente in Demonologia e in Schizofrenia (il secondo, in particolare, “con precedenti per furto continuato, oltraggio, interruzione di processione sacra, soggetto a pericolose crisi di delirio urlante, ipersensibile al rumore, altezza uno e novantaquattro”), scappano dal manicomio in cui sono ricoverati da anni. A loro volta hanno sognato del compito della maestra ed hanno scoperto che una volta concluso questo, ella, incontrerà Dio, soggetto a cui devono “dirne quattro”. <br />A concludere il quadro, gli Annibaliani, guidati da Chiomadoro, personaggio misterioso dal passato sconosciuto. <br />Sulla falsariga di un romanzo visionario e allucinante, Stefano Benni, ricrea una perfetta fotografia di quella che la società attuale, ponendo in essere una chiara denuncia a quei tempi moderni che si sostanziano nelle apparenze, negli apparecchi tecnologici, nelle futilità, nelle droghe, nell’alcol, e in tutti quegli escamotage atti a rifuggire dalle problematicità e dalla realtà. <br />Un romanzo godibile, ironico e rapido è “Prendiluna”, un romanzo che, nel suo arrivare, conquista solo a metà, forse a causa di talune evidenti forzature, oppure semplicemente, perché è così intriso di fantasia ed immaginazione da risultare – anche per le menti dedite ed inclini a queste ultime caratteristiche – a tratti sfuggente. </p><p>«[..] Non c’è un perché, solo qualcosa che manca, la pazzia è questa mancanza, è il pezzo tagliato via, prezioso, insostituibile. E fa male..» p. 81</p><br><br>Postato in: Prendiluna - Stefano Benni <a href="http://reanet.comune.empoli.fi.it/community/forum/reviews/show/77#post77">Mostra l'argomento</a> | <a href="http://reanet.comune.empoli.fi.it/community/forum/reviews/show/77#post77">Posta la risposta</a> Wed, 21 Jun 2017 09:28:40 +0200 http://reanet.comune.empoli.fi.it/community/forum/reviews/show/77#post77 Mia suocera beve - Diego De Silva http://reanet.comune.empoli.fi.it/community/forum/reviews/show/76#post76 <p>Doveva essere una cosa rapida e indolore fatta di pochi e semplici passi: recarsi al supermercato, acquistare gli articoli necessari e tornarsene felicemente a casa. Che altro? Niente. Peccato che non sempre i nostri desideri combaciano con quella che è la realtà, l’Avvocato Vincenzo Malinconico, in merito ne sa anche troppo. <br />Lui che nella vita non può certo definirsi un uomo di successo, lui che ha un divorzio alle spalle, due figli, una moglie che ha voluto dividersi ma che continua a contattarlo per tutto, lui che ha una suocera gravemente malata che tra tutti i parenti – figlia compresa – non desidera altro che scambiare due chiacchiere con il genero, ovvero con Malinconico stesso, pure nominato d’ufficio doveva ritrovarsi! Eh! Perché, tanto, ne aveva poche. Ed è così che quella che poc’anzi abbiamo definito una ingenuissima capatina al supermarket, si tramuta in un vero e proprio sequestro di persona con carattere mediatico. E tra tutti proprio una vecchia conoscenza doveva incontrare, e proprio questa vecchia conoscenza lo doveva riconoscere, e proprio questa vecchia conoscenza doveva decidere quel giorno di attirare l’attenzione e di farsi giustizia da solo nominando legale della parte sequestrata – di fatto rea di aver commesso un altro reato per cui mai è stato punito, mai è stato condannato – innanzi a tutta la platea esterna e mediatica coinvolta attraverso l’utilizzo della tecnologia e dei canali informatici e on line. Si, tra tutti, lui, proprio lui è stato scelto. Sei felice Malinconico, vero? <br />E’ da queste premesse che ha avvio una delle commedie più esilaranti in circolazione nell’ultimo periodo. De Silva, infatti, sotto la falsa veste dell’ironia che una tragicommedia può celare, destina al lettore un componimento denso di significati e ove, tra tutti i principi, traspare certamente, la volontà di far riflettere su quella che è la forza e su quelle che sono le conseguenze del fenomeno mediatico. Il Giudice popolare finisce con l’essere coinvolto, chiamato a giudicare, con o senza titoli, con o senza volontà. Ed ancora, l’avventuriero, è chiamato a meditare sul senso della vita, su quelle che sono le speranze, le illusioni, le crisi di ogni uomo. <br />Il tutto è avvalorato da un linguaggio forbito, ironico, satirico, fluente che, battuta dopo battuta, tiene incollato chi legge sino a conclusione dell’opera. Un testo che arriva a più riprese, con un aspetto divertente alla prima lettura, e con un carattere riflessivo successivo alla conclusione della stessa. Nel mio caso, ad esempio, posso dire di averlo apprezzato per ironia e sarcasmo nello scorrimento ed ora che da almeno un paio di mesi l’ho ultimato, per contenuto e valori intrinseci. </p><p>«Se dovessi indicare il principale dei miei difetti, quello di cui più avverto la ricorrenza nei rapporti che instauro con gli altri, direi che è la mia tendenza a rimuginare. Io rimugino tantissimo. Quando cammino. Quando lavoro. Quando mi diverto. Quando mi compiango. Quando faccio l’amore. Soprattutto quando lo faccio (che poi, se uno ci pensa, rimuginare è un’attività da psicopatici. Perché si rimugina sull’accaduto, e l’accaduto – come dice la parola stessa – è già accaduto. Per cui è chiaro che affliggersi su faccende insuscettibili di modifica è un piacere morboso, una necrofilia intellettuale, una pratica masochista). Bene, io faccio di peggio: a volte mi lascio prendere così tanto dai rimugina menti che addirittura scrivo. Riempio cartelle di Word nella speranza di trovare le parole giuste per fissare un punto di vista e tendenzialmente non cambiarlo più. Faccio notte, quando proprio mi fisso. E poi mi dico: “Ma sei scemo, cosa devi scrivere, un libro?» p. 46 </p><p>«Di cosa sto parlando? Di stare fermo mentre tutto scorre. Del guardare senza capire. Del non poter chiedere spiegazioni a qualcuno senza fare una figura di merda. Ecc di cosa sto parlando. Un po’ come quando, a una tavolata di più persone, qualcuno fa una battuta che fa sganasciare tutti dal ridere e tu, che non l’hai sentita perché in quel momento eri distratto, cominci a ridere a tua volta per non sentirti escluso, e dopo un po’ ti tirano tutti i muscoli facciali per lo sforzo (perché nella vita si possono fingere un sacco di cose ma non le risate), così prendi un tovagliolo per nasconderti il minimo indispensabile, aspettando che lo sganascio corale si auto estingua e si torni a conversare normalmente, e invece il divertimento impazza, tutti si scambiano pacche rumorose (uno ha anche sputato l’acqua in faccia a quello di fronte), per cui ti concentri maniacalmente sui brandelli di frase estratti dalla battuta sconosciuta che qualcuno ripete fra i singhiozzi nel tentativo di afferrare il tema che ha scatenato il genio comico del battuti sta, ma intanto l’eccitazione collettiva ha acceso la comicità di qualcun altro, che a sua volta ha lanciato un’altra battuta legata alla prima che ti sei perso, e giù altre risate,e tu che sei all’oscuro di tutto fai di nuovo finta di ridere e così via, per cui a un certo punto non ne puoi più e allora, con i crampi alle mascelle, ti alzi e dici che devi andare in bagno e infatti ci vai e ti lavi la faccia tre volte di seguito, dopo di che ti guardi nello specchio e ti sembra di vedere un uomo disperato.» p. 63</p><br><br>Postato in: Mia suocera beve - Diego De Silva <a href="http://reanet.comune.empoli.fi.it/community/forum/reviews/show/76#post76">Mostra l'argomento</a> | <a href="http://reanet.comune.empoli.fi.it/community/forum/reviews/show/76#post76">Posta la risposta</a> Fri, 16 Jun 2017 12:35:29 +0200 http://reanet.comune.empoli.fi.it/community/forum/reviews/show/76#post76 Frammentario del mattino - Antonio Morelli http://reanet.comune.empoli.fi.it/community/forum/reviews/show/75#post75 <p>Già autore di ben quattro raccolte, Antonio Morelli, poeta empolese di grande sensibilità ed acume, ci dedica e fa destinatari di “Frammentario del mattino”, (Edizioni Erasmo, anno 2015), componimento con cui lo scorso 30 aprile, a Livorno, ha ottenuto la menzione speciale della seconda edizione del Concorso “Giorgio Caproni”. <br />Chi già è avvezzo alla poetica di Morelli certamente riconoscerà nell’opera presentata molteplici delle tematiche care e proprie allo stesso. Non mancano infatti quelle liriche atte ad esprimere un poetare che è esperimento di vita, un poetare che è luogo da vivere ma che rilutta a farsi vivere, un poetare che è necessità di “vivere in poesia”, un poetare ove la componente magnetica e tridimensionale è dettata dal trinomio tempo-spazio-dimensione, un poetare dedito alla tragicità, un poetare ove ricorre “l’acero e la distanza”, un poetare intriso di sofferenza, dolore, delusione e perdita, un poetare ricco di tutte quelle componenti che tanto hanno attanagliato la vita del verseggiatore. Ma, al contempo, “Frammentario del mattino” si erge anche ad opera nuova, ad opera ricca di evoluzioni, di rimessioni, di intimità. <br />Perché oltre che ad un’evoluzione linguistico-stilistica che ad ogni componimento – da “Poesie private a “Frammentario del mattino” passando per “Diario in versi del brutto tempo” – è palpabile, effettiva, materialmente tangibile, è presente in questo, anche un’evoluzione contenutiva che si contrappone alle predette costanti del letterato. <br />La parola persiste ad essere mezzo e fine, persiste ad essere il ponte di congiunzione tra la sfera dell’io intimo e dell’estemporaneo, persiste ad essere connessione indissolubile tra il mondo interiore ed esteriore, alternando stati di lucidità a tratti volutamente incerti, ma è anche soluzione unica. Il verbo è il tassello, è l’esperienza cognitiva che permette di riallacciare il rapporto interrotto, venuto meno, caduto. <br />Un poeta, Morelli, in bilico tra occasioni e atemporalità, tra delusioni e temporalità, tra spazialità e dimensionalità, tra prigionia e desiderio di libertà, un poeta Morelli che ha la capacità di rendere vivi i lemmi, che ha la capacità di trasportare l’avventuriero conoscitore in una profondità che non è più individuale, ma collettiva. </p><p>«Quando sono poeta <br />NON sono NULLA <br />SONO solo lui… <br />che foggia la parola <br />Lucida l’acero il mattino <br />Si nutre di pulviscolo <br />Ossigeno.. <br />Per essere solo <br />Titubare contro <br />Ogni identità..» <br />“Sono il canto”, p. 39/40</p><br><br>Postato in: Frammentario del mattino - Antonio Morelli <a href="http://reanet.comune.empoli.fi.it/community/forum/reviews/show/75#post75">Mostra l'argomento</a> | <a href="http://reanet.comune.empoli.fi.it/community/forum/reviews/show/75#post75">Posta la risposta</a> Fri, 16 Jun 2017 10:47:53 +0200 http://reanet.comune.empoli.fi.it/community/forum/reviews/show/75#post75 Diario in versi del brutto tempo - Antonio Morelli http://reanet.comune.empoli.fi.it/community/forum/reviews/show/74#post74 <p>«Se non scrivessi le poche righe che qui compongo [..] sarei uomo senza sguardo, senza il permesso di vivere » scrive Antonio Morelli ne “Il permesso di osare” , componimento classe 2007, da cui traspare in tutta la sua forza, il bisogno di elaborare, per vivere la poesia quale luogo ove il vissuto può ricomporsi ed esprimersi in tutta la sua semplice verità. <br />Perché la parola è strumento, ma anche fine. E’ il mezzo dell’animo sensibile per pronunciarsi, per rimettersi in pace con quella ferita che lacera nel profondo, per guardare con i propri fissi occhi quel dolore che attanaglia, che piega, che incessantemente percuote. Ed è il fine, perché attraverso il verbo, il poeta, risponde al canto intimo, perché attraverso il verbo il poeta è tutt’uno con quell’unico vero vivere cercato, bramato, auspicato. <br />La poesia non è dunque per Morelli solo e soltanto inchiostro su carta che corre e che va; è liberazione, è vita che lenta ed inesorabile si ripercorre, che lenta ed inesorabile si riapre agli occhi primi del sofferente uomo che in punta di piedi vi si avvicina, che si infrange con tutta la sua violenza contro l’individuo-scoglio, perché necessita di “uscire”, perché semplicemente è “essere”, luogo in cui vivere, luogo da vivere. <br />E’ spazio, dimensione, tempo. Spazio in cui dipanarsi, dimensione in cui chiarirsi, tempo in cui redimersi. Ed è tempo che non è mai avaro di riferimenti perché circoscrivere e precisare sono indispensabili per la spazialità. Solo attraverso il primo, la seconda può esistere. Solo attraverso il primo, la seconda può rivelarsi. E’ quella stanza dove il letterato si interroga, dove l’uomo si mette a nudo. </p><p>«Non conosco ancora questa casa. L’interno e l’esterno sono ospiti che ancora non frequento. Li frequento invece nei momenti oscuri.. la sera.. quando pernotto nelle adamantine stanze. Talvolta ho aggiunto una virgola a tale pagina, [..] talvolta ancora la riempio di libri e versi. E ve li scrivo..» da “Stanze”, 30/04/2011. P. 136 </p><p>Versi, quelli di Antonio, che sono concreti, sostanziosi, tangibili con mano. Non sono mai fini a sé stessi, vanno sempre oltre, si staccano dalla dimensione onirica per abbracciare quella del vero mediante una ritmica che scandisce i momenti, gli istanti, senza mai cedere, senza mai lasciare la presa sul lettore. <br />Una composizione, quella di “Diario in versi del brutto tempo” che spicca altresì per maturità implicita, per evoluzione stilistica, per creatività innata. Dalla sua lettura, non passa inosservata quell’intima crescita umana. E se “Poesie private” si propone quale esperimento dell’attendibilità e della tenuta del progetto di “vivere in poesia” perché poetare è vivere, nell’opera presentata, questo sperimentare trova risposta alle sue domande, trova risoluzione a quei conti ancora aperti. Una transizione ove vi è possibilità di chiusura per questi ultimi, ove quel “vivere in poesia” è affrontato nella forma nuova del “diario”. <br />Un perfezionamento notevole, che non passa inosservato e che si fa apprezzare in ogni suo studiato canto. Perché la poesia di Morelli non è mai lasciata al caso, non è mai improvvisata. Ogni vocabolo, ogni verso, ogni rima è incastonata ed incasellata in quella concatenata sequenza per ragioni profonde, e mai scontate.</p><br><br>Postato in: Diario in versi del brutto tempo - Antonio Morelli <a href="http://reanet.comune.empoli.fi.it/community/forum/reviews/show/74#post74">Mostra l'argomento</a> | <a href="http://reanet.comune.empoli.fi.it/community/forum/reviews/show/74#post74">Posta la risposta</a> Thu, 15 Jun 2017 10:25:41 +0200 http://reanet.comune.empoli.fi.it/community/forum/reviews/show/74#post74 Si sta facendo sempre più tardi - Antonio Tabucchi http://reanet.comune.empoli.fi.it/community/forum/reviews/show/73#post73 <p>«Il passato è più facile da leggere: uno si volta all’indietro e, potendo, dà un’occhiata. E poi, sia come sia, esso rimane sempre impigliato da qualche parte, magari a brandelli. A volte bastano soltanto l’olfatto e le papille gustative, è notorio: lo sappiamo da certi romanzi, anche belli. Oppure un ricordo, quale che sia: un oggetto visto nell’infanzia, un bottone ritrovato in un cassetto, che so, una persona che essendo un’altra te ne ricorda un’altra, un vecchio biglietto del tram. E all’improvviso sei li, proprio su quel trammino sferragliante che andava da Porta Ticinese al Castello Sforzesco, come un niente entri nel portone del palazzo ottocentesco, lo scalone ha un corrimano di ghisa lavorata con una testa di serpente, Sali due rampe, la porta si apre senza neppure che tu suoni il campanello e non te ne stupisci affatto, anche perché nell’ingresso, sopra il cassettone rococò, dietro la vecchia pendola neoclassica, vedi che lo specchio antico chiazzato di macchie brunastre è attraversato da una ferita che lo fende da un angolo all’altro, e ricordi che quel giorno mi dicesti: una persona con una malattia come la sua non può sfidare così il destino, è come chiamare disgrazie. E a quel punto capisci che la porta si è aperta da sola semplicemente perché lui, che voleva sfidare il destino, è stato fottuto come tutti quelli che vogliono sfidare il destino, chissà dove è mai sepolto, e invece lo specchio ferito è sempre li, come quel giorno in cui tu capisti chiaramente ciò che doveva succedere» p. 23-24 </p><p>Leggere Tabucchi è sempre un’esperienza unica. Ogni suo elaborato è capace di suscitare emozioni diverse e di ammaliare il lettore quando per peculiarità contenutive quanto per quelle stilistiche. Come non restare stupefatti, ad esempio, dalle sua grande padronanza linguistica? Potrà sembrare banale o ovvio, ma se avete avuto modo di leggere una o più delle sue opere, avrete certamente notato come, tra l’una e l’altra, tra un “Sostiene Pereira” ed un “Requiem”, o ancora un “Tristano muore” , o un “Per Isabel. Un mandala”, la qualità oratoria è mutevole, rara, preziosa, doviziosa, precisa, articolata, ma mai uguale. <br />A tal proposito, non è da meno “Si sta facendo sempre più tardi”, romanzo epistolare di grande complessità capace, missiva dopo missiva, di confondere, di lasciare perplessi, di toccare nel profondo l’avventuriero conoscitore e le sue più intime corde. <br />Quelle presentate sono circa diciassette lettere, ciascuna narrata da un “io” differente e destinata ad un “lei” variabile. Sono storie che narrano di corrispondenze che si interpongono tra interlocutori ogni volta diversi, sono storie che sono scandite da tempi e distanze dettate dalla lentezza o velocità propria di questo mezzo di comunicazione oggi sostituito da canali più rapidi o, comunque, caduto nella desuetudine. <br />Ed in quello che di fatto è un monologo costituito da una serie di divaganti e scollegati soliloqui, che l’autore riesce in una delle imprese più ardue: parlare d’amore, di perdita, di abbandono, di sentimenti che crescono e sconfinano. Perché queste donne sono ormai lontane, sono scomparse, morte o ancora sparite da un giorno all’altro, da un momento all’altro, dalla vita del protagonista scrivente. Ma come sottrarsi al ricordo, al rimpianto, al desiderio legato alla loro presenza, alla semplice e pura esistenza? <br />Non è semplice cimentarsi in questa lettura, le missive non sono tra loro interconnesse, non è chiaro nemmeno chi sia il destinatario (unico aiuto è dato da quel “mia cara”, o frasi affini, con cui ogni lettera ha inizio), ma se non avete fretta, il messaggio arriva, con tutta la sua forza disarmante. <br />Follia, sogno e realtà sono proprie di ogni epistola, il cui divenire è ignoto, essendone, le sorti, affidate al fato, al futuro. Scritti a cui è attribuito un altro ulteriore e fondamentale compito: ricongiungere segmenti di memoria, trovare un senso al vissuto, esorcizzare il costante ed incessabile timore della morte. <br />All’origine, una fotografia misteriosa. Una disarmonia, voluta e volontaria, come sviluppo. Perché la vita così è e così rimane. Ella giunge con la sua forza disarmante e soltanto in ritardo ci accorgiamo delle cose. Soltanto quando l’abbiamo vissuta, soltanto quando il tempo ormai è passato, scaduto, andato ce ne rendiamo conto. La si vive, e come diceva Tabucchi, non la si capisce. </p><p>«Storie. O meglio: le mie storie. Che dirne? A volte ci penso e avrei voglia di parlarne, ma poi in un istante la voglia mi passa, e così non te ne ho mai parlato. Però ora, anche se di sfuggita, ti vorrei dire non tanto quello che esse sono, cosa abbastanza difficile, ma cosa esse non sono. Abbi pazienza, ma come sai anche tu al negativo ci si spiega sempre meglio, o almeno io mi sono sempre spiegato meglio. Sono storie senza logica, prima di tutto. Detto fra noi, mi piacerebbe proprio trovare quello che ha inventato la logica per cantargliene quattro. E senza rime, soprattutto senza rime, dove una cosa non torna con un’altra cosa, un pezzo di storia con un altro pezzo di storia, e tutto risulta così, com’è la vita, che non obbedisce a rime, e ciascuna vita ha il suo accento, che è diverso dall’accento altrui.» p. 77</p><br><br>Postato in: Si sta facendo sempre più tardi - Antonio Tabucchi <a href="http://reanet.comune.empoli.fi.it/community/forum/reviews/show/73#post73">Mostra l'argomento</a> | <a href="http://reanet.comune.empoli.fi.it/community/forum/reviews/show/73#post73">Posta la risposta</a> Mon, 05 Jun 2017 11:24:11 +0200 http://reanet.comune.empoli.fi.it/community/forum/reviews/show/73#post73