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Requiem
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Tabucchi, Antonio

Requiem

Milano : Feltrinelli, 1992

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Maria Darida
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«Non avrei mai dovuto farlo, dissi io, non consiglierei a nessuno di parlare con i fantasmi, è una cosa che non si deve fare, ma a volte bisogna, non spiegarlo bene, è anche per questo che sono qui»

Lisbona. Deserta, torrida. Una domenica di fine luglio. Un uomo, il caldo del mezzogiorno, perché è qui? Perché sa di avere azioni da compiere, incontri da portare a termine, eppure non sa darsi una motivazione di questi? Un’esperienza reale con la percezione del sogno. Colloqui, molteplici, in un susseguirsi ininterrotto. Un’allucinazione? E quella morte così inspiegabile? Perché si è uccisa. Il caso. E’ la sua unica alternativa. Un uomo che non può far altro che seguire questo percorso indotto dalla fatalità, un uomo che da qui inizia a ricordare, rivivere i tempi che furono. Infine, lo scambio con l’illustre personaggio scomparso. Il tutto, in portoghese. Perché ci sono storie che non possono che essere raccontate in una lingua diversa, che chiama, richiede, esige il suo spazio. E questo è il caso di Requiem, opera composta in lingua straniera e da li tradotta in italiano, con tutti i rischi e pericoli.
Ma cos’è di fatto questo romanzo? E’ uma alucinação, un’allucinazione che ha le sembianze di un sogno, della reminiscenza, una storia che in perfetta poetica tabucchiana – la cui massima espressione è riscontrabile ne “Per Isabel. Un mandala” – ripercorre tra finzione e realtà, tra personaggi dello ieri e dell’oggi – personaggi incontrati tanto nei libri, quanto oniricamente, quanto nello scorrere della vita – i punti nodali, critici e fatali della propria esistenza. Una sorta di psicanalisi al contrario che mira a far si che mediante lo strumento dell’inconscio detti nodi vengano al pettine, e siano risolti.

« Ormai l'anima non ce l'ho più, adesso ho l'Inconscio, ho preso il virus dell'Inconscio, è per questo che sono qui.. è per questo che sono stato capace di trovarti »

Pagina dopo pagina il lettore muta le proprie vesti, spogliandosi delle stesse e indossando volta volta quelle di ogni persona che viene ad incontrare. Quelle che vengono presentate sono figure strane, diverse tra loro, talune, in perfetta assurdità del vaneggiamento, riportano alla mente persone incrociate nel corso degli anni ma che consciamente sappiamo non poter incontrare che nell’universo onirico, altre al contrario, sono il simbolo di quell’appuntamento tanto caro allo scrittore. Quante volte l’autore ha infatti paragonato la vita ad un rendez-vuos da interpretare con il dove, il come e il con chi. E in Requiem questo accade: siamo di fronte ad una serie di appuntamenti mai fissati ma a cui nessun protagonista osa mancare.
Sullo sfondo Alentejo, un luogo che diventa sostanza tangibile in odori, sapori, aromi. Perché Tabucchiriporta alla vita la cucina locale, i vini, le musiche suonate con la fisarmonica, ed ancora i tessuti, i colori, gli individui, la loro vivacità, il loro essere così diverso con il loro non sentirsi pienamente europei, con il loro rivendicare un’autonomia culturale, il loro offendersi, il loro rendersi disponibili.
Alucinação, si offre così, senza indugi e senza remore. E’ uno scritto complesso che non arriva nell’immediato. E’ un elaborato che lascia a tratti perplessi, che si fa portavoce di un messaggio sfuggente ma che al contempo è magnetico nella sua essenza. E’ un testo che non teme il passato, che vuol riviverlo pur di arrivare ad affrontare il presente e di poi il futuro. Su questa scia non si sottrae alla tematica della morte né a quella delle questioni irrisolte che pian piano si accumulano nei lustri a venire.

«"Abbiamo sempre bisogno di una storia anche quando sembra di no."»

«Allora mi parli di questo virus, dissi, cosa sa di questo virus? E’ un virus molto strano, disse il Copista, pare che tutti ce lo portiamo dentro allo stato larvale, ma si manifesta quando le difese dell’organismo sono infiacchite, allora attacca con virulenza, poi si addormenta e torna ad attaccare ciclicamente, guardi, le dico una cosa, penso che l’herpes sia un po’ come il rimorso, se ne sta addormentato dentro di noi e un bel giorno si sveglia e ci attacca, poi torna a dormire perché noi siamo riusciti ad ammansirlo, ma è sempre dentro di noi, non c’è niente da fare contro il rimorso» p. 79

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