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Tutta la luce che non vediamo
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Doerr, Anthony

Tutta la luce che non vediamo

Milano : Rizzoli, 2014

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Maria Darida
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«Vede cose che gli altri non vedono. Che cosa non ha fatto, la guerra, ai sognatori» p. 487

«Aprite gli occhi e guardate tutto quello che potete prima che si chiudano per sempre» ci sussurra, attraverso i suoi personaggi, Anthony Doerr. La sua voce è un invito costante, leggero e penetrante che va ben oltre le parole, che va ben oltre la mera e semplice facciata, che giunge diretto sino al cuore tale è la verità di queste semplici, eppure tangibili, espressioni.
1934. Marie-Laure Leblanc vive a Parigi col padre, fabbro presso il museo del luogo, quando ad appena sei anni perde la vista a causa di una cataratta congenita bilaterale insanabile.
Werner Pfenning, otto anni, orfano, vive con Jutta, la sorella seienne, nell’orfanotrofio tedesco gestito da Frau Elena. Munito di grande intelligenza ed attitudine matematica, ben presto scopre le radio e da quel momento, quelle onde, diventano la sua vita. Studia da autodidatta ed inconsciamente spera di poter fuggire al destino delle miniere, luogo ove sarebbe stato inevitabilmente destinato al compimento del quindicesimo anno di età nonché unica fonte di sostentamento della zona e rea confessa della morte del padre.
L’imminente scoppio della guerra muta le sorti di ciascun protagonista. La ragazza, che pian piano ha imparato a leggere il braille, fugge dalla capitale col padre per recarsi a Saint-Malo, cittadina bretone protagonista storicamente nota per i fatti di guerra occorsi; il giovane, grazie alla sua fama di riparatore, viene notato da un ufficiale e destinato all’Istituto di educazione nazionalpolitica di Schulpforta dove imparerà l’arte militare, i segreti della scienza, ma anche a far fronte ai rumori della coscienza, percepiti, vissuti mediante il tramite di Friedrich, seppur inascoltati, perché ancora non maturo il tempo. Werner che d’altra parte è sempre stato piccolo per la sua età e che badava a sua sorella, di fatto difficilmente si è sottratto ad un compito, difficilmente non ha fatto ciò che ci si aspettava da lui.
Passano gli anni, salti temporali ci aiutano a ricostruire la loro storia, il loro cammino, il loro inevitabile fugace incontro. E non vi è odio né giudizio, in queste pagine, ma soltanto consapevolezza. La prima sensazione che viene percepita dal lettore è proprio questa assenza, si fa rapire dai fatti, dalle voci narranti, si immedesima in ciascun protagonista, eppure non giudica né il tedesco né il francese. Empaticamente li comprende, tanto che la sofferenza da ciascuno provata, diventa sua. Propria, unica, intima. Passo dopo passo scopre un volto nuovo del Secondo conflitto Mondiale, riflette su una semplice costante: la guerra, da qualsiasi parte la si osservi, da qualsiasi fronte la si combatta, non porta mai vincitori, ma solo vinti. Perché il prezzo da pagare è sempre alto, e si conta in vite umane che prima di essere strappate al loro ultimo alito, al loro ultimo respiro, affrontano un percorso di dolore e privazione che è sempre peggio della morte in sé. Perché alla fine dei giochi, “il sangue è sempre rosso”. E questa distanza dal giudizio, questa assenza di preconcetti, di colpevoli ed innocenti, induce alla riflessione.
Ma “Tutta la luce che non vediamo”, non è solo questo. Partendo da detto presupposto dipana la sua forbice attraverso due protagonisti così diversi e così eguali, entrambe giovanissimi, entrambe attaccati alla loro valvola di sfogo – la lettura, lei; la radio lui – pur di sopravvivere, pur di andare avanti e convivere con il malessere. Ella, con i libri, fa fronte alla solitudine determinata dall’assenza del padre di cui si perdono le tracce una volta che viene arrestato in quel che doveva essere un breve soggiorno a Parigi. Con questi vive, vede, supera il limite dei non vedenti, è parte integrante di quel romanzo, “Ventimila leghe sotto i mari”, che l’accompagna per tutti quegli anni di nascondiglio. Lui, con le sue onde radio, cerca di non pensare al conflitto, alle parole della sorella che ha sempre visto, che ha sempre saputo, si interroga sul giusto e sullo sbagliato, prende consapevolezza di quel che lo circonda ma soltanto sul finale trova il coraggio di staccarsi da quel che gli altri gli dicono di fare, da quel che gli altri si aspettano che faccia, per essere individuo e non truppa. Per essere persona che medita e ragiona e non mero esecutore di comandi.
Ed è proprio nell’epilogo che questo messaggio arriva travolgente, irrefrenabile. Perché la vita va avanti, il suo flusso è inarrestabile, il tempo passa, il passato non perdona, il ricordo non abbandona. Non ci sono vincitori, non ci sono vinti, ma sopravvissuti. Ognuno col suo bagaglio di fantasmi, ciascuno con la sua perdita, cadauno con le sue colpe.
Avvalorato, infine, da un’alternanza di voci e spazi temporali, passando altresì dalla Francia alla Germania, dal 1934 al 1944 e successivi, il premio Pulitzer 2015 Anthony Doerr, ci regala un romanzo di tutto rispetto, un’opera che alla sua conclusione manca, un elaborato che nella sua semplicità rivela verità concrete, uno scritto che si fa vivere dalla prima all’ultima pagina. Indelebile.

«Segui il percorso logico. Per ogni effetto c’è una causa, per ogni frangente una soluzione. A ogni serratura la sua chiave. Puoi tornare a Parigi, puoi rimanere qui, puoi proseguire.» p. 114

«”Quando ho perso la vista, Werner, mi hanno detto che ero coraggiosa. Quando se né andato mio padre, mi hanno detto che ero coraggiosa. Ma il mio non è coraggio; non ho scelta. Mi sveglio e vivo la mia vita. Tu non fai lo stesso?”
“No, da anni. Salvo oggi. Oggi forse l’ho fatto”» p. 456

«[..] Il tempo è una pozza rilucente che ci portiamo fra le mani; bisognerebbe usare ogni energia per proteggerla. Combattere, impegnarsi davvero per non perderne nemmeno una goccia» p. 462

«Che grandi navette di anime possano volarsene in giro, fioche ma udibili se si ascolta con sufficiente attenzione? Fluttuano sopra i comignoli, solcano i marciapiedi, e passano dall’altra parte: l’aria è una biblioteca e un archivio di ogni vita vissuta, ogni frase pronunciata, ogni parola trasmessa, che ancora riecheggia.» p. 509

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