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La strada per Los Angeles
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Fante, John

La strada per Los Angeles

Torino : Einaudi, c2005

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È destinato a dividere i lettori in due schiere contrapposte, questo romanzo di John Fante, il primo del ciclo di Arturo Bandini ad essere scritto e l’ultimo a vedere la luce (fu pubblicato, postumo, nel 1985). Chi lo detesterà avrà molti argomenti a sostegno della sua tesi. L’Arturo qui ritratto, nel secondo capitolo della saga, è un perdigiorno incallito; è uno che passa da un lavoro all’altro senza sosta; è un ladruncolo; è un fanfarone che parla di Nietzsche e Schopenhauer con gente incolta e che si arrabbia quando i suoi interlocutori – semianalfabeti - non lo comprendono; è un onanista; è un ateo che non perde occasione di farsi beffe di tutto ciò che è cattolicesimo (da cui lo scontro costante con la madre e la sorella, che alla fine deruba); è una sorta di rivoluzionario che si dichiara comunista pur senza esserlo; è un violento; è un maschilista; è un autolesionista ai limiti del masochismo; è un razzista e chi più ne ha più ne metta. Ha tutti i difetti del mondo, Arturo Bandini. E questo già basterebbe per respingere tutti quei lettori che, nei libri che leggono, cercano – legittimamente - un protagonista in cui identificarsi. In più, il romanzo è scritto sotto forma di incessante flusso di coscienza e i pensieri al limite della follia di Arturo viaggiano in direzioni spesso imprevedibili, qualche volta davvero scioccanti. Chi invece lo amerà (e tra questi ci sono io), apprezzerà la straordinaria capacità di Fante di creare letteratura dal nulla. Basta il frego di un fiammifero su un muro, l’aria salmastra del porto, la vetrina di un negozio, la nebbia, qualsiasi cosa è fonte di ispirazione e consente a Fante di scrivere versi di una bellezza unica. Qualsiasi cosa prende vita, si anima, quando è trattata dalla sua penna. E poi non è vero che il romanzo non ha una trama. È, invece, la storia lucida e coerente di un giovane “ribelle con una causa”, colto esattamente nel momento in cui comprende il motivo per cui tutto quello che lo circonda gli provoca rabbia, frustrazione, senso di impotenza: il momento in cui capisce di essere uno scrittore. E, una volta compresa la sua reale aspirazione – e il suo talento - non si accontenterà di diventare uno scrittore qualunque, vorrà diventare il migliore. È un romanzo modernissimo, questo, perfino un metaromanzo in certi passaggi (come quello in cui Fante descrive - magnificamente - il processo di creazione del primo manoscritto di Arturo, con protagonista Arthur Banning. Romanzo fittizio, le cui prime esilaranti pagine sono trascritte fedelmente) che non raggiunge i livelli poetici di Chiedi alla polvere ma che è narrativamente superiore a un’infinità di libri di una banalità stordente che vengono pubblicati oggigiorno. Non sorprende il fatto che per quasi quaranta anni nessun editore abbia avuto il coraggio di pubblicarlo.

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