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Orfani bianchi
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Manzini, Antonio - Manzini, Antonio <1964- >

Orfani bianchi

Milano : Chiarelettere, 2016

Abstract: Tra la Moldavia e Roma, due mondi a confronto, un destino duro e crudele, la forza e la bellezza di chi sceglie di lottare, di non mollare. Dagli occhi di una straniera il ritratto di come siamo fatti, il sentimento della nostra epoca. L'interno di una buona famiglia borghese italiana... La tragedia di una madre lontana da suo figlio, qui in Italia ad aiutare per lavoro un'altra persona. Il distacco, la nuova famiglia, l'amore. L'incontro con la sofferenza, la voglia di vivere e le contraddizioni di una condizione comune a tante donne, mamme, famiglie.

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Maria Darida
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Mirta Mitea, anni trentaquattro, di origine Moldava, è una donna che come troppe altre, ha dovuto abbandonare la propria famiglia e la propria terra natia, per dare un futuro a Ilie, figlio adorato. Le circostanze della vita non solo le hanno prematuramente sottratto la madre, venuta a mancare a causa di un incendio determinato da una vecchia e malridotta stufa, ma l’hanno anche obbligata a chiudere il bambino in un “internat”, un istituto che corrisponde ai nostri orfanotrofi. Ed è così che il dodicenne si ritrova ad arricchire le file degli “orfani bianchi”, ovvero di quei ragazzi che seppur ancora con i genitori in vita sono costretti a crescere da loro distanti perché il dio denaro non perdona, le spese sono tante ma il desiderio di donare un futuro migliore a quella prole apparentemente condannata alla disgrazia e alla fame, non muore mai. Perché, come sempre Tatiana ricordava a Mirta, tu padre, tu madre, “sei il presente” mentre Ilie/figlio “è il futuro”.
Roma. La donna giorno dopo giorno è costretta a rimettersi in gioco passando da lavori quali badante alla signora Olivia, a operaia in una specie di impresa di pulizie per 4,50 Euro l’ora, a nuovamente badante/infermiera della ricchissima signora Eleonora. Il tempo passa e non perdona. Il distacco da quegli occhi neri che ha lasciato in Moldavia non l’abbandonano mai, sente che qualcosa non va, cerca di stare vicino a quell’adolescente abbandonato a sé stesso, tenta ininterrottamente di far sentire la sua presenza nella quotidianità del piccolo uomo ma sa benissimo di non riuscirvi perché migliaia di chilometri li separano e per di più in un’età critica quale quella dell’adolescenza. Nessun padre, nessun nonno, nessuno zio può lenire alla solitudine di quella madre che lotta per un futuro insieme, nessun padre, nessun nonno, nessuno zio, può lenire alla solitudine di quel bambino rinchiuso in una struttura inospitale tra sconosciuti e regole ferree.
E’ in questo scenario che si apre il nuovo romanzo di Antonio Manzini, un elaborato in cui molteplici sono le tematiche che spiccano. L’autore ci pone infatti di fronte a due dilemmi. Da un lato abbiamo quello di queste donne che sono costrette a pagare un prezzo altissimo; quello di lasciare i propri affetti per prendersi cura di quella degli altri. Quanto cosa effettivamente questa scelta? Qual è la vera portata della stessa? Cosa questa realmente comporta? Di convesso il secondo, non meno importante, quesito: gli anziani, quegli uomini e quelle donne che ormai non più autosufficienti finiscono col sentirsi o col diventare un peso per chi hanno accanto, per la società. Sono vissuti come una ingombrante presenza, vivono con la consapevolezza di essere organismi in decadimento, percepiscono il fluire del tempo come una condanna che mai finisce con l’essere espiata. A quando la morte, perché questa sembra non voler sopraggiungere mai? Espressione di detta realtà è Eleonora che, colpita da un ictus, è obbligata alla sedia a rotelle, è tenuta a sopportare sulla sua pelle le mani di estranei, è costretta alla volontà altrui. E’ vita questa? Sembra chiederci.
Due verità drammatiche messe egregiamente a confronto, due vite forse non così tanto agli antipodi.
Non solo, il tutto è trattato nell’atmosfera di un pregiudizio che non muore mai, semplicemente si sposta. E se negli anni settanta/ottanta toccava il popolo italiano del meridione che migrava al nord in cerca di prospettive migliori, negli anni duemila approda allo “straniero” venuto in Italia per “rubare” il lavoro agli italiani, lo straniero che non è visto nella sua singolarità ovvero quale essere umano prima di tutto, ma come insieme: non conta che sia una persona magari buona e perché no, anche di sani principi; esso/essa verrà sempre e comunque etichettato quale colpevole dei più svariati misfatti perché la sua “razza” di appartenenza quella è e quella resta.
Manzini si supera e crea – con una penna nettamente più poetica di quella che abbiamo conosciuto nella serie di Rocco Schiavone – in questo romanzo, un personaggio concreto, tangibile con mano, che suscita empatia in chi legge. E’ uno scritto, infatti, che tocca le corde del conoscitore, che arriva nel profondo e nulla risparmia, tantomeno nel suo epilogo.

«La fame te lo toglie l’orgoglio. E ti toglie l’amor proprio e la dignità. Come si fa a sopportare di essere colpevole di cose che non hai mai pensato? Solo perché altri quelle cose le fanno. Tutti i giorni. E quindi per riflesso le fai anche tu? Sarebbe mai arrivato il giorno in cui sarebbe stata considerata né più né meno che una donna e giudicata per le sue azioni? Fino a quando ce l’avrebbe fatta? [..] Odiava Ciasullo, la signora, i poliziotti e gli occhi degli italiani. Ma non perché la trattavano così, loro erano i vincitori e si sa che i vincitori non provano pietà per i vinti, ma perché con gli sguardi e le parole le riportavano alla mentre sempre quella domanda: fino a quando?» p. 143/144
«Quanto costa questo lavoro, Nina? Il prezzo qual è? E’ alto, te lo dico io. Quello che lasciamo pesa cento volte di più di quello che otteniamo.» p. 171

« Non erano più le sue mani. Dov’erano finite le sue mani? In quale angolo di strada si erano perdute? E se loro avevano dimenticato tutto, perché la sua testa no? Quella era come se fosse passato un solo pomeriggio dall’ultima volta che aveva suonato. La testa non si arrende mai. E’ il corpo che si ferma e ti saluta. E la cosa peggiore era avere la coscienza del proprio decadimento. Della propria disgrazia. Un rumore la fece voltare verso la porta del salone. Ferma e silenziosa, impenetrabile sulla sua sedia a rotelle, c’era la vecchia. Che la guardava. Ma lo sguardo era cambiato, parlava. » p. 181

«”Le mie dita? Ah, si… le dita una volta sapevano suonare.. ora sono un po’ incastrate. Non si muovono come dovrebbero. Faccio fatica. E anche un po’ pena”. La signora alzò appena un lato della bocca. Era un sorriso. Si indicò il petto e poi le mani di Mirta. “Non capisco. Lei? Lei e le mani… le servono le mie mani?” Eleonora ripetè i gesto. Allora Mirta capì. “Lei è… le mie mani?”. La signora Ferlaini Strozzi chiuse gli occhi soddisfatta.»

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