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Le libere donne di Magliano
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Tobino, Mario

Le libere donne di Magliano

Milano : Mondadori, 1976

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Maria Darida
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E’ su un colle il manicomio, su un piccolo colle nella pianura lucchese. Il poggio si chiama S. Maria delle Grazie, il paese più vicino è Magliano e nella consuetudine locale, essere stati a Magliano significa essere stati matti. La struttura si divide in maschile e femminile e ciascuna divisione è ordinata e disposta secondo il grado di agitazione e pericolosità dei pazienti. Si parte dal livello dei più tranquilli e si arriva agli agitati, passando, tra l’uno e l’altro, ad un delirio all’altro. Conta tra i 1.039 e i 1.045 malati, assistiti da circa duecento infermieri (molti dei quali improvvisati e/o appena più eruditi dei contadini perché affezionati e fedeli alla mentalità chiusa, bigotta e stratificata della campagna in quanto “nel manicomio vedono l’aiuto finanziario alla loro impresa familiare e trattano gli ammalati con quella sagacità, ed anche quel distacco, che hanno i contadini a potare le viti; e però mantengono sempre un solido fondo umano, anche se si deve togliere una corteccia per arrivarci”) e vari medici. Tra questi, Tobino.
E’ da queste brevi premesse che l’autore avvia il suo resoconto. Mediante un linguaggio lirico, popolare ed attraverso la forma del diario questo ripercorre la quotidianità di siffatte donne pazze e sole, di queste donne nude, con un materasso per terra, avvinte ad una solitudine che non sentono affatto, di queste donne munite ed arricchite di una cortesia e cordialità che i non malati non hanno.

«Gli ho regalato un pacchetto di sigarette, e mi ha risposto con una gentilezza che i sani non hanno: “non le fumerò, le terrò per ricordo»

Avvalersi, oltretutto, della scelta narrativa del diario attribuisce allo scritto il carattere-forza di testimonianza; delle condizioni di vita e di degenza delle ricoverate, ma anche di quella che è una patologia spesso e volentieri inspiegabile nei suoi meccanismi di origine e di sviluppo.
Lo studioso, inoltre, non ha timore di convivere con la follia, anzi, gli è grato. E’ compito dei sani, ora, perdere la propria immagine per capire e ricordare chi la propria immagine l’ha persa già da un po’.

«Questi matti sono ombre con le radici al di fuori della realtà, ma hanno la nostra immagine (anche se non precisa), mia e tua, o lettore. Ma quello che è più misterioso domani potranno avere, guariti, la perfetta immagine, poi di nuovo tornare astratti, solo parole, soltanto deliri. Dunque è il nostro incerto equilibrio che pencola, e insuperbiamoci e insieme siamo umilissimi, che siamo soltanto uomini capaci delle opposte cose, uguali, nel corso delle generazioni, alla rosa dei venti» p. 29

La sua analisi si dipana su molteplici fronti, in particolare, nella delineazione della struttura quale luogo di protezione e di tutela dal mondo esterno che, ancora reduce dal secondo conflitto mondiale, è intriso di fame, ignoranza, paura, ingenuità, pregiudizio, ed ancora nella demarcazione sottile di quel labile confine che comporta la designazione del soggetto all’una o all’altra categoria di “sani e malati”.
Tobino ci accompagnerà nel suo diario in quella che è stata l’evoluzione degli istituiti di ricovero psichiatrico sino alla legge Basaglia per poi approdare alla legge Orsini e alle sue conseguenze, presunte, se non altro, sulla carta. Scriverà e scriverà ancora per far sì che queste creature rinchiuse tra le quattro mura, siano riconosciute quali creature degne d’amore, creature meritevoli di essere trattate meglio. Si interrogherà sul concetto di pazzia, chiedendosi e per riflesso domandandoci, se davvero questa è una malattia o se non è al contrario una delle misteriose e divini manifestazioni dell’’uomo ed invocherà, ancora, l’aiuto dei sani verso i matti per infine constatare che tanto è il lavoro che deve ancora farsi – oggi come allora – per far fronte a questa così delicata problematica. Constaterà, infatti, a suo rammarico, quanto, seppur siano trascorsi dieci anni dalla prima pubblicazione dell’opera, dette condizioni siano tutto tranne che migliorate.
Conosciuto in sede di tesi di laurea ne consiglio la lettura a chi volesse avvicinarsi all’argomento, a chi cercasse uno scritto di partenza con cui avviare la ricerca e l’analisi. E’ un ottimo strumento per farsi un’idea della materia, per visitare una struttura dall’interno, ma non anche per esaurirla. Permette di avere la giusta cognizione per affrontare, successivamente, altri testi egualmente significativi del settore.
In conclusione: constatatore, riflessivo, uno dei primi elaborati in materia che invitano e spronano all’approfondimento.

«Così abbiamo, nel reparto medici, diretto inflessibilmente dalla malata Lella:
due gattini (uno bianco e uno nero);
i garofani (gelosamente custoditi);
Fido, il cane dello stesso Dottor Oliviero (che però è il festosissimo ospite di solo dieci giorni ogni tre o quattro mesi);
Cecco, i merlo del Dottor V. (però ospite solo d’estate, quando il Dottor V. va in ferie e porta Cecco alla Lella perché lo custodisca);
una cagna (ospite saltuaria), nera e lucida, forse di buona razza, che ogni sera alle sette viene a mangiare il cibo che la Lella nascostamente le ha preparato;
e ora la civetta, stabile, superba e indifferente. »

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