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La più amata
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Ciabatti, Teresa

La più amata

Milano : Mondadori, 2017

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Maria Darida
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«Io sono la regina, mi rimiro nello specchio. Mi chiamo Teresa Ciabatti, ho quarantaquattro anni, e a ventisei dalla sua morte decido di scoprire chi fosse davvero mio padre. Diventa la mia ossessione. Non ci dormo la notte, allontano amici e parenti, mi occupo solo di questo: indagare, ricordare, collegare. A quarantaquattro anni do la colpa a mio padre per quello che sono. Anaffettiva, discontinua, egoista, diffidente, ossessionata dal passato. Litio ed Efexor prima, Prozac e Rivotril poi, colpa tua, solo colpa tua, papà» p. 33

Non è semplice parlare di questo romanzo autobiografico. Non è semplice valutarne le emozioni, le contraddizioni, le sensazioni. Perché. Perché a tratti lo si odia, a tratti lo si ama. A tratti si è in simbiosi con la protagonista, madre e figlia alternativamente, a tratti si è in totale dissonanza con esse. Non le si comprende, risultano sfuggenti. Altrettante vengono percepite quale prigioniere di un universo dimostratosi più grande del previsto, ed ancora risultano indisponenti; la prima per la sua incapacità a reagire, la seconda per la sua ostentazione del lusso avuto e perduto.
Ma chi è Teresa Ciabatti. E’ la figlia del professore, è la figlia di Francesca Fabiani, è la sorella gemella eterozigota di Gianni Ciabatti. E’ prima una bambina viziata, regina indiscussa del suo castello ad Orbetello, prima in tutto per grazia divina, per grazia di nome, per padre dirigente dell’ospedale ove il regno è instaurato e dove egli è considerato uomo buono al cui passaggio si aprono frotte e frotte di fedeli seguaci e ammiratori e stimatori perché ha studiato in America, perché è un luminare, perché a Lorenzo Ciabatti (1928-1990) basta un semplice cenno del capo per ottenere quel che vuole, basta una semplice telefonata per smuovere mari e monti, di poi, un’adolescente fragile, complessata dall’essere in sovrappeso, scossa dall’assenza ingiustificata di un padre che è sinonimo di impero, ricchezza, lusso, prestigio, vittima di una madre, Francesca (1939-2012), anestesista che ha lasciato tutto perché, come dicevano in ospedale, non si può essere madre e medico, almeno negli anni ’70 e soprattutto se donna, ed ancora adulta egoista, anaffettiva, disincantata, diffidente, egocentrica.
Una donna che vuol sapere chi era Renzo, che vuol capire perché è diventata l’adulto incompleto che è. E’ una sopravvissuta, una persona che nei suoi quarantaquattro anni di vita si sente fallita, incapace, inadatta. Una donna che sa che la colpa della sua condizione è da attribuire solo e soltanto a quei genitori, ed in particolare a quel babbo, così misterioso, silenzioso, ricco di segreti. Tanti i perché, tante le domande, pochissime le risposte. Diventa un’ossessione per Teresa. La verità prima di tutto. La verità le spetta. E’ suo diritto. E’ suo dovere. Dovere perché un domani dovrà a sua volta spiegare a sua figlia perché sua madre è così. Perché sua madre non è riuscita a donarle affetto. Perché sua madre è stata incapace di garantirle un futuro adeguato ma soprattutto ricco di emozioni e sentimenti. Il motore dell’uomo. La valvola dell’essere. Questo è il chiodo fisso della Ciabatti, la sua missione, l’obiettivo primario suo e per riflesso del lettore.
Ammirevole il coraggio, discutibile il tentativo. Perché a più riprese chi legge si chiede inesorabilmente il perché di questo romanzo. E’ una confessione sincera atta a mettersi a nudo? E’ l’ennesimo espediente letterario di una figlia viziata di attirare attenzione su di se? E’ un tentativo di ottenere successo mediatico? Brama di fama di essere una nota scrittrice, lei che ha quattro romanzi di – a suo dire – non successo alle spalle? Questo è in parte il pensiero che naturalmente sovviene a chi legge. Perché è innegabile che nello scorrere delle pagine il dubbio c’è. Una motivazione è necessaria poiché altrimenti non è giustificabile per il diretto conoscitore delle vicende questo tripudio di ostentazione, di ricchezza, di futilità, questa rabbia per il paradiso perduto, per un’inadeguatezza ereditata. Questa attribuzione di colpe e questa mancanza di auto-responsabilità, questa ingiustificabilità del non essere riuscita a crescere, di essere rimasta una bambina nei panni di un’adulta.
Eppure per l’avventuriero conoscitore è al contempo impossibile lasciare a metà lo scritto. Subentra la componente psicologica, l’analisi, la voglia di entrare nella mente di questa autrice eclettica. Si cerca così di andare oltre le apparenze, di valutare quel che vi è dietro la facciata, quel che vi è dietro quel bisogno di avere quando forse quel che veramente ella ha sempre desiderato è un po’ di semplice e genuino affetto. Meno sfarzo, più presenza. Un genitore vero, concreto, partecipe, tangibile, capace di brontolarla quando vi era da brontolare, di stimarla quando vi era da lodare. Chissà… Sta di fatto che purtroppo Teresa difficilmente riuscirà a trovare risposta a tutti i suoi quesiti, troppo tempo è passato, quante carte sono sparite, cadute nell’oblio di silenzi e sotterfugi. Non le resta che consolarsi sulla scia del fatto che “il pesce puzza dalla testa” o ancora sull’assunto che “le colpe dei padri ricadono sui figli”.
Tuttavia alla fine di questo viaggio nello ieri e nell’oggi, in questa ricostruzione di infanzia felice, fragile, turbolenta, cosa resta se non l’immagine riflessa in uno specchio, una donna che deve ripartire da un punto perché dopo quel poco che è venuta ad apprendere non può restare ferma ma non può nemmeno andare avanti? Cos’altro fare se non cercare di ripartire, di darsi una mossa, se non cercare di diventare quegli adulti che tanto sono mancati?
Stilisticamente l’opera si dimostra intelligente, acuta nonché caratterizzata da uno stile mutevole, graffiante, incisivo, impulsivo, nervoso. Si ama e si odia. Si ama o si odia. Smuove, destabilizza, si incunea, si fa strada desiderosa di farsi conoscere. Di fatto, dunque, a prescindere dalla apprezzabilità o meno, non lascia indifferenti.

«Marilyn allora sospira: sai quante ne ho raccolte in vita mia. Creatura speciale, risplende di luce propria, occhi, capelli, pelle. Pelle bianchissima, come… come un cadavere. Ogni volta che papà ricorda l’incontro, ogni volta che rievoca la bellezza di Marilyn, ogni volta che torna con la memoria in quell’ascensore, io chiedo: gli somiglio un po’? E ogni volta, scrutandomi con attenzione come se non mi avesse mai vista prima, lui risponde: no» p. 25

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