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Lo straniero
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Camus, Albert

Lo straniero

Milano : Bompiani, 2016

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Maria Darida
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COSÌ È...

Meursault è un impiegato di origini francesi che vive ad Algeri. Il primo incontro del lettore con l’uomo avviene con la scoperta della morte della madre. Sin da queste iniziali battute egli appare come un individuo anaffettivo, apatico; in realtà egli, come chi legge, è vittima di quel sentimento a cui è impossibile dare un nome quando una persona cara, ed ancora di più un genitore, viene a mancare. Per questo, di primo acchito, viene spontaneo rifiutarlo, egli è diverso dal comune immaginare sé stessi. E se già da questa primordiale partenza il lettore nutre nei confronti del protagonista, sentimenti ambivalenti, nel susseguirsi della vicenda egli risulta essere ancora più lontano dalla dimensione dell’odierno conoscitore. Una colluttazione con un arabo sulla spiaggia ed il conseguente gesto del protagonista, ne segnano le sorti: verrà arrestato e condannato a morte e mai cercherà conforto nella religione. Durante le fasi processuali, tra l’altro, viene spontaneo chiedersi: ma Meursault è a processo per aver ricoverato la madre in un ospizio, per non aver pianto al suo funerale e per non aver chiesto perdono a Dio, o perché ha ucciso un uomo? Altra riflessione si sostanzia in quelli che sono gli ultimi momenti della sua vita: l’assurdità palese della situazione mixata ad un universo di circostanze di indifferenza e insensibilità verso l’umanità induce, a ritenere che il reo possa trovare consolazione solo in quel destino comune che alla “fine dei giochi” lo accomuna ad ogni incensurato, ponendoli – entrambe le “categorie” – indistintamente sullo stesso identico ago della bilancia.
Questo particolare personaggio di Camus, un uomo senza mappa e senza coordinate, un individuo non immorale ma perduto proprio come lo scrittore nella realtà immagina essere coloro che popolano il suo tempo, spiazza ed infastidisce tutti coloro che, abituati ad uno sviluppo e maturazione del protagonista, assistono al suo mancato pentimento. Egli infatti non si giustifica, non si difende. Si limita a rispondere con dei brevi “si”, “no”, “Non ho niente da aggiungere” alle domande che gli vengono poste e questo perché nel suo intimo sa che verrà condannato perché così è e così è sempre stato: come non ha potuto decidere della sua nascita similarmente non potrà decidere della sua morte. Che questa accada per espiare ad una pena o semplicemente per vecchiaia, malattia, incidente stradale o altro, non fa la differenza.
In tanti modi può essere interpretato “lo straniero” di Camus. Certamente l’analisi può partire dal concetto di responsabilità. Lo straniero è di fatto irresponsabile perché subisce gli eventi sottraendosi alla ragionevolezza perché solo chi è consapevole di ogni suo gesto può agire per modificare il suo futuro, il suo destino. Camus dunque muove dal presupposto: responsabilità e ragionamento come strumenti per migliorare le vite di chi entra in contatto con noi (e di conseguenza le nostre), ragionamento e responsabilità nell’ottica di azioni che hanno un significato, un peso, così come ogni parola. E lo scrittore sceglie, sceglie sempre perché non ci sono mali peggiori da evitare, o prese di posizione da difendere, bensì decisioni da condividere e da valutare per poterne pienamente constatare il senso ed evitare dunque di procedere per dogmi e illusioni. Ma quindi chi è lo straniero? Lo straniero non è chi appartiene ad una diversa cittadinanza o chi non si riconosce in se stesso, è tale chi convive con un denominatore comune di sofferenza, difficoltà e debolezza. E solo e soltanto agendo il soggetto potrà fare qualcosa; forse non potrà cambiare il mondo, ci sussurra Albert, ma certamente potrà migliorare la propria qualità di vita.
Per Camus scrivere è una forma di liberazione. Sin dalla tenera età è abituato ai sacrifici; figlio di lavoratori concepirà l’ideologia come una macchina di giustizia troppo lontana dalla vita reale. Fondamentale è l’equilibrio, condizione a cui per primo si sottopone poiché egli è per primo estraneo a tutto: alla Francia che lo considera algerino, all’Algeria che lo considera straniero, ai comunisti che lo considerano un reazionario e paradossalmente anche ai conservatori che lo considerano comunista. Questa condizione di estraneità lo sottopone ad una riflessione continua ed incessante che non lo abbandona mai e che lo porta ad interrogarsi sul senso della vita e su quali sono i motivi per cui valga la pena viverla. Con “lo straniero” affronta tutto questo – concludendo ed approfondendo il ragionamento ne “la peste –, consacra l’incolmabile e insanabile solitudine dell’uomo, e riesce a descrivere l’esistenza come un qualcosa che, casualmente ma non senza causa, semplicemente, accade.

«E così, più riflettevo e più cose sconosciute e dimenticate tiravo fuori dalla mia memoria. Allora ho capito che un uomo che avesse vissuto soltanto un giorno avrebbe potuto facilmente vivere cent’anni in una prigione. Avrebbe avuto abbastanza ricordi per non annoiarsi» p. 107

«Non mi ero reso conto di quanto i giorni potessero essere al tempo stesso lunghi e brevi. Lunghi da vivere, senza dubbio, ma così dilatati da finire per riversarsi gli uni negli altri. Sino a perdervi il proprio nome. Ieri e domani erano le uniche parole che conservassero un senso per me» p. 108

«Eppure nessuna delle sue certezze valeva un capello di donna. Non era neanche sicuro di essere vivo, perché viveva come un morto. Certo, io sembravo a mani vuote. Ma ero sicuro di me, sicuro di tutto, più sicuro di lui, sicuro della mia vita e della morte che mi aspettava. Si, non avevo altro. Ma almeno possedevo quella verità quanto lei possedeva me. Avevo avuto ragione, avevo ancora ragione, avevo sempre ragione. Avevo vissuto in un modo e avrei potuto vivere in un altro. Avevo fatto questo e non avevo fatto quello. Non avevo fatto quella cosa ma avevo fatto quest’altra. E dopo? Era come se avessi aspettato per tutta la vita quel minuto e quell’alba che mi avrebbero giustificato. Niente, assolutamente niente aveva importanza, e sapevo bene perché. Anche lui sapeva perché» p. 155

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