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Maria Darida
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«Possibile che fosse morta anche lei e semplicemente non se ne fosse accorta? Possibile che una persona morisse prima di rendersene conto?»

Con “La ballata di Iza”, Magda Zsabò, dà vita ad un romanzo di grande intensità che si concentra su quelli che sono i rapporti umani e sulla sovente incapacità di essi. Alla base delle vicende narrate vi sono Etelka, un’anziana donna nata e cresciuta in un paesino di provincia, madre di Iza Szòcs, medico reumatologo residente in Pest, Vince, giudice riabilitato marito della vecchia e padre della giovane, Antal, ex marito della figlia e a sua volta dottore e Lidia, infermiera che ha vegliato sugli ultimi giorni di vita del magistrato.
Da una prima analisi l’opera chiaramente tende ad incentrarsi su quel che è il rapporto tra questa madre e questa figlia a seguito della morte del coniuge a causa di un cancro irreversibile. Di fatto, successivamente si stacca da questa visione per abbracciarne una più ampia e su larga scala.
Per non lasciare la mamma da sola, Iza decide di portarla con sé in quel di Pest, luogo dove la collocherà e dove pretenderà, senza rendersene conto, l’impossibile. La giovane assume immediatamente un atteggiamento di controllo verso colei che l’ha cresciuta, la studia come se fosse un caso clinico, si affida ai parametri ottenuti dai vari esami cui costantemente la sottopone, ma mai si interroga sull’agire dell’altra, mai si domanda il perché di certi suoi comportamenti e/o silenzi. Rifugge a essi, rifugge a tutto quel che richiede una valutazione approfondita. Non tollera le sue iniziative, non ha pazienza e silenziosamente la condanna. Perfino il nuovo compagno, Domokos, scrittore, che rappresenta nell’opera colui che è chiamato con le parole a rendere e descrivere emozioni e sentimenti, percepirà sempre, sino al momento conclusivo del volume, la figura della professionista in modo non chiaro quando al contrario, vivo sarà il dolore percepito al pensiero di questa attempata vedova. Tutto quel che viene fatto dall’anziana per cercare di dimostrare il suo affetto, per cercare di rendersi utile in questa realtà in cui dalla mattina alla sera si ritrova, è mal visto dalla dottoressa e, per riflesso, da chi la circonda tanto che, a furia di essere ammonita o brontolata, finisce col perdersi, con il dimenticare chi è. Non sa più pensare, non sa più fare alcunché. Perché i giovani hanno sicuramente ragione, perché Iza certamente sa quel che è giusto e quel che è sbagliato, quel che è corretto fare e quel che non lo è. Capisce di suscitare pena in chi le è accanto, ritiene di rappresentare un peso, vive come se lo fosse e nessuno – tranne forse lo scrittore e Antal che purtroppo risiede in una città lontana – si prefigge di dissuaderla da questa convinzione. Da questo momento le sue giornate sono scandite da solitari viaggi in tram o da lunghe soste nella propria stanza a fissare il vuoto e ad interloquire silenziosamente con il defunto marito.
Nel mentre, Antal, figlio di un acquaiolo, nato dal nulla e cresciuto in collegio grazie alle sovvenzioni di un avvocato che per anni doveva nascondere la propria colpa nella catastrofe che ha determinato il decesso del padre di questo, ristruttura l’abitazione della famiglia Szòcs, luogo che ha acquistato e in cui è tornato a vivere insieme a Capitano, leprotto che ha da sempre accompagnato le vicende dei protagonisti. Alcuno riesce a spiegarsi perché dopo quattro anni di matrimonio abbia deciso di interrompere la sua relazione con la collega. Nessuno è in grado di darsene una spiegazione. Il lettore, pagina dopo pagina arriverà a comprendere quelle che sono le motivazioni, quel filo a cui lo stesso ha dovuto aggrapparsi pur di non affondare, pur di non lasciarsi annientare da questa donna così fredda, maniaca del controllo, autistica alle emozioni, anaempatica, egoista. Perché Iza è una donna altruista solo in apparenza. I suoi gesti di cura, aiuto e apprensione verso il prossimo non sono mai mossi da uno spirito di autenticità, i suoi comportamenti, le sue imprese, parole e azioni sono sempre ponderate, calibrate al dettaglio, esposte in funzione di quel che l’interlocutore materialmente è dovuto a sapere. Cercherà anche, l’uomo, di salvare la cara mamma a cui si è affezionato nel tempo e da cui ha odiato distaccarsi col divorzio, ma sarà ormai troppo tardi. Perché quella sete di Etelka non può in alcun modo essere placata. La sua è una sete, inarrestabile, descritta con grande forza nel capitolo intitolato, appunto, “Acqua”. Ancora, a niente è servito il richiamo di Iza, ormai è troppo tardi, la sua è una ballata che non può che essere condotta che in solitudine.
Suddiviso in quattro grandi capitoli intitolati “Terra”, “Fuoco”, “Acqua”, “Aria” e caratterizzato da uno stile limpido, forte, duro, che trafigge chi legge trasmutandolo nella dimensione descritta, Magda Szabo dona al conoscitore un testo di grande empatia e contenuto, un volume che si percepisce con mano e che seppur in modo diverso rispetto a “La porta” resta indelebile nel cuore e nell’animo di chi legge. Potrei dire ancora molto, su questo elaborato, ma decido volontariamente di fermarmi per non rovinarvi il gusto di una lettura che sinceramente consiglio.

«Aveva ragione, aveva di nuovo perfettamente ragione, ma le persone anziane hanno passato la vita insieme ai loro oggetti, per loro ogni cosa possiede un valore molto più profondo che per i giovani»

«Ogni giorno si raccontava che Iza non l’aveva lasciata sola nella sua vecchia casa, aveva sistemato ogni cosa al suo posto, le aveva impedito di lavorare, si prendeva cura di lei, la ricopriva di doni. Dopo piangeva, a lungo, piena di vergogna, perplessa.»

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