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Tess dei d'Uberville
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Hardy, Thomas

Tess dei d'Uberville

Milano : Mondadori, 2002

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Maria Darida
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Tess è una ragazza tenace, figlia della povertà e dei campi, vittima dell’uomo e dell’età industriale. La tranquilla contea inglese del Wessex, antica denominazione anglosassone del Dorset, è lo scenario dove le vicende prendono campo. Caratterizzata da quella ingenuità e purezza che sono proprie del suo status sociale e della fascia temporale in cui fatti si dipanano, ella viene a conoscenza di essere la presunta ultima rappresentante di una nobile famiglia decaduta, viene sedotta nonché abbandonata da un uomo che si approfitta della sua semplicità per poi ritrovarsi a dover seppellire il figlio di quest’ultimo – deceduto perché nato malato – con un battesimo “fai da te”, ed ancora con l’essere additata e condannata come “donna perduta” dall’opinione comune. Ma non si arrende Tess e cerca la sua opportunità di riscatto nel lavoro e nella dedizione a questo. E’ lasciando la sua terra natia che ella vi riesce conoscendo altresì Angel Care, figlio di un pastore evangelista, che si innamora della donna, coniugandosi con lei. Eppure per Tess non c’è pace, le circostanze avverse non hanno intenzione di lasciarla, di mutare la loro preda.
Personalmente ritengo che due siano le chiavi di lettura conciliabili con l’opera de qua. Una prima si incentra sull’azione del destino; questo è la causa ultima delle sorti della donna e a questo si somma il non meno rilevante ruolo della natura, di quella natura ciclica che si ripete, si manifesta per quella che è. Una seconda che al contrario si concretizza negli uomini. Le sventure della protagonista non sono altro che il risultato di incontri con uomini sbagliati nonché delle convenzioni sociali dell’Inghilterra Vittoriana. Certo, anche secondo questa interpretazione risulta evidente un ruolo del destino a cui ricollegare i fatti; ma chiaramente questo non è da accomunare esclusivamente ed unicamente alla natura che suscita con i suoi paesaggi desolati e bradi, il sentimento, ma anche e proprio a quella componente di umanità che si inserisce nello scorrere delle pagine.
E così la ragazza si ritrova prima fra le “braccia” di Alec, rampollo cinico e frivolo a cui la famiglia ha comprato per prestigio sociale il cognome dei D’Uberville e di poi in quelle di Angel, retto ed innamorato della fanciulla – e dunque l’esatto opposto del primo – che si rivelerà essere assolutamente incapace di comprenderla talché il suo riapparire dopo averla abbandonata crudelmente ne segnerà le sorti nonché l’epilogo. Due figure dunque che sono le vere artefici della sorte della donna; Alec che per ben due volte si insinuerà nella quotidianità dell’inglese configurandosi come strumento di rovina, ed Angel che seppur munito della possibilità di cambiare questo infausto destino; ne è incapace. Seppur infatti apparentemente anticonformista egli è in realtà prostrato alle regole della società; ne è semplicemente incatenato. Ciò gli impedisce di rendersi conto della bellezza interiore – e non solo esteriore – della moglie.
A questo quadro si somma la famiglia che, a sua volta spinta dalla volontà dell’apparire, della possibilità di riscatto sociale e dalla brama di ricchezza, incautamente destina la figlia ai falsi ricchi di cui Alec è esponente.
Un romanzo forte, intriso di sentimento, di riflessioni su quello che è il binomio apparire-grandezza d’animo in correlazione con il costume, con l’ordine sociale dettato da consuetudini e dogmi di una società imperniata e consacrata alle sue regole sociali.

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