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A sud del confine, a ovest del sole
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Murakami, Haruki

A sud del confine, a ovest del sole

Torino : Einaudi, 2013

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Maria Darida
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Hajiime è un figlio unico nato e cresciuto in un’epoca in cui tale condizione era un marchio a fuoco, un’eccezione da guardare con sospetto, con ritrosia. Sin dalla tenera età, infatti, il giovane si è sentito diverso, sapeva di esserlo. Soltanto con lei, Shimamoto, tale diversità veniva meno poiché anch’essa sola, poiché anch’essa priva di quei fratelli e sorelle atti a creare un legame di sangue insondabile. Quando gli anni, la scuola e le circostanze li separano, il protagonista né sente inevitabilmente la mancanza, mancanza questa che accuserà anche nei rapporti successivi. Sarà per lui impossibile non paragonare le emozioni provate con la ragazza con le future compagne. All’età di trentasette anni, ella riappare in modo costante nella sua vita. O almeno così, lui crede.
Ma chi è Hajiime? Hajiime è un uomo adulto che si ritrova quale bagaglio un passato che cerca in ogni modo di comprendere. Quest’ultimo è rappresentato da Shimamoto, nonché seppur in modo diverso, da Izumi (emblema del senso di colpa, del dolore). Detta condizione fa si che il protagonista verta in una sorta di bolla, di impasse, che non gli consente di integrarsi con il presente, e da qui, di incanalarsi nel divenire. Quel presente in cui vive è dunque privo di colore, ha caratteri mortiferi, di deprimente insoddisfazione.

«Il ricordo di quel contatto è ancora vivo nella mia mente. Era una sensazione mai provata prima, e mai più ritrovata. Era solo una mano piccola e calda di una ragazzina di dodici anni, ma sentivo che in quelle cinque dita e in quel palmo era racchiuso, come in una minuscola vetrinetta, tutto quello che c’era da sapere sulla vita. Prendendomi per mano mi aveva reso partecipe di quei segreti. Mi aveva fatto capire che nel mondo reale esisteva davvero un posto come quello» p. 16

Nello scorrere delle pagine il lettore viene catapultato nel simbolismo crescente della vita e della morte, del passato e del futuro. Si trova di fronte ad una femme fatale fortemente diversa dal personaggio presentato nelle prime pagine, pertanto, la percepisce quale sterile, priva di quel qualcosa che la renda affascinante, che ne giustifichi l’attrazione dell’uomo. Hajiime si riscopre a dover fare una scelta che è più grande di lui: quegli opposti che caratterizzano la sua vita provocano dolore e danno allo stesso la sensazione di essersi perso, disintegrato. Questo carattere è altresì accentuato dalla figura del padre della moglie, personificazione del capitalismo a cui da sempre il trentasettenne è rifuggito per poi risvegliarvisi immerso.
Non solo. L’età adulta è caratterizzata anche da un ribaltamento di quella difformità che precedentemente era causa di malessere: se infatti antecedentemente essere figli unici era una circostanza di isolamento, di discrimine, con il mutare della società diviene uno stato sociale apprezzabile, ben visto, condiviso, a discapito di chi al contrario può godere della presenza di fratelli e sorelle.
Ma quale sarà la scelta di Hajiime, si lascerà andare alla morte dell’io con Shimamoto o sceglierà comunque di vivere con la mano calda di Yukiko sinonimo di speranza, vita e possibilità per il domani?
Con uno stile sobrio, intenso, ammaliante, Murakami conquista il lettore con un testo che nonostante sia stato giudicato non tra i migliori, arriva e colpisce. A mio modesto giudizio, infatti, l’autore si fa apprezzare per la dimensione introspettiva dell’opera la quale è interamente e completamente in essa sostanziata. Sin dalle prima battute ove si rispecchia la solitudine dell’uomo attraverso la figura del figlio unico, il giapponese ricrea perfettamente quella dimensione essenziale e fondamentale al lettore per porre in essere una specifica analisi di sé e del suo vissuto.
Da non sottovalutare.

«Non prestai quasi ascolto alle sue parole. Prima di andarsene, mi diede una pacca sulla spalla e mi disse:”Certo che il tempo cambia le persone, in vari modi. Non so che cosa ci sia stato allora tra te e lei, ma, comunque sia andata, tu non hai nessuna colpa. A chi più. A chi meno, è capitato a tutti di avere un’esperienza del genere, perfino a me. Dico sul serio, è successo anche a me. Così vanno le cose a questo mondo! La vita di una persona appartiene a quella persona. Non ci si può sostituire a lei e assumersi la responsabilità della sua esistenza. E’ come essere in un deserto, non c’è altro da fare che abituarsi. Alle elementari hai mai visto il film della Disney, il Deserto che vive?” “Si”, risposi. “Questo mondo è come quel film. Se c’è la pioggia, i fiori sbocciano e se non ce n’è, appassiscono. Gli insetti vengono mangiati dalle lucertole e queste, a loro volta, vengono divorate dagli uccelli, ma, alla fine, tutti muoiono comunque. Tutto muore e inaridisce. Finita una generazione, ne viene un’altra. E’ così che vanno le cose. Tutti vivono e muoiono in tanti modi, ma non è questo che conta. Alla fine ciò che rimane è il deserto. E’ il deserto quelle che vive veramente!» p. 76-77

«Le illusioni di un tempo non mi avrebbero più aiutato, non avrebbero più creato sogni per me. Il vuoto restava tale, quel semplice vuoto che mi aveva accompagnato per anni e al quale avevo cercato di adattarmi. “Questo è il punto cui sono arrivato”, - pensai - , “e devo abituarmici. Adesso tocca a me creare sogni per gli altri, sarà questo il mio nuovo compito”. Non conoscevo il potere di quei sogni, ma, se la mia vita aveva un significato, era quello di perseverare con tutte le mie forze in quell’intento. Forse.» p. 199

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