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Il quartiere
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Pratolini, Vasco

Il quartiere

Milano : A. Mondadori, 1994

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Maria Darida
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Firenze, anni ’30. “Il Quartiere” non è certo un luogo dove sfarzo e lusso regnano sovrani, eppure, per i protagonisti di questa storia è “la casa”, la località dove risiedono gli affetti, la consuetudine, i dogmi della vita di strada, i principi di onestà e rettitudine di tempi dettati e scanditi da una diversa concezione della quotidianità.
Valerio, Giorgio, Carlo, Arrigo, Gino, Berto, Maria, Marisa, Olga, Argia e Luciana, sono le voci corali che abitano le pagine dell’opera di un Pratolini ancora lontano dai cenni biografici che abbiamo conosciuto in successivi elaborati quali “Cronaca Familiare”. E così, tra Via Laura, Santa Croce, San Frediano e tutte le altre aree principali della città, prende campo uno scritto che può simbolicamente dividersi in due fasi; una prima all’interno della quale il lettore viene a conoscenza delle realtà di ogni personaggio, ancora poco più che adolescente ed il cui giungere all’età adulta è segnato del passare dal pantalone sopra le ginocchia a quello fino alle caviglie, sino all’avvicendarsi dei primi amori e delle prime delusioni, intervallandosi per quel bisogno incessante di non perdersi nonostante gli avvenimenti a cui fattori esterni – quali l’avvento del Fascimo – e perdizioni interne – quali il farsi corrodere dall’invidia – sottopongono il gruppo, ed una seconda ove la Guerra, con il suo arrivo, muta nuovamente le carte, portando scompiglio, cambiamento.
Due fasi dunque, che nel loro essere segnano il passaggio dalla giovinezza all’età adulta. E’ una società fondata sul lavoro e sull’onestà morale quella che è descritta dall’autore, una realtà in cui con una scazzottata tutto poteva essere risolto purché si parlasse, ci si confrontasse, si desiderasse il chiarimento. Si parla di amicizia vera, nata tra la povertà, coltivata nella solidarietà di un Quartiere che può forse offrire poco economicamente, ma molto dal punto di vista della solidarietà. Ed anche quando giunge il momento del risanamento dei luoghi della crescita, esso non si sgretola, in pochissimi decidono di trasferirsi nelle periferie, la maggior parte si ammassa nelle case non colpite dal procedimento amministrativo pur di non abbandonare quei luoghi.
E’ uno scritto altresì caratterizzato da malinconia, sensazione suscitata dalla consapevolezza di una ruota, spesso immutabile, che gira tornando sempre al suo punto d’origine, ma anche per il ricordo, per noi nuove generazioni, di un tempo in cui i valori erano diversi, dove la società era più semplice, dove ci si accontentava di poco ma quel poco era il tutto.
Stilisticamente parlando Pratolini non delude, anzi, è capace con la sua penna erudita di toccare l’anima di chi legge, di accompagnarlo nello scorrere delle pagine con grazia e dovizia rievocando altresì immagini di una Firenze in piena evoluzione. Semplicemente, da leggere.

«E veramente siamo diversi. Coi ginocchi coperti o gli alti tacchi di donna, pensiamo di affrontare il mondo via via che il cuore si gonfia dentro il petto, e negargli lo sfogo ci sembra un dovere. Diventare grandi crediamo sia questo soffrire in silenzio, parlare per allusioni o fare gesti che abbiamo visto fare, mischiare veleno e miele dentro al cuore. [..] Eppure possiamo leggerci dentro il cuore l’uno con l’altro, seguirci in ogni strada o piazza e fra le mura delle nostre case di Quartiere. I nostri sogni sono stati così uguali che per formare diverse le nostre storie abbiamo dovuto dividerci le occasioni, come da fanciulli si prendeva ciascuno una qualità diversa di gelato per assaggiarle tutte. Ma ora abbiamo i tacchi alti e le ginocchia coperte; e una finzione negli occhi se ci guardiamo. Ma basta che uno di noi volti un angolo di strada o salga una rampa di scale, perché gli altri possano seguirlo in ogni gesto, come in uno specchio. Ce ne siamo dette le ragioni di un giorno lontano con pugni e abbracci, muco sotto il naso: non c’è nulla che possa sfuggirci nell’affetto che ci lega. Lasciate che la finzione ci squassi, o la vita, col cuore che si fa grosso e noi lo comprimiamo. Un giorno saremo ancora tutti assieme, seppure coi corpi consumati da contatti estranei. Ma i nostri corpi sono abituati a dormire su un materasso di foglie, a soffrire di geloni, si sono nutriti di cavolo e di lampredotto, come volete che ci faccia paura ritrovarci un po’ diversi in viso? Credete che non ci riconosceremmo?»

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