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Il filo dell'orizzonte
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Tabucchi, Antonio

Il filo dell'orizzonte

Milano : Feltrinelli, 1986

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Maria Darida
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«Si tratta di un giovane dall’apparente età di venti/venticinque anni, barba castana, occhi azzurri, magro, statura media. Per gli abitanti della zona è in pratica uno sconosciuto, anche se vi abitava da circa un anno. Si faceva chiamare Carlo Noboldi e sosteneva di essere uno studente, ma alle segreterie universitarie risulta sconosciuto. I negozianti del quartiere sostengono che si trattava di una persona gentile e corretta sempre puntuale nel pagare i conti [..]».

Era notte quando l’ambulanza è arrivata, a luci basse, nel silenzio assoluto. A Spino sono bastati pochi segni, quali l’aver il mezzo imboccato un vicolo con troppa calma o ancora la chiara assenza di fretta nei soccorritori, per capire che qualcosa di tragico ed orrendo era avvenuto. L’odore di morte, impregnava ogni angolo, era anticipato dal suo stesso fetore, dalla stessa tranquillità della scena circostante.
Un ragazzo. Nessun nome. Nessun riconoscimento. Dal momento in cui il corpo entra nell’obitorio in cui Spino lavora, egli diventa per quest’ultimo una missione; deve indagare, scoprire, capire. Non «si può lasciar morire la gente nel niente, è come se uno morisse due volte» pensa il dipendente dell’Ospedale vecchio.
Perché è morto? Quali sono le circostanze che ne hanno determinato il decesso? Perché nessuno si interessa al caso? Perché alcuno manifesta di conoscere l’identità di quel cadavere che ora giace nella più completa dimenticanza nella camera mortuaria? Perché tutti si comportano come se non fosse mai esistito? E se fosse la vittima? E se fosse parte agente del misfatto? E se si fosse trovato erroneamente nella traiettoria?
Spino non riesce a darsi pace. Non può abbandonarsi all’insofferenza, fingere che questa dipartita non sia mai avvenuta, congelare, come quei corpi nei frigoriferi, il suo animo la sua sensibilità. Ed è così che ha inizio la sua indagine personale, una ricerca la cui importanza è sconosciuta allo stesso avventore, una ricerca che si fonda su un mero dato di fatto: lui è ancora vivo, l’altro è morto e non vuole assolutamente ucciderlo una seconda volta. Un piccolo indizio qua, un silenzio la, un puzzle che piano piano inizia a capire, a ricomporre. Tante le ipotesi, le domande. Che si sia trattato di una vendetta? Che c’entri il terrorismo? Che il giovane sia in realtà un testimone scomodo? Che sia semplicemente qualcuno che si è trovato per caso nel posto sbagliato al momento sbagliato per un gioco del destino?
Qual è la verità? Ove è sito il suo confine? Perché è così labile e criptica che anche quando sembra essere stata finalmente raggiunta è pronta invece a palesarsi quale un miraggio all’orizzonte, quale un frammento di un vetro rotto, di un disegno più grande ed incomprensibile? Il buio. Spino non può far altro che camminare nell’oscurità. Ed ecco che la ricerca della verità per quel defunto, si tramuta in una auto-analisi, in un’auto valutazione, in uno screening di sé e del proprio io.
Un breve romanzo quello di Antonio Tabucchi che tuttavia, colpisce e cattura sin dalle prime battute, chi legge. L’opera, seppur sia composta da appena 105 pagine, è infatti ben orchestrata tanto dal punto di vista delle ambientazioni che da quello dei fatti. Da detti presupposti, essa si snoda attraverso la voce di un protagonista che mediante lo strumento di un’analisi nata e sviluppata per indagare su una morte insolita, finisce con l’abbracciare quella questione primordiale, ancestrale che è il mistero della vita.

«Si è accontentato di guardarlo a lungo, stabilendo di nuovo un nesso fra quel foglio che si agitava nella penombra e la linea dell’orizzonte che piano piano svaniva nel buio. Si è alzato lentamente perché una grande stanchezza lo aveva invaso: ma era una stanchezza calma e pacifica che lo guidava per mano verso il letto come se fosse tornato bambino» p. 100

Ed anche se è intuibile che l’esito non potrà che essere quello del fallimento perché il cercare la verità è come tentare di raggiungere quel mutevole ed irraggiungibile “il filo dell’orizzonte”, l’avventuriero conoscitore non può fare a meno di inseguirla con Spino, di immedesimarsi, di tifare per quella investigazione eclettica e personale.
Disincantato, stratificato, profondo.

«”Senti Harpo”, ha detto lui, “se uno non ha il coraggio di andare oltre non capirà mai, sarà solo costretto a giocare per tuta la vita senza sapere perché”. Harpo ha chiamato un cameriere e ha ordinato da bere. “Ma chi è lui per te?”, ha chiesto piano, “è uno sconosciuto, non conta niente nella tua vita”. Parlava in un bisbiglio, era impacciato e le sue mani erano nervose. “E tu?”, gli ha detto Spino, “tu chi sei per te? Lo sai che se un giorno tu volessi saperlo dovresti cercarti in giro, ricostruirti, frugare in vecchi cassetti, recuperare testimonianze di altri, impronte disseminate qua e là e perdute? E’ tutto buio, bisogna andare a tentoni” » p. 80

«E ha pensato che c’è un ordine delle cose e che niente succede per caso; e il caso è proprio questo: la nostra impossibilità di cogliere i veri nessi delle cose che sono, e ha sentito la volgarità e la superbia con cui uniamo le cose che ci circondano. Si è guardato intorno e ha pensato quale era il nesso fra la brocca sul cassettone e la finestra. Essi non avevano nessuna parentela, erano estranei l’uno all’altro; a lui parevano plausibili solo perché un giorno, tanti anni fa, aveva comprato quella brocca e l’aveva messa sul cassettone accanto alla finestra. L’unico nesso, fra i due oggetti, erano i suoi occhi che li guardavano. Ma qualcosa, qualcosa di più di questo doveva avere guidato la sua mano a comprare quella brocca: e quel gesto dimenticato e frettoloso era il vero nesso; e in quel gesto c’era tutto, il mondo e la vita, e un universo» p. 98-99

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