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Prendiluna
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Benni, Stefano

Prendiluna

Milano : Feltrinelli, 2017

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Maria Darida
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Prendiluna, anziana settantenne gattara, è una docente di italiano in pensione che una notte come tante sogna Ariel, un vecchio bianco gatto passato a miglior vita che le assegna una missione: deve trovare dieci Giusti a cui affidare i suoi dieci gatti (Hanta il rosso, gatto cacciatore e sessuomane, Nasone, filosofo e abile a mimetizzarsi, Sylvia, gatta poetessa e acrobata, Dolores, gattina seduttiva dagli occhi grigi, Gonzalo, gattino irascibile e guerriero, Emily, gatta bianca, solitaria e sofferente il mal d’auto, Cronopio, grasso e dormiglione, figlio di Sancho, Raymond, giocoso e rombiballe, Jorge, gatto esoterico e telepatico della stirpe di Durendal, Prufrock, gatto mangione, sopravvissuto e molteplici catastrofi) altrimenti il mondo finirà.
E mentre la donna dà avvio al suo incarico, due suoi ex alunni, Dolcino e Michele, laureati rispettivamente in Demonologia e in Schizofrenia (il secondo, in particolare, “con precedenti per furto continuato, oltraggio, interruzione di processione sacra, soggetto a pericolose crisi di delirio urlante, ipersensibile al rumore, altezza uno e novantaquattro”), scappano dal manicomio in cui sono ricoverati da anni. A loro volta hanno sognato del compito della maestra ed hanno scoperto che una volta concluso questo, ella, incontrerà Dio, soggetto a cui devono “dirne quattro”.
A concludere il quadro, gli Annibaliani, guidati da Chiomadoro, personaggio misterioso dal passato sconosciuto.
Sulla falsariga di un romanzo visionario e allucinante, Stefano Benni, ricrea una perfetta fotografia di quella che la società attuale, ponendo in essere una chiara denuncia a quei tempi moderni che si sostanziano nelle apparenze, negli apparecchi tecnologici, nelle futilità, nelle droghe, nell’alcol, e in tutti quegli escamotage atti a rifuggire dalle problematicità e dalla realtà.
Un romanzo godibile, ironico e rapido è “Prendiluna”, un romanzo che, nel suo arrivare, conquista solo a metà, forse a causa di talune evidenti forzature, oppure semplicemente, perché è così intriso di fantasia ed immaginazione da risultare – anche per le menti dedite ed inclini a queste ultime caratteristiche – a tratti sfuggente.

«[..] Non c’è un perché, solo qualcosa che manca, la pazzia è questa mancanza, è il pezzo tagliato via, prezioso, insostituibile. E fa male..» p. 81

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