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Si sta facendo sempre più tardi
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Tabucchi, Antonio

Si sta facendo sempre più tardi

Milano : Feltrinelli, 2001

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Maria Darida
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«Il passato è più facile da leggere: uno si volta all’indietro e, potendo, dà un’occhiata. E poi, sia come sia, esso rimane sempre impigliato da qualche parte, magari a brandelli. A volte bastano soltanto l’olfatto e le papille gustative, è notorio: lo sappiamo da certi romanzi, anche belli. Oppure un ricordo, quale che sia: un oggetto visto nell’infanzia, un bottone ritrovato in un cassetto, che so, una persona che essendo un’altra te ne ricorda un’altra, un vecchio biglietto del tram. E all’improvviso sei li, proprio su quel trammino sferragliante che andava da Porta Ticinese al Castello Sforzesco, come un niente entri nel portone del palazzo ottocentesco, lo scalone ha un corrimano di ghisa lavorata con una testa di serpente, Sali due rampe, la porta si apre senza neppure che tu suoni il campanello e non te ne stupisci affatto, anche perché nell’ingresso, sopra il cassettone rococò, dietro la vecchia pendola neoclassica, vedi che lo specchio antico chiazzato di macchie brunastre è attraversato da una ferita che lo fende da un angolo all’altro, e ricordi che quel giorno mi dicesti: una persona con una malattia come la sua non può sfidare così il destino, è come chiamare disgrazie. E a quel punto capisci che la porta si è aperta da sola semplicemente perché lui, che voleva sfidare il destino, è stato fottuto come tutti quelli che vogliono sfidare il destino, chissà dove è mai sepolto, e invece lo specchio ferito è sempre li, come quel giorno in cui tu capisti chiaramente ciò che doveva succedere» p. 23-24

Leggere Tabucchi è sempre un’esperienza unica. Ogni suo elaborato è capace di suscitare emozioni diverse e di ammaliare il lettore quando per peculiarità contenutive quanto per quelle stilistiche. Come non restare stupefatti, ad esempio, dalle sua grande padronanza linguistica? Potrà sembrare banale o ovvio, ma se avete avuto modo di leggere una o più delle sue opere, avrete certamente notato come, tra l’una e l’altra, tra un “Sostiene Pereira” ed un “Requiem”, o ancora un “Tristano muore” , o un “Per Isabel. Un mandala”, la qualità oratoria è mutevole, rara, preziosa, doviziosa, precisa, articolata, ma mai uguale.
A tal proposito, non è da meno “Si sta facendo sempre più tardi”, romanzo epistolare di grande complessità capace, missiva dopo missiva, di confondere, di lasciare perplessi, di toccare nel profondo l’avventuriero conoscitore e le sue più intime corde.
Quelle presentate sono circa diciassette lettere, ciascuna narrata da un “io” differente e destinata ad un “lei” variabile. Sono storie che narrano di corrispondenze che si interpongono tra interlocutori ogni volta diversi, sono storie che sono scandite da tempi e distanze dettate dalla lentezza o velocità propria di questo mezzo di comunicazione oggi sostituito da canali più rapidi o, comunque, caduto nella desuetudine.
Ed in quello che di fatto è un monologo costituito da una serie di divaganti e scollegati soliloqui, che l’autore riesce in una delle imprese più ardue: parlare d’amore, di perdita, di abbandono, di sentimenti che crescono e sconfinano. Perché queste donne sono ormai lontane, sono scomparse, morte o ancora sparite da un giorno all’altro, da un momento all’altro, dalla vita del protagonista scrivente. Ma come sottrarsi al ricordo, al rimpianto, al desiderio legato alla loro presenza, alla semplice e pura esistenza?
Non è semplice cimentarsi in questa lettura, le missive non sono tra loro interconnesse, non è chiaro nemmeno chi sia il destinatario (unico aiuto è dato da quel “mia cara”, o frasi affini, con cui ogni lettera ha inizio), ma se non avete fretta, il messaggio arriva, con tutta la sua forza disarmante.
Follia, sogno e realtà sono proprie di ogni epistola, il cui divenire è ignoto, essendone, le sorti, affidate al fato, al futuro. Scritti a cui è attribuito un altro ulteriore e fondamentale compito: ricongiungere segmenti di memoria, trovare un senso al vissuto, esorcizzare il costante ed incessabile timore della morte.
All’origine, una fotografia misteriosa. Una disarmonia, voluta e volontaria, come sviluppo. Perché la vita così è e così rimane. Ella giunge con la sua forza disarmante e soltanto in ritardo ci accorgiamo delle cose. Soltanto quando l’abbiamo vissuta, soltanto quando il tempo ormai è passato, scaduto, andato ce ne rendiamo conto. La si vive, e come diceva Tabucchi, non la si capisce.

«Storie. O meglio: le mie storie. Che dirne? A volte ci penso e avrei voglia di parlarne, ma poi in un istante la voglia mi passa, e così non te ne ho mai parlato. Però ora, anche se di sfuggita, ti vorrei dire non tanto quello che esse sono, cosa abbastanza difficile, ma cosa esse non sono. Abbi pazienza, ma come sai anche tu al negativo ci si spiega sempre meglio, o almeno io mi sono sempre spiegato meglio. Sono storie senza logica, prima di tutto. Detto fra noi, mi piacerebbe proprio trovare quello che ha inventato la logica per cantargliene quattro. E senza rime, soprattutto senza rime, dove una cosa non torna con un’altra cosa, un pezzo di storia con un altro pezzo di storia, e tutto risulta così, com’è la vita, che non obbedisce a rime, e ciascuna vita ha il suo accento, che è diverso dall’accento altrui.» p. 77

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