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La testa perduta di Damasceno Monteiro
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Tabucchi, Antonio

La testa perduta di Damasceno Monteiro

Milano : Feltrinelli, 2004

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Maria Darida
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Un bisogno fisiologico incontrovertibile di urinare è quello che spinge Manolo il Gitano, detto El Rey, a destarsi dal sonno e a recarsi al di fuori della sua baracca; una necessità che mai avrebbe però pensato che potesse portarlo a rinvenire quel corpo decapitato tra i rovi. Ed è a seguito di detto ritrovamento che Firmino, giovane giornalista di Lisbona, viene inviato nella città di Oporto al fine di seguire l’inchiesta onde scoprirne i misteri, le incomprensioni, le contraddizioni. Alloggiato presso la pensione di Dona Rosa, il ragazzo percepisce sin dalle prime battute che molteplici sono le incoerenze che si celano dietro al rinvenimento tanto che, scoperta l’identità del proprietario della testa nella persona di Damasceno Monteiro, ventotto anni, garzone presso la Stones of Portugal e residente presso Rua Dos Canastreiros nella Ribeira, inevitabile è recarsi da un legale, a sua volta riscontrabile nella figura di Mello Sequeira, detto Don Fernando; atipico nel suo genere, perché oltre che ad essere uomo di grande cultura letteraria che porterà il protagonista a riflettere sul quello che doveva essere il suo saggio sull’influenza di Vittorini sul romanzo portoghese nel dopoguerra, è dedito alla difesa gratuita dei poveri, dei derelitti e dei disperati .
Ed è a questo punto che il romanzo prende il volo trascinando il lettore per le vie di una cittadina con mille segreti, in quella che è una realtà costituita da corruzioni, violenza e traffico di stupefacenti da parte di una frangia della Polizia dello Stato.
Di fatto, tra un piatto di trippa, una disputa filosofica, una discussione letteraria, gite fuori porta presso l’unico fratello di latte ancora in vita dell’uomo di legge, assisteremo da un lato, ad un mutamento del rapporto tra i due personaggi che, da un mero legame lavorativo diventerà una effettiva relazione di stima, rispetto, amicizia e dall’altro al corso inesorabile di una giustizia ipocrita, autoritaria, inquisitoria. Le vicende si svolgeranno in quello che è un Tribunale Militare, luogo in cui vane saranno le recriminatorie di Don Fernando, inani saranno le sue riflessioni sulla tortura, sulla effettiva dinamica dei fatti; il caso sarà obliato, sarà risolto attraverso la maschera di una finta legalità che non lascia spazio ai più deboli consacrandosi nel volto del più forte.
Un testo duro è “La testa perduta di Damasceno Monteiro”, un elaborato in cui Tabucchi si riafferma quale un autore eccellente per forma e per stile, ma anche per contenuto, retaggio storico e contesto sociale.
Come noto, infatti, Damasceno Monteiro è il nome di una via di un quartiere popolare di Lisbona ed il fatto a cui è ispirata la vicenda risale ad un episodio realmente accaduto nella notte del 7 maggio 1996, quando Carlos Rosa, cittadino portoghese di 25 anni, venne brutalmente ucciso in un commissariato della Guarda Nacional Republicana di Sacavém alla periferia di Lisbona, e rinvenuto – appunto – decapitato e con numerosi segni di sevizie sul corpo. Partendo da questo assunto, Tabucchi, con il suo stile inconfondibile, è riuscito a dar vita ad uno scritto che è nel suo emblema il perfetto ritratto storico e politico di un Portogallo voglioso, negli intenti, di lasciarsi alle spalle gli anni bui del regime di Salazar, ed incapace, nel concreto, di staccarsi da quella che è la mentalità dittatoriale; impostazione che continua a respirarsi nella quotidianità, che influenza i cittadini e consacra i governi autoritari e le forze di polizia.
Impossibile è nella lettura non immedesimarsi con Firmino, non apprezzare quelle perle di rara bellezza e riflessione che sono i dialoghi con Don Fernando, non immaginarsi in passeggio per le viuzze che caratterizzano Oporto e/o Lisbona, non immaginarsi seduto ad un tavolo di un ristorante a gustare un piatto tipico tra una dissertazione filosofico letteraria e l’altra, o ancora non riflettere su quella che è la tortura, tematica che viene argomentata, trattata e sviluppata con uno stile prima semplice, poi sempre più incisivo.

«- Lei continua a deludermi, giovanotto, rispose l’avvocato, cerca a tutti i costi di essere inferiore a se stesso, non dobbiamo mai essere inferiori a noi stessi, cos’è che ha detto di me?
- Che ha una reputazione da difendere, rispose Firmino
- Senta, mormorò l’avvocato, credo che non ci siamo capiti, le dirò una cosa una volta per tutte, ma spalanchi bene le orecchie. Io difendo gli sciagurati perché sono come loro, questa è la pura e semplice verità. Della mia nobile casata utilizzo solo il patrimonio materiale che mi è rimasto, ma come i disgraziati che difendo credo di aver conosciuto le miserie della vita, di averle capite e anche assunte, perché per capire le miserie della vita bisogna mettere le mani nella merda, scusi la parola, e soprattutto esserne consapevoli. E non mi costringa alla retorica, perché questa è retorica a buon mercato. » p. 126

«[..] Ho la mania di fissare i nomi dei torturatori, chissà perché ho l’impressione che fissare i nomi dei torturatori abbia un senso, e sa perché? Perché la tortura è una responsabilità individuale, l’obbedienza a un ordine superiore non è tollerabile, troppa gente si è nascosta dietro questa miserabile giustificazione facendosene uno schermo legale, capisce? Si nascondono dietro la Grundnorm.» p. 176

«E’ una persona, disse, si ricordi questo, giovanotto, prima di tutto è una persona» p. 238

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