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Prendiluna - Stefano Benni

Prendiluna, anziana settantenne gattara, è una docente di italiano in pensione che una notte come tante sogna Ariel, un vecchio bianco gatto passato a miglior vita che le assegna una missione: deve trovare dieci Giusti a cui affidare i suoi dieci gatti (Hanta il rosso, gatto cacciatore e sessuomane, Nasone, filosofo e abile a mimetizzarsi, Sylvia, gatta poetessa e acrobata, Dolores, gattina seduttiva dagli occhi grigi, Gonzalo, gattino irascibile e guerriero, Emily, gatta bianca, solitaria e sofferente il mal d’auto, Cronopio, grasso e dormiglione, figlio di Sancho, Raymond, giocoso e rombiballe, Jorge, gatto esoterico e telepatico della stirpe di Durendal, Prufrock, gatto mangione, sopravvissuto e molteplici catastrofi) altrimenti il mondo finirà.
E mentre la donna dà avvio al suo incarico, due suoi ex alunni, Dolcino e Michele, laureati rispettivamente in Demonologia e in Schizofrenia (il secondo, in particolare, “con precedenti per furto continuato, oltraggio, interruzione di processione sacra, soggetto a pericolose crisi di delirio urlante, ipersensibile al rumore, altezza uno e novantaquattro”), scappano dal manicomio in cui sono ricoverati da anni. A loro volta hanno sognato del compito della maestra ed hanno scoperto che una volta concluso questo, ella, incontrerà Dio, soggetto a cui devono “dirne quattro”.
A concludere il quadro, gli Annibaliani, guidati da Chiomadoro, personaggio misterioso dal passato sconosciuto.
Sulla falsariga di un romanzo visionario e allucinante, Stefano Benni, ricrea una perfetta fotografia di quella che la società attuale, ponendo in essere una chiara denuncia a quei tempi moderni che si sostanziano nelle apparenze, negli apparecchi tecnologici, nelle futilità, nelle droghe, nell’alcol, e in tutti quegli escamotage atti a rifuggire dalle problematicità e dalla realtà.
Un romanzo godibile, ironico e rapido è “Prendiluna”, un romanzo che, nel suo arrivare, conquista solo a metà, forse a causa di talune evidenti forzature, oppure semplicemente, perché è così intriso di fantasia ed immaginazione da risultare – anche per le menti dedite ed inclini a queste ultime caratteristiche – a tratti sfuggente.

«[..] Non c’è un perché, solo qualcosa che manca, la pazzia è questa mancanza, è il pezzo tagliato via, prezioso, insostituibile. E fa male..» p. 81

Mia suocera beve - Diego De Silva

Doveva essere una cosa rapida e indolore fatta di pochi e semplici passi: recarsi al supermercato, acquistare gli articoli necessari e tornarsene felicemente a casa. Che altro? Niente. Peccato che non sempre i nostri desideri combaciano con quella che è la realtà, l’Avvocato Vincenzo Malinconico, in merito ne sa anche troppo.
Lui che nella vita non può certo definirsi un uomo di successo, lui che ha un divorzio alle spalle, due figli, una moglie che ha voluto dividersi ma che continua a contattarlo per tutto, lui che ha una suocera gravemente malata che tra tutti i parenti – figlia compresa – non desidera altro che scambiare due chiacchiere con il genero, ovvero con Malinconico stesso, pure nominato d’ufficio doveva ritrovarsi! Eh! Perché, tanto, ne aveva poche. Ed è così che quella che poc’anzi abbiamo definito una ingenuissima capatina al supermarket, si tramuta in un vero e proprio sequestro di persona con carattere mediatico. E tra tutti proprio una vecchia conoscenza doveva incontrare, e proprio questa vecchia conoscenza lo doveva riconoscere, e proprio questa vecchia conoscenza doveva decidere quel giorno di attirare l’attenzione e di farsi giustizia da solo nominando legale della parte sequestrata – di fatto rea di aver commesso un altro reato per cui mai è stato punito, mai è stato condannato – innanzi a tutta la platea esterna e mediatica coinvolta attraverso l’utilizzo della tecnologia e dei canali informatici e on line. Si, tra tutti, lui, proprio lui è stato scelto. Sei felice Malinconico, vero?
E’ da queste premesse che ha avvio una delle commedie più esilaranti in circolazione nell’ultimo periodo. De Silva, infatti, sotto la falsa veste dell’ironia che una tragicommedia può celare, destina al lettore un componimento denso di significati e ove, tra tutti i principi, traspare certamente, la volontà di far riflettere su quella che è la forza e su quelle che sono le conseguenze del fenomeno mediatico. Il Giudice popolare finisce con l’essere coinvolto, chiamato a giudicare, con o senza titoli, con o senza volontà. Ed ancora, l’avventuriero, è chiamato a meditare sul senso della vita, su quelle che sono le speranze, le illusioni, le crisi di ogni uomo.
Il tutto è avvalorato da un linguaggio forbito, ironico, satirico, fluente che, battuta dopo battuta, tiene incollato chi legge sino a conclusione dell’opera. Un testo che arriva a più riprese, con un aspetto divertente alla prima lettura, e con un carattere riflessivo successivo alla conclusione della stessa. Nel mio caso, ad esempio, posso dire di averlo apprezzato per ironia e sarcasmo nello scorrimento ed ora che da almeno un paio di mesi l’ho ultimato, per contenuto e valori intrinseci.

«Se dovessi indicare il principale dei miei difetti, quello di cui più avverto la ricorrenza nei rapporti che instauro con gli altri, direi che è la mia tendenza a rimuginare. Io rimugino tantissimo. Quando cammino. Quando lavoro. Quando mi diverto. Quando mi compiango. Quando faccio l’amore. Soprattutto quando lo faccio (che poi, se uno ci pensa, rimuginare è un’attività da psicopatici. Perché si rimugina sull’accaduto, e l’accaduto – come dice la parola stessa – è già accaduto. Per cui è chiaro che affliggersi su faccende insuscettibili di modifica è un piacere morboso, una necrofilia intellettuale, una pratica masochista). Bene, io faccio di peggio: a volte mi lascio prendere così tanto dai rimugina menti che addirittura scrivo. Riempio cartelle di Word nella speranza di trovare le parole giuste per fissare un punto di vista e tendenzialmente non cambiarlo più. Faccio notte, quando proprio mi fisso. E poi mi dico: “Ma sei scemo, cosa devi scrivere, un libro?» p. 46

«Di cosa sto parlando? Di stare fermo mentre tutto scorre. Del guardare senza capire. Del non poter chiedere spiegazioni a qualcuno senza fare una figura di merda. Ecc di cosa sto parlando. Un po’ come quando, a una tavolata di più persone, qualcuno fa una battuta che fa sganasciare tutti dal ridere e tu, che non l’hai sentita perché in quel momento eri distratto, cominci a ridere a tua volta per non sentirti escluso, e dopo un po’ ti tirano tutti i muscoli facciali per lo sforzo (perché nella vita si possono fingere un sacco di cose ma non le risate), così prendi un tovagliolo per nasconderti il minimo indispensabile, aspettando che lo sganascio corale si auto estingua e si torni a conversare normalmente, e invece il divertimento impazza, tutti si scambiano pacche rumorose (uno ha anche sputato l’acqua in faccia a quello di fronte), per cui ti concentri maniacalmente sui brandelli di frase estratti dalla battuta sconosciuta che qualcuno ripete fra i singhiozzi nel tentativo di afferrare il tema che ha scatenato il genio comico del battuti sta, ma intanto l’eccitazione collettiva ha acceso la comicità di qualcun altro, che a sua volta ha lanciato un’altra battuta legata alla prima che ti sei perso, e giù altre risate,e tu che sei all’oscuro di tutto fai di nuovo finta di ridere e così via, per cui a un certo punto non ne puoi più e allora, con i crampi alle mascelle, ti alzi e dici che devi andare in bagno e infatti ci vai e ti lavi la faccia tre volte di seguito, dopo di che ti guardi nello specchio e ti sembra di vedere un uomo disperato.» p. 63

Frammentario del mattino - Antonio Morelli

Già autore di ben quattro raccolte, Antonio Morelli, poeta empolese di grande sensibilità ed acume, ci dedica e fa destinatari di “Frammentario del mattino”, (Edizioni Erasmo, anno 2015), componimento con cui lo scorso 30 aprile, a Livorno, ha ottenuto la menzione speciale della seconda edizione del Concorso “Giorgio Caproni”.
Chi già è avvezzo alla poetica di Morelli certamente riconoscerà nell’opera presentata molteplici delle tematiche care e proprie allo stesso. Non mancano infatti quelle liriche atte ad esprimere un poetare che è esperimento di vita, un poetare che è luogo da vivere ma che rilutta a farsi vivere, un poetare che è necessità di “vivere in poesia”, un poetare ove la componente magnetica e tridimensionale è dettata dal trinomio tempo-spazio-dimensione, un poetare dedito alla tragicità, un poetare ove ricorre “l’acero e la distanza”, un poetare intriso di sofferenza, dolore, delusione e perdita, un poetare ricco di tutte quelle componenti che tanto hanno attanagliato la vita del verseggiatore. Ma, al contempo, “Frammentario del mattino” si erge anche ad opera nuova, ad opera ricca di evoluzioni, di rimessioni, di intimità.
Perché oltre che ad un’evoluzione linguistico-stilistica che ad ogni componimento – da “Poesie private a “Frammentario del mattino” passando per “Diario in versi del brutto tempo” – è palpabile, effettiva, materialmente tangibile, è presente in questo, anche un’evoluzione contenutiva che si contrappone alle predette costanti del letterato.
La parola persiste ad essere mezzo e fine, persiste ad essere il ponte di congiunzione tra la sfera dell’io intimo e dell’estemporaneo, persiste ad essere connessione indissolubile tra il mondo interiore ed esteriore, alternando stati di lucidità a tratti volutamente incerti, ma è anche soluzione unica. Il verbo è il tassello, è l’esperienza cognitiva che permette di riallacciare il rapporto interrotto, venuto meno, caduto.
Un poeta, Morelli, in bilico tra occasioni e atemporalità, tra delusioni e temporalità, tra spazialità e dimensionalità, tra prigionia e desiderio di libertà, un poeta Morelli che ha la capacità di rendere vivi i lemmi, che ha la capacità di trasportare l’avventuriero conoscitore in una profondità che non è più individuale, ma collettiva.

«Quando sono poeta
NON sono NULLA
SONO solo lui…
che foggia la parola
Lucida l’acero il mattino
Si nutre di pulviscolo
Ossigeno..
Per essere solo
Titubare contro
Ogni identità..»
“Sono il canto”, p. 39/40

Diario in versi del brutto tempo - Antonio Morelli

«Se non scrivessi le poche righe che qui compongo [..] sarei uomo senza sguardo, senza il permesso di vivere » scrive Antonio Morelli ne “Il permesso di osare” , componimento classe 2007, da cui traspare in tutta la sua forza, il bisogno di elaborare, per vivere la poesia quale luogo ove il vissuto può ricomporsi ed esprimersi in tutta la sua semplice verità.
Perché la parola è strumento, ma anche fine. E’ il mezzo dell’animo sensibile per pronunciarsi, per rimettersi in pace con quella ferita che lacera nel profondo, per guardare con i propri fissi occhi quel dolore che attanaglia, che piega, che incessantemente percuote. Ed è il fine, perché attraverso il verbo, il poeta, risponde al canto intimo, perché attraverso il verbo il poeta è tutt’uno con quell’unico vero vivere cercato, bramato, auspicato.
La poesia non è dunque per Morelli solo e soltanto inchiostro su carta che corre e che va; è liberazione, è vita che lenta ed inesorabile si ripercorre, che lenta ed inesorabile si riapre agli occhi primi del sofferente uomo che in punta di piedi vi si avvicina, che si infrange con tutta la sua violenza contro l’individuo-scoglio, perché necessita di “uscire”, perché semplicemente è “essere”, luogo in cui vivere, luogo da vivere.
E’ spazio, dimensione, tempo. Spazio in cui dipanarsi, dimensione in cui chiarirsi, tempo in cui redimersi. Ed è tempo che non è mai avaro di riferimenti perché circoscrivere e precisare sono indispensabili per la spazialità. Solo attraverso il primo, la seconda può esistere. Solo attraverso il primo, la seconda può rivelarsi. E’ quella stanza dove il letterato si interroga, dove l’uomo si mette a nudo.

«Non conosco ancora questa casa. L’interno e l’esterno sono ospiti che ancora non frequento. Li frequento invece nei momenti oscuri.. la sera.. quando pernotto nelle adamantine stanze. Talvolta ho aggiunto una virgola a tale pagina, [..] talvolta ancora la riempio di libri e versi. E ve li scrivo..» da “Stanze”, 30/04/2011. P. 136

Versi, quelli di Antonio, che sono concreti, sostanziosi, tangibili con mano. Non sono mai fini a sé stessi, vanno sempre oltre, si staccano dalla dimensione onirica per abbracciare quella del vero mediante una ritmica che scandisce i momenti, gli istanti, senza mai cedere, senza mai lasciare la presa sul lettore.
Una composizione, quella di “Diario in versi del brutto tempo” che spicca altresì per maturità implicita, per evoluzione stilistica, per creatività innata. Dalla sua lettura, non passa inosservata quell’intima crescita umana. E se “Poesie private” si propone quale esperimento dell’attendibilità e della tenuta del progetto di “vivere in poesia” perché poetare è vivere, nell’opera presentata, questo sperimentare trova risposta alle sue domande, trova risoluzione a quei conti ancora aperti. Una transizione ove vi è possibilità di chiusura per questi ultimi, ove quel “vivere in poesia” è affrontato nella forma nuova del “diario”.
Un perfezionamento notevole, che non passa inosservato e che si fa apprezzare in ogni suo studiato canto. Perché la poesia di Morelli non è mai lasciata al caso, non è mai improvvisata. Ogni vocabolo, ogni verso, ogni rima è incastonata ed incasellata in quella concatenata sequenza per ragioni profonde, e mai scontate.

Si sta facendo sempre più tardi - Antonio Tabucchi

«Il passato è più facile da leggere: uno si volta all’indietro e, potendo, dà un’occhiata. E poi, sia come sia, esso rimane sempre impigliato da qualche parte, magari a brandelli. A volte bastano soltanto l’olfatto e le papille gustative, è notorio: lo sappiamo da certi romanzi, anche belli. Oppure un ricordo, quale che sia: un oggetto visto nell’infanzia, un bottone ritrovato in un cassetto, che so, una persona che essendo un’altra te ne ricorda un’altra, un vecchio biglietto del tram. E all’improvviso sei li, proprio su quel trammino sferragliante che andava da Porta Ticinese al Castello Sforzesco, come un niente entri nel portone del palazzo ottocentesco, lo scalone ha un corrimano di ghisa lavorata con una testa di serpente, Sali due rampe, la porta si apre senza neppure che tu suoni il campanello e non te ne stupisci affatto, anche perché nell’ingresso, sopra il cassettone rococò, dietro la vecchia pendola neoclassica, vedi che lo specchio antico chiazzato di macchie brunastre è attraversato da una ferita che lo fende da un angolo all’altro, e ricordi che quel giorno mi dicesti: una persona con una malattia come la sua non può sfidare così il destino, è come chiamare disgrazie. E a quel punto capisci che la porta si è aperta da sola semplicemente perché lui, che voleva sfidare il destino, è stato fottuto come tutti quelli che vogliono sfidare il destino, chissà dove è mai sepolto, e invece lo specchio ferito è sempre li, come quel giorno in cui tu capisti chiaramente ciò che doveva succedere» p. 23-24

Leggere Tabucchi è sempre un’esperienza unica. Ogni suo elaborato è capace di suscitare emozioni diverse e di ammaliare il lettore quando per peculiarità contenutive quanto per quelle stilistiche. Come non restare stupefatti, ad esempio, dalle sua grande padronanza linguistica? Potrà sembrare banale o ovvio, ma se avete avuto modo di leggere una o più delle sue opere, avrete certamente notato come, tra l’una e l’altra, tra un “Sostiene Pereira” ed un “Requiem”, o ancora un “Tristano muore” , o un “Per Isabel. Un mandala”, la qualità oratoria è mutevole, rara, preziosa, doviziosa, precisa, articolata, ma mai uguale.
A tal proposito, non è da meno “Si sta facendo sempre più tardi”, romanzo epistolare di grande complessità capace, missiva dopo missiva, di confondere, di lasciare perplessi, di toccare nel profondo l’avventuriero conoscitore e le sue più intime corde.
Quelle presentate sono circa diciassette lettere, ciascuna narrata da un “io” differente e destinata ad un “lei” variabile. Sono storie che narrano di corrispondenze che si interpongono tra interlocutori ogni volta diversi, sono storie che sono scandite da tempi e distanze dettate dalla lentezza o velocità propria di questo mezzo di comunicazione oggi sostituito da canali più rapidi o, comunque, caduto nella desuetudine.
Ed in quello che di fatto è un monologo costituito da una serie di divaganti e scollegati soliloqui, che l’autore riesce in una delle imprese più ardue: parlare d’amore, di perdita, di abbandono, di sentimenti che crescono e sconfinano. Perché queste donne sono ormai lontane, sono scomparse, morte o ancora sparite da un giorno all’altro, da un momento all’altro, dalla vita del protagonista scrivente. Ma come sottrarsi al ricordo, al rimpianto, al desiderio legato alla loro presenza, alla semplice e pura esistenza?
Non è semplice cimentarsi in questa lettura, le missive non sono tra loro interconnesse, non è chiaro nemmeno chi sia il destinatario (unico aiuto è dato da quel “mia cara”, o frasi affini, con cui ogni lettera ha inizio), ma se non avete fretta, il messaggio arriva, con tutta la sua forza disarmante.
Follia, sogno e realtà sono proprie di ogni epistola, il cui divenire è ignoto, essendone, le sorti, affidate al fato, al futuro. Scritti a cui è attribuito un altro ulteriore e fondamentale compito: ricongiungere segmenti di memoria, trovare un senso al vissuto, esorcizzare il costante ed incessabile timore della morte.
All’origine, una fotografia misteriosa. Una disarmonia, voluta e volontaria, come sviluppo. Perché la vita così è e così rimane. Ella giunge con la sua forza disarmante e soltanto in ritardo ci accorgiamo delle cose. Soltanto quando l’abbiamo vissuta, soltanto quando il tempo ormai è passato, scaduto, andato ce ne rendiamo conto. La si vive, e come diceva Tabucchi, non la si capisce.

«Storie. O meglio: le mie storie. Che dirne? A volte ci penso e avrei voglia di parlarne, ma poi in un istante la voglia mi passa, e così non te ne ho mai parlato. Però ora, anche se di sfuggita, ti vorrei dire non tanto quello che esse sono, cosa abbastanza difficile, ma cosa esse non sono. Abbi pazienza, ma come sai anche tu al negativo ci si spiega sempre meglio, o almeno io mi sono sempre spiegato meglio. Sono storie senza logica, prima di tutto. Detto fra noi, mi piacerebbe proprio trovare quello che ha inventato la logica per cantargliene quattro. E senza rime, soprattutto senza rime, dove una cosa non torna con un’altra cosa, un pezzo di storia con un altro pezzo di storia, e tutto risulta così, com’è la vita, che non obbedisce a rime, e ciascuna vita ha il suo accento, che è diverso dall’accento altrui.» p. 77

La donna abitata - Gioconda Belli

Lavinia è una studentessa di architettura presso la facoltà di Bologna che, una volta conseguiti questi, decide di tornare in patria, a Faguas, luogo ove trova impiego presso un prestigio studio. Si stabilisce altresì nella casa che la zia, con cui ha trascorso attimi essenziali della sua vita, ed ormai venuta a mancare, le ha lasciato. Detta manifestazione di indipendenza suscita il disappunto tanto dei genitori quanto del ceto dei “verdi” a cui ella appartiene. E’ inoltre qui che essa conosce Felipe, uomo affascinante con cui inevitabilmente inizia una relazione talvolta offuscata dai misteriosi impegni di questa figura a tratti sfuggente. Il primo pensiero va alla possibilità di un tradimento, alla possibilità di non essere la sola, alla possibilità che egli frequenti altre donne. Detto timore viene meno una notte come tante quando egli fa ritorno a casa con un uomo ferito da un colpo di arma da fuoco. E’ così che Lavinia scopre le attività segrete del compagno, è così che scopre che egli è impegnato nella lotta di liberazione tanto che, dopo un primo momento di sconcerto e terrore, arriverà a maturare il desiderio di entrare con lui in clandestinità.
Con “La Donna abitata” Gioconda Belli riesce, attraverso l’ambientazione in una ipotetica città dell’America Latina chiamata Faguas, a far rivivere al lettore quella che è stata la dittatura di Somoza. La storia non ha fretta, parte con calma e con calma si sviluppa, ben descrivendo quelle che sono le amicizie della protagonista, le sue ambizioni nonché l’universo ovattato che la congiunge e separa dalla povertà che la circonda. Una condizione, quest’ultima, che esiste ed è tangibile con mano seppure sia parallela a quella ricchezza che tenta di offuscarla facendo buon viso a cattivo gioco. Lavinia dal canto suo segue il modello occidentale europeo ed utilizza questo archetipo anche quale espediente giustificatorio volto a chi può permettersi di chiudere gli occhi innanzi all’indigenza altrui.
In queste prime premesse si inserisce Itzà, spirito di una guerriera atzeca, figura spontanea, genuina, concreta che non comprende e si spiega questa passività. Ella è inoltre un personaggio da non sottovalutare; con la sua autenticità si presenta stratificata, complessa, caratterizzata da mille sfaccettature. Rappresenta il passato, rappresenta il conio delle antiche tribù nonché lo strumento con cui far fronte a questa indifferenza. E’ il mezzo con cui Lavinia può essere risvegliata dissipando il conflitto interiore.
Pacificazione, questa, che porterà a stravolgere anche il senso della vita, dell’esistenza. Vivere e morire assumeranno un significato, saranno espressione delle scelte e delle volontà che sono proprie del percorso di ognuno su questa terra.
Quello di Gioconda Belli è un romanzo forte, crudo, intenso. Un testo dove uno stile elegante e pacato sa essere al contempo tagliente ed efferato, sa essere al contempo appassionato e creativo, sa mostrare al lettore il conto che ogni colpa e merito comporta. Un elaborato dove il sentimento, gli ideali, l’amore, il femminismo, il riscatto, la politica, la povertà, la ricchezza, la guerra, i conflitti esterni ed interiori, sono colonna portante ma anche punta dell’ice-berg di una serie di contenuti estremamente vasto e articolato.

La più amata - Teresa Ciabatti

«Io sono la regina, mi rimiro nello specchio. Mi chiamo Teresa Ciabatti, ho quarantaquattro anni, e a ventisei dalla sua morte decido di scoprire chi fosse davvero mio padre. Diventa la mia ossessione. Non ci dormo la notte, allontano amici e parenti, mi occupo solo di questo: indagare, ricordare, collegare. A quarantaquattro anni do la colpa a mio padre per quello che sono. Anaffettiva, discontinua, egoista, diffidente, ossessionata dal passato. Litio ed Efexor prima, Prozac e Rivotril poi, colpa tua, solo colpa tua, papà» p. 33

Non è semplice parlare di questo romanzo autobiografico. Non è semplice valutarne le emozioni, le contraddizioni, le sensazioni. Perché. Perché a tratti lo si odia, a tratti lo si ama. A tratti si è in simbiosi con la protagonista, madre e figlia alternativamente, a tratti si è in totale dissonanza con esse. Non le si comprende, risultano sfuggenti. Altrettante vengono percepite quale prigioniere di un universo dimostratosi più grande del previsto, ed ancora risultano indisponenti; la prima per la sua incapacità a reagire, la seconda per la sua ostentazione del lusso avuto e perduto.
Ma chi è Teresa Ciabatti. E’ la figlia del professore, è la figlia di Francesca Fabiani, è la sorella gemella eterozigota di Gianni Ciabatti. E’ prima una bambina viziata, regina indiscussa del suo castello ad Orbetello, prima in tutto per grazia divina, per grazia di nome, per padre dirigente dell’ospedale ove il regno è instaurato e dove egli è considerato uomo buono al cui passaggio si aprono frotte e frotte di fedeli seguaci e ammiratori e stimatori perché ha studiato in America, perché è un luminare, perché a Lorenzo Ciabatti (1928-1990) basta un semplice cenno del capo per ottenere quel che vuole, basta una semplice telefonata per smuovere mari e monti, di poi, un’adolescente fragile, complessata dall’essere in sovrappeso, scossa dall’assenza ingiustificata di un padre che è sinonimo di impero, ricchezza, lusso, prestigio, vittima di una madre, Francesca (1939-2012), anestesista che ha lasciato tutto perché, come dicevano in ospedale, non si può essere madre e medico, almeno negli anni ’70 e soprattutto se donna, ed ancora adulta egoista, anaffettiva, disincantata, diffidente, egocentrica.
Una donna che vuol sapere chi era Renzo, che vuol capire perché è diventata l’adulto incompleto che è. E’ una sopravvissuta, una persona che nei suoi quarantaquattro anni di vita si sente fallita, incapace, inadatta. Una donna che sa che la colpa della sua condizione è da attribuire solo e soltanto a quei genitori, ed in particolare a quel babbo, così misterioso, silenzioso, ricco di segreti. Tanti i perché, tante le domande, pochissime le risposte. Diventa un’ossessione per Teresa. La verità prima di tutto. La verità le spetta. E’ suo diritto. E’ suo dovere. Dovere perché un domani dovrà a sua volta spiegare a sua figlia perché sua madre è così. Perché sua madre non è riuscita a donarle affetto. Perché sua madre è stata incapace di garantirle un futuro adeguato ma soprattutto ricco di emozioni e sentimenti. Il motore dell’uomo. La valvola dell’essere. Questo è il chiodo fisso della Ciabatti, la sua missione, l’obiettivo primario suo e per riflesso del lettore.
Ammirevole il coraggio, discutibile il tentativo. Perché a più riprese chi legge si chiede inesorabilmente il perché di questo romanzo. E’ una confessione sincera atta a mettersi a nudo? E’ l’ennesimo espediente letterario di una figlia viziata di attirare attenzione su di se? E’ un tentativo di ottenere successo mediatico? Brama di fama di essere una nota scrittrice, lei che ha quattro romanzi di – a suo dire – non successo alle spalle? Questo è in parte il pensiero che naturalmente sovviene a chi legge. Perché è innegabile che nello scorrere delle pagine il dubbio c’è. Una motivazione è necessaria poiché altrimenti non è giustificabile per il diretto conoscitore delle vicende questo tripudio di ostentazione, di ricchezza, di futilità, questa rabbia per il paradiso perduto, per un’inadeguatezza ereditata. Questa attribuzione di colpe e questa mancanza di auto-responsabilità, questa ingiustificabilità del non essere riuscita a crescere, di essere rimasta una bambina nei panni di un’adulta.
Eppure per l’avventuriero conoscitore è al contempo impossibile lasciare a metà lo scritto. Subentra la componente psicologica, l’analisi, la voglia di entrare nella mente di questa autrice eclettica. Si cerca così di andare oltre le apparenze, di valutare quel che vi è dietro la facciata, quel che vi è dietro quel bisogno di avere quando forse quel che veramente ella ha sempre desiderato è un po’ di semplice e genuino affetto. Meno sfarzo, più presenza. Un genitore vero, concreto, partecipe, tangibile, capace di brontolarla quando vi era da brontolare, di stimarla quando vi era da lodare. Chissà… Sta di fatto che purtroppo Teresa difficilmente riuscirà a trovare risposta a tutti i suoi quesiti, troppo tempo è passato, quante carte sono sparite, cadute nell’oblio di silenzi e sotterfugi. Non le resta che consolarsi sulla scia del fatto che “il pesce puzza dalla testa” o ancora sull’assunto che “le colpe dei padri ricadono sui figli”.
Tuttavia alla fine di questo viaggio nello ieri e nell’oggi, in questa ricostruzione di infanzia felice, fragile, turbolenta, cosa resta se non l’immagine riflessa in uno specchio, una donna che deve ripartire da un punto perché dopo quel poco che è venuta ad apprendere non può restare ferma ma non può nemmeno andare avanti? Cos’altro fare se non cercare di ripartire, di darsi una mossa, se non cercare di diventare quegli adulti che tanto sono mancati?
Stilisticamente l’opera si dimostra intelligente, acuta nonché caratterizzata da uno stile mutevole, graffiante, incisivo, impulsivo, nervoso. Si ama e si odia. Si ama o si odia. Smuove, destabilizza, si incunea, si fa strada desiderosa di farsi conoscere. Di fatto, dunque, a prescindere dalla apprezzabilità o meno, non lascia indifferenti.

«Marilyn allora sospira: sai quante ne ho raccolte in vita mia. Creatura speciale, risplende di luce propria, occhi, capelli, pelle. Pelle bianchissima, come… come un cadavere. Ogni volta che papà ricorda l’incontro, ogni volta che rievoca la bellezza di Marilyn, ogni volta che torna con la memoria in quell’ascensore, io chiedo: gli somiglio un po’? E ogni volta, scrutandomi con attenzione come se non mi avesse mai vista prima, lui risponde: no» p. 25

A sud del confine, a ovest del sole - Murakami Haruki

Hajiime è un figlio unico nato e cresciuto in un’epoca in cui tale condizione era un marchio a fuoco, un’eccezione da guardare con sospetto, con ritrosia. Sin dalla tenera età, infatti, il giovane si è sentito diverso, sapeva di esserlo. Soltanto con lei, Shimamoto, tale diversità veniva meno poiché anch’essa sola, poiché anch’essa priva di quei fratelli e sorelle atti a creare un legame di sangue insondabile. Quando gli anni, la scuola e le circostanze li separano, il protagonista né sente inevitabilmente la mancanza, mancanza questa che accuserà anche nei rapporti successivi. Sarà per lui impossibile non paragonare le emozioni provate con la ragazza con le future compagne. All’età di trentasette anni, ella riappare in modo costante nella sua vita. O almeno così, lui crede.
Ma chi è Hajiime? Hajiime è un uomo adulto che si ritrova quale bagaglio un passato che cerca in ogni modo di comprendere. Quest’ultimo è rappresentato da Shimamoto, nonché seppur in modo diverso, da Izumi (emblema del senso di colpa, del dolore). Detta condizione fa si che il protagonista verta in una sorta di bolla, di impasse, che non gli consente di integrarsi con il presente, e da qui, di incanalarsi nel divenire. Quel presente in cui vive è dunque privo di colore, ha caratteri mortiferi, di deprimente insoddisfazione.

«Il ricordo di quel contatto è ancora vivo nella mia mente. Era una sensazione mai provata prima, e mai più ritrovata. Era solo una mano piccola e calda di una ragazzina di dodici anni, ma sentivo che in quelle cinque dita e in quel palmo era racchiuso, come in una minuscola vetrinetta, tutto quello che c’era da sapere sulla vita. Prendendomi per mano mi aveva reso partecipe di quei segreti. Mi aveva fatto capire che nel mondo reale esisteva davvero un posto come quello» p. 16

Nello scorrere delle pagine il lettore viene catapultato nel simbolismo crescente della vita e della morte, del passato e del futuro. Si trova di fronte ad una femme fatale fortemente diversa dal personaggio presentato nelle prime pagine, pertanto, la percepisce quale sterile, priva di quel qualcosa che la renda affascinante, che ne giustifichi l’attrazione dell’uomo. Hajiime si riscopre a dover fare una scelta che è più grande di lui: quegli opposti che caratterizzano la sua vita provocano dolore e danno allo stesso la sensazione di essersi perso, disintegrato. Questo carattere è altresì accentuato dalla figura del padre della moglie, personificazione del capitalismo a cui da sempre il trentasettenne è rifuggito per poi risvegliarvisi immerso.
Non solo. L’età adulta è caratterizzata anche da un ribaltamento di quella difformità che precedentemente era causa di malessere: se infatti antecedentemente essere figli unici era una circostanza di isolamento, di discrimine, con il mutare della società diviene uno stato sociale apprezzabile, ben visto, condiviso, a discapito di chi al contrario può godere della presenza di fratelli e sorelle.
Ma quale sarà la scelta di Hajiime, si lascerà andare alla morte dell’io con Shimamoto o sceglierà comunque di vivere con la mano calda di Yukiko sinonimo di speranza, vita e possibilità per il domani?
Con uno stile sobrio, intenso, ammaliante, Murakami conquista il lettore con un testo che nonostante sia stato giudicato non tra i migliori, arriva e colpisce. A mio modesto giudizio, infatti, l’autore si fa apprezzare per la dimensione introspettiva dell’opera la quale è interamente e completamente in essa sostanziata. Sin dalle prima battute ove si rispecchia la solitudine dell’uomo attraverso la figura del figlio unico, il giapponese ricrea perfettamente quella dimensione essenziale e fondamentale al lettore per porre in essere una specifica analisi di sé e del suo vissuto.
Da non sottovalutare.

«Non prestai quasi ascolto alle sue parole. Prima di andarsene, mi diede una pacca sulla spalla e mi disse:”Certo che il tempo cambia le persone, in vari modi. Non so che cosa ci sia stato allora tra te e lei, ma, comunque sia andata, tu non hai nessuna colpa. A chi più. A chi meno, è capitato a tutti di avere un’esperienza del genere, perfino a me. Dico sul serio, è successo anche a me. Così vanno le cose a questo mondo! La vita di una persona appartiene a quella persona. Non ci si può sostituire a lei e assumersi la responsabilità della sua esistenza. E’ come essere in un deserto, non c’è altro da fare che abituarsi. Alle elementari hai mai visto il film della Disney, il Deserto che vive?” “Si”, risposi. “Questo mondo è come quel film. Se c’è la pioggia, i fiori sbocciano e se non ce n’è, appassiscono. Gli insetti vengono mangiati dalle lucertole e queste, a loro volta, vengono divorate dagli uccelli, ma, alla fine, tutti muoiono comunque. Tutto muore e inaridisce. Finita una generazione, ne viene un’altra. E’ così che vanno le cose. Tutti vivono e muoiono in tanti modi, ma non è questo che conta. Alla fine ciò che rimane è il deserto. E’ il deserto quelle che vive veramente!» p. 76-77

«Le illusioni di un tempo non mi avrebbero più aiutato, non avrebbero più creato sogni per me. Il vuoto restava tale, quel semplice vuoto che mi aveva accompagnato per anni e al quale avevo cercato di adattarmi. “Questo è il punto cui sono arrivato”, - pensai - , “e devo abituarmici. Adesso tocca a me creare sogni per gli altri, sarà questo il mio nuovo compito”. Non conoscevo il potere di quei sogni, ma, se la mia vita aveva un significato, era quello di perseverare con tutte le mie forze in quell’intento. Forse.» p. 199

L'Arminuta - Donatella Di Pietrantonio

Tredici anni è l’età del ritorno al paese, ad un’esistenza di prima che nemmeno sapeva esistere. Perché lei, che un nome di battesimo non lo possiede e che è detta da tutti “arminuta”, la ritornata, è stata scaricata come una merce, come un pacco. Sino al giorno prima abitava con quelli che credeva essere i suoi genitori in città, la sua vita era semplice ma ordinata in quei suoi doveri quotidiani dettati dallo studio, da quelle sue passioni quali la danza e il nuoto. Il giorno dopo, il risveglio in un luogo che tutto sa tranne che di casa, in un luogo dove non vi è calore e dove non è altro che una tra “i tanti” figli. Eh si, perché oltretutto, ella che era sempre stata figlia unica, eredita pure la bellezza di sei o sette fratelli che, ovviamente, la rifiutano. Tutti, tranne la piccola Adriana, con cui divide il letto e le notti insonni, e Vincenzo, il maggiore che proprio però non riesce a vederla come sorella.
Ed è in questo focolare spento che scopre una nuova realtà. Si spoglia pian piano di quegli agi che sino ad allora l’hanno coccolata, si riscopre essere l’unica a parlare in italiano quando tutti gli altri sono forbiti di un dialetto che lei materialmente non conosce, ed ancora, apprende quella che è la fatica della sopravvivenza perché la sua famiglia natia è povera, combatte ogni giorno con la miseria. Ciascuno deve fare il suo, deve guadagnarselo quel rigatone al sugo o quella polpetta di pane che al pranzo o alla cena sono serviti, deve guadagnarselo quel mezzo metro di non intimità dove ciascuno ha possibilità di dormire.
Ma la più grande mancanza non è data dall’assenza di quella villetta sul mare in cui è cresciuta, da quel maglione in più che le veniva comprato, da quella bicicletta ora sgonfia che era soltanto sua, la vera mancanza è l’affetto, il calore e la comprensione umana. Adesso ella non è altro che una bocca in più da sfamare e quell’educazione ed istruzione che le è stata offerta e che le ha garantito prospettive migliori, è ciò che di fatto maggiormente la confina nell’estraneità. Perché ciò è avvenuto, si chiede. Non si sei mai comportata male, anzi, è sempre stata una figlia modello. Non ci sono alternative, di dice, la “madre adottiva”, doveva per forza essere affetta da una grave malattia, altrimenti non l’avrebbe mai restituita. Questa è l’unica spiegazione plausibile. O almeno così crede, la giovane protagonista di questa opera. E non può non confidarci, non sperare in questa soluzione, ha bisogno di avere una ragione a cui appigliarsi per giustificare il suo ritorno, il suo essere abbandonata, per non sentirsi un oggetto che inspiegabilmente – e senza una vera ragione – ha terminato al sua utilità.
Un abbandono, quello subito, che mai la lascerà, che mai potrà essere accantonato in un angolo del passato, in un cantuccio del cuore.

«Nel tempo ho perso anche quell’idea confusa di normalità e oggi davvero ignoro che luogo sia una madre. Mi manca come può mancare la salute, un riparo, una certezza. E’ un vuoto persistente, che conosco ma non supero. Gira la testa a guardarci dentro. Un paesaggio desolato che di notte toglie il sonno e fabbrica incubi nel poco spazio che lascia. La sola madre che non ho mai perduto è quella delle mie paure» p. 100

Un abbandono, questo, che le impedirà di identificare il nome “mamma” con una persona. Perché, chi e cosa è stato per lei, una madre?

«Restavo orfana di due madri viventi. Una mi aveva ceduta con il suo latte ancora sulla lingua, l’altra mi aveva restituita a tredici anni. Ero figlia di separazioni, parentele false o taciute, distanze. Non sapevo più da chi provenivo. In fondo non lo so neanche adesso» p. 108

Con “L’arminuta” Donatella di Pietrantonio ha dato vita ad un romanzo forte, intenso, commovente, crudo. Un elaborato dove la ricerca della verità si mixa alla sofferenza dettata dall’abbandono, dalla perdita di certezze, di fondamenta. E vi riesce con equilibrio, misura, empatia. Non cade mai nella compassione, nella pietà. Ogni espressione utilizzata è asciutta, aspra, tenace, ruvida, ed al contempo emozionante, solidale, ma mai miserevole e/o propria di odio e/o astio verso quella situazione in cui la protagonista viene a trovarsi.
Anzi. L’Arminuta è una ragazza che dalla sua sofferenza impara e ricostruisce il suo personalissimo percorso. Un cammino fatto di studio, ma anche di affetti riscoperti, in particolare per quella sorellina, Adriana, che con la sua pipì notturna, le sue ossa accentuate, le sue mani sporche, i suoi capelli unti e arruffati, il suo italiano sbagliato e la sua profonda saggezza, le restituisce la voglia e la capacità di amare ed essere amata.

«Mia sorella. Come un fiore improbabile, cresciuto su un piccolo grumo di terra attaccato alla roccia. Da lei ho imparato la resistenza. Ora ci somigliano di meno nei tratti, ma è lo stesso il senso che troviamo in questo essere gettate nel mondo. Nella complicità ci siamo salvate» p. 163

Tre piani - Eshkol Nevo

Tel Aviv. Un condominio è caratterizzato da tre piani a loro volta costituiti da tre nuclei familiari borghesi. Ogni appartamento di ogni piano è caratterizzato da tre differenti storie narrate da tre diversi protagonisti che si lasciano andare ad un personalissimo monologo e che non sono altro che l’espressione delle tre istanze freudiane dell’es, dell’io e del super-io.
Tema centrale dell’opera sono senza dubbio le relazioni umane con le loro peculiarità, le loro incertezze, i loro misteri ed abbandoni. Attraverso questo viene posto in essere un percorso psicologico che porta a ritenere, in conclusione, che non esistano all’interno di ogni uomo questi tre piani dell’anima essendo essi concreti soltanto nello spazio tra un individuo e l’altro e dunque essendo fondamentale, affinché una storia diventi tale, che ci sia qualcuno ad ascoltarla. La destinazione a terzi è indispensabile in quanto ciascuno coltiva e sviluppa in sé il desiderio di raccontarsi onde non perdersi nel proprio io, nella propria disperazione.
Ma cosa troviamo ad ogni piano? Al primo, conosciamo Arnon, padre di famiglia, marito nonché io parlante affetto dagli impulsi irrefrenabili dell’es. Ofri, una delle sue due figlie, è, a suo dire, stata oggetto di violenza sessuale da parte del vicino, elemento questo che non gli dà tregua e che rischia di porre fine a quella che sino ad allora è stata la sua vita. Destinatario di queste confidenze è un lontano amico scrittore, uomo a cui il protagonista affida i suoi segreti perché certo di ricevere indietro imparzialità, saggezza, consigli, soluzioni, ma anche libertà per quella confessione così intima che arriva a fare.
Il secondo piano vede invece quale protagonista Hani, dagli inquilini definita “la vedova” per le prolungate assenze per lavoro del marito. Ella è espressione dell’io, una donna sola, affetta da depressione, da una solitudine che riversa sull’ambiente circostante tanto che nemmeno la cura e l’affetto per/e dei due figli riesce a colmare. Costretta ad ospitare il cognato Eviatar in difficoltà a causa dei creditori e degli strozzini/usurai, ella viene sopraffatta dai desideri e rivede nell’uomo una possibilità. E’ come se vedesse per la prima volta la sua vita, come se per la prima volta si rendesse conto di quel che le manca. Eppure, da quando ciò è accaduto, i barbagianni sono aumentati, prima era soltanto uno, adesso sono diventati due, come impedire che diventino tre?
Infine, al terzo piano, conosciamo Dovra, giudice in pensione, da sempre retta, ligia ed intransigente al proprio dovere. Vedova, ella si confida con la voce registrata del marito contenuta nella segreteria telefonica. Essa avendo vissuto un percorso inflessibile in quanto giudice censore, dove rettitudine, diligenza, regole e responsabilità erano all’ordine del giorno, è la personificazione del super-io. Il distacco dal marito è un qualcosa che la protagonista non ha ancora accettato, spera così, conversando con quei vecchi nastri, di riuscire a protrarre questa relazione, punta dell’ice-berg di una serie di conflitti irrisolti, in particolare con il figlio Arad con cui da tempo non ha più rapporti di alcun genere.
Tre storie, per tre appartamenti, dunque, apparentemente discontinue, aliene tra loro, di fatto legate da brevi scontri ed incontri, da fugaci sguardi, dove il bisogno di raccontare è una costante necessaria per rivivere il proprio passato, comprendere il presente, scoprire il futuro.
Tre elementi ancora, quello del realismo, quello dell’immaginazione e quello del desiderio che affrontano le tre fasi della vita – giovinezza, maturità e vecchiaia – attraverso percorsi psicologici analizzati in prima battuta singolarmente, di poi, unitamente. Oltre che al trinomio, dichiaratamente a sua volta una costante, altro denominatore comune dell’opera è la sofferenza, lo smarrimento. In ciascun protagonista si percepisce un grande senso di dolore, una manchevolezza, una incompletezza che li confina in un angolo, in un cantuccio dove non sembra esservi via d’uscita. E quella solitudine che li attanaglia richiede di uscire, in qualche modo. Così, eccoli, che si ritrovano a parlare con interlocutori fittizzi, uomini e donne che sono stati parte, in modo maggiore o minore, del sentiero della loro esistenza. Adesso che non sono più presenti, per una ragione o per un’altra, i protagonisti vi si rivolgono, cercano tramite l’espediente del consiglio, tramite la ricerca di una saggezza superiore, di renderli destinatari di quel malessere che gli è proprio.
L’opera è inoltre un crescendo. Le situazioni maturano ed evolvono di personaggio in personaggio arrivando, con Dvora, all’espressione suprema del bisogno di mettersi a nudo. Tutti, chi più, chi meno, celano, ed hanno sempre celato, quel lato vulnerabile del proprio essere arrivando a ricercare quel confine tra pubblico e privato, quella intimità, che negli anni, è venuto a mancare, arrivando, ancora, a cercare un modo per ritenersi necessari in quanto quel vuoto che non lascia spazio all’immaginazione, alla speranza, li fa sentire inutili.
Con “Tre piani” l’autore dà vita ad un romanzo improntato sulla dinamica dei sentimenti, un elaborato che viene analizzato con precisione e minuzia matematica risultando talvolta eccessivamente analitico e dunque a tratti freddo, anaempatico.
Il tutto è avvalorato da una scrittura limpida, chiara e concisa, uno stile che non riesce però ad affascinare e conquistare completamente. Negli intenti si percepisce lo sforzo e l’obiettivo dello scrittore, nei fatti è come se alla completezza dell’opera mancasse quel qualcosa e probabilmente, questo qualcosa, è proprio il piano umano che dovrebbe costituire il fulcro centrale della stessa.
Piacevole, originale, curioso per aspetti psicanalitici, non esaustivo umanamente.

«”In questa breve introduzione, partiremo dalla distinzione etica universale, ovvero il comportamento di una persona nei confronti di tutti coloro con cui intrattiene relazioni sociali o professionali, ed etica particolare, ovverosia il comportamento di una persona nei confronti di chi gli è vicino, parenti e amici. Si presuppone che esista una coerenza tra questi due tipi di etica, ma di fatto spesso accade che si presenti una contraddizione sostanziale, contraddizione che ci impone di interrogarci: quale delle due etiche è più importante per noi? Quale consideriamo prioritaria?”» p. 121

«Assaf, che cerca di farmi ridere mi fa solo sentire più infelice, perché mentre lui è in movimento io me ne sto ad ammuffire in casa» p. 122

«Per tutto questo tempo, mentre ti lasciavo messaggi, non mi aspettavo una tua risposta, Michael. Non ho creduto che avresti mandato un segno, o che mi saresti comparso in sogno appagando le mie domande. Volevo parlare con te perché sapevo che a te avrei potuto dire solo la verità. Tutta la verità. E questo mi avrebbe costretto a fare la cosa più difficile: levare le maschere e guardarmi in faccia, guardare le mie scelte e le loro conseguenze, nel bene e nel male. Anche nel peggiore dei mali» p. 253

«Ma d’ora in poi non si tratta più della nostra strada, amore mio, fiore mio, mia sventura. D’ora in poi è la mia strada» p. 255

Requiem - Antonio Tabucchi

«Non avrei mai dovuto farlo, dissi io, non consiglierei a nessuno di parlare con i fantasmi, è una cosa che non si deve fare, ma a volte bisogna, non spiegarlo bene, è anche per questo che sono qui»

Lisbona. Deserta, torrida. Una domenica di fine luglio. Un uomo, il caldo del mezzogiorno, perché è qui? Perché sa di avere azioni da compiere, incontri da portare a termine, eppure non sa darsi una motivazione di questi? Un’esperienza reale con la percezione del sogno. Colloqui, molteplici, in un susseguirsi ininterrotto. Un’allucinazione? E quella morte così inspiegabile? Perché si è uccisa. Il caso. E’ la sua unica alternativa. Un uomo che non può far altro che seguire questo percorso indotto dalla fatalità, un uomo che da qui inizia a ricordare, rivivere i tempi che furono. Infine, lo scambio con l’illustre personaggio scomparso. Il tutto, in portoghese. Perché ci sono storie che non possono che essere raccontate in una lingua diversa, che chiama, richiede, esige il suo spazio. E questo è il caso di Requiem, opera composta in lingua straniera e da li tradotta in italiano, con tutti i rischi e pericoli.
Ma cos’è di fatto questo romanzo? E’ uma alucinação, un’allucinazione che ha le sembianze di un sogno, della reminiscenza, una storia che in perfetta poetica tabucchiana – la cui massima espressione è riscontrabile ne “Per Isabel. Un mandala” – ripercorre tra finzione e realtà, tra personaggi dello ieri e dell’oggi – personaggi incontrati tanto nei libri, quanto oniricamente, quanto nello scorrere della vita – i punti nodali, critici e fatali della propria esistenza. Una sorta di psicanalisi al contrario che mira a far si che mediante lo strumento dell’inconscio detti nodi vengano al pettine, e siano risolti.

« Ormai l'anima non ce l'ho più, adesso ho l'Inconscio, ho preso il virus dell'Inconscio, è per questo che sono qui.. è per questo che sono stato capace di trovarti »

Pagina dopo pagina il lettore muta le proprie vesti, spogliandosi delle stesse e indossando volta volta quelle di ogni persona che viene ad incontrare. Quelle che vengono presentate sono figure strane, diverse tra loro, talune, in perfetta assurdità del vaneggiamento, riportano alla mente persone incrociate nel corso degli anni ma che consciamente sappiamo non poter incontrare che nell’universo onirico, altre al contrario, sono il simbolo di quell’appuntamento tanto caro allo scrittore. Quante volte l’autore ha infatti paragonato la vita ad un rendez-vuos da interpretare con il dove, il come e il con chi. E in Requiem questo accade: siamo di fronte ad una serie di appuntamenti mai fissati ma a cui nessun protagonista osa mancare.
Sullo sfondo Alentejo, un luogo che diventa sostanza tangibile in odori, sapori, aromi. Perché Tabucchiriporta alla vita la cucina locale, i vini, le musiche suonate con la fisarmonica, ed ancora i tessuti, i colori, gli individui, la loro vivacità, il loro essere così diverso con il loro non sentirsi pienamente europei, con il loro rivendicare un’autonomia culturale, il loro offendersi, il loro rendersi disponibili.
Alucinação, si offre così, senza indugi e senza remore. E’ uno scritto complesso che non arriva nell’immediato. E’ un elaborato che lascia a tratti perplessi, che si fa portavoce di un messaggio sfuggente ma che al contempo è magnetico nella sua essenza. E’ un testo che non teme il passato, che vuol riviverlo pur di arrivare ad affrontare il presente e di poi il futuro. Su questa scia non si sottrae alla tematica della morte né a quella delle questioni irrisolte che pian piano si accumulano nei lustri a venire.

«"Abbiamo sempre bisogno di una storia anche quando sembra di no."»

«Allora mi parli di questo virus, dissi, cosa sa di questo virus? E’ un virus molto strano, disse il Copista, pare che tutti ce lo portiamo dentro allo stato larvale, ma si manifesta quando le difese dell’organismo sono infiacchite, allora attacca con virulenza, poi si addormenta e torna ad attaccare ciclicamente, guardi, le dico una cosa, penso che l’herpes sia un po’ come il rimorso, se ne sta addormentato dentro di noi e un bel giorno si sveglia e ci attacca, poi torna a dormire perché noi siamo riusciti ad ammansirlo, ma è sempre dentro di noi, non c’è niente da fare contro il rimorso» p. 79

Il filo dell'orizzonte - Antonio Tabucchi

«Si tratta di un giovane dall’apparente età di venti/venticinque anni, barba castana, occhi azzurri, magro, statura media. Per gli abitanti della zona è in pratica uno sconosciuto, anche se vi abitava da circa un anno. Si faceva chiamare Carlo Noboldi e sosteneva di essere uno studente, ma alle segreterie universitarie risulta sconosciuto. I negozianti del quartiere sostengono che si trattava di una persona gentile e corretta sempre puntuale nel pagare i conti [..]».

Era notte quando l’ambulanza è arrivata, a luci basse, nel silenzio assoluto. A Spino sono bastati pochi segni, quali l’aver il mezzo imboccato un vicolo con troppa calma o ancora la chiara assenza di fretta nei soccorritori, per capire che qualcosa di tragico ed orrendo era avvenuto. L’odore di morte, impregnava ogni angolo, era anticipato dal suo stesso fetore, dalla stessa tranquillità della scena circostante.
Un ragazzo. Nessun nome. Nessun riconoscimento. Dal momento in cui il corpo entra nell’obitorio in cui Spino lavora, egli diventa per quest’ultimo una missione; deve indagare, scoprire, capire. Non «si può lasciar morire la gente nel niente, è come se uno morisse due volte» pensa il dipendente dell’Ospedale vecchio.
Perché è morto? Quali sono le circostanze che ne hanno determinato il decesso? Perché nessuno si interessa al caso? Perché alcuno manifesta di conoscere l’identità di quel cadavere che ora giace nella più completa dimenticanza nella camera mortuaria? Perché tutti si comportano come se non fosse mai esistito? E se fosse la vittima? E se fosse parte agente del misfatto? E se si fosse trovato erroneamente nella traiettoria?
Spino non riesce a darsi pace. Non può abbandonarsi all’insofferenza, fingere che questa dipartita non sia mai avvenuta, congelare, come quei corpi nei frigoriferi, il suo animo la sua sensibilità. Ed è così che ha inizio la sua indagine personale, una ricerca la cui importanza è sconosciuta allo stesso avventore, una ricerca che si fonda su un mero dato di fatto: lui è ancora vivo, l’altro è morto e non vuole assolutamente ucciderlo una seconda volta. Un piccolo indizio qua, un silenzio la, un puzzle che piano piano inizia a capire, a ricomporre. Tante le ipotesi, le domande. Che si sia trattato di una vendetta? Che c’entri il terrorismo? Che il giovane sia in realtà un testimone scomodo? Che sia semplicemente qualcuno che si è trovato per caso nel posto sbagliato al momento sbagliato per un gioco del destino?
Qual è la verità? Ove è sito il suo confine? Perché è così labile e criptica che anche quando sembra essere stata finalmente raggiunta è pronta invece a palesarsi quale un miraggio all’orizzonte, quale un frammento di un vetro rotto, di un disegno più grande ed incomprensibile? Il buio. Spino non può far altro che camminare nell’oscurità. Ed ecco che la ricerca della verità per quel defunto, si tramuta in una auto-analisi, in un’auto valutazione, in uno screening di sé e del proprio io.
Un breve romanzo quello di Antonio Tabucchi che tuttavia, colpisce e cattura sin dalle prime battute, chi legge. L’opera, seppur sia composta da appena 105 pagine, è infatti ben orchestrata tanto dal punto di vista delle ambientazioni che da quello dei fatti. Da detti presupposti, essa si snoda attraverso la voce di un protagonista che mediante lo strumento di un’analisi nata e sviluppata per indagare su una morte insolita, finisce con l’abbracciare quella questione primordiale, ancestrale che è il mistero della vita.

«Si è accontentato di guardarlo a lungo, stabilendo di nuovo un nesso fra quel foglio che si agitava nella penombra e la linea dell’orizzonte che piano piano svaniva nel buio. Si è alzato lentamente perché una grande stanchezza lo aveva invaso: ma era una stanchezza calma e pacifica che lo guidava per mano verso il letto come se fosse tornato bambino» p. 100

Ed anche se è intuibile che l’esito non potrà che essere quello del fallimento perché il cercare la verità è come tentare di raggiungere quel mutevole ed irraggiungibile “il filo dell’orizzonte”, l’avventuriero conoscitore non può fare a meno di inseguirla con Spino, di immedesimarsi, di tifare per quella investigazione eclettica e personale.
Disincantato, stratificato, profondo.

«”Senti Harpo”, ha detto lui, “se uno non ha il coraggio di andare oltre non capirà mai, sarà solo costretto a giocare per tuta la vita senza sapere perché”. Harpo ha chiamato un cameriere e ha ordinato da bere. “Ma chi è lui per te?”, ha chiesto piano, “è uno sconosciuto, non conta niente nella tua vita”. Parlava in un bisbiglio, era impacciato e le sue mani erano nervose. “E tu?”, gli ha detto Spino, “tu chi sei per te? Lo sai che se un giorno tu volessi saperlo dovresti cercarti in giro, ricostruirti, frugare in vecchi cassetti, recuperare testimonianze di altri, impronte disseminate qua e là e perdute? E’ tutto buio, bisogna andare a tentoni” » p. 80

«E ha pensato che c’è un ordine delle cose e che niente succede per caso; e il caso è proprio questo: la nostra impossibilità di cogliere i veri nessi delle cose che sono, e ha sentito la volgarità e la superbia con cui uniamo le cose che ci circondano. Si è guardato intorno e ha pensato quale era il nesso fra la brocca sul cassettone e la finestra. Essi non avevano nessuna parentela, erano estranei l’uno all’altro; a lui parevano plausibili solo perché un giorno, tanti anni fa, aveva comprato quella brocca e l’aveva messa sul cassettone accanto alla finestra. L’unico nesso, fra i due oggetti, erano i suoi occhi che li guardavano. Ma qualcosa, qualcosa di più di questo doveva avere guidato la sua mano a comprare quella brocca: e quel gesto dimenticato e frettoloso era il vero nesso; e in quel gesto c’era tutto, il mondo e la vita, e un universo» p. 98-99

Da dove la vita è perfetta - Silvia Avallone

Adele, pochi giorni ai diciotto anni, è sola in quella sala parto. Bianca, la bambina che porta in grembo da nove mesi, sta per nascere e tra le due sa che non potrà che esserci un breve ed unico saluto. Dopo quel lieve contatto, quel lesto “rendez vous” di appena 20 minuti, le loro strade si separeranno definitivamente. Non hanno che quei 1200 secondi da trascorrere insieme. E’ tutto quel che è a loro concesso.
Dora, trent’anni, insegue quella maternità come se fosse la sua unica ragione di vita. Insegnante di lettere, coniugata con Fabio e portatrice di Handicap a causa di quell’arto mancante, ella è schiacciata dal vuoto di quell’assenza. Due solitudini, quelle dell’adolescente e della donna matura, messe a confronto; imparagonabili, forse, così identiche, di fatto.
Zeno, lo studente di liceo classico e una madre in depressione da accudire, è nato narratore, non protagonista. Egli non è destinato a vivere una sua vita bensì, quella degli altri. Suo compito è, assistere, aiutare, osservare, riportare, essere la colonna portante di quegli attori già pronti a salire in scena. Manuel, amico di sempre, e da sempre, del liceale, è uno spacciatore. La sua strada si è brutalmente separata da tutto e da tutti, lui che è cresciuto curando quella donna che lo ha creato dalle ferite fisiche, e mentali, che quel padre tossico e violento immancabilmente le arrecava, adesso non desidera altro che denaro e riscatto.
E c’è un quartiere che si trova nei pressi della città di Bologna, un quartiere di casermoni, di povertà, soprannominato “I lombriconi”, un luogo dove vite al limite si intercalano tra loro, cercando di sopravvivere, credendo in un domani, anche se questo domani non c’è, perché sono tutti, inesorabilmente, nati per perdere. Non esiste una seconda chance, una possibilità di redenzione. Cos’ha la vita da offrire loro? Cosa loro possono offrire all’esistenza stessa? Vi è, poi, una vita perfetta? Si? No? Dov’è quel confine da cui si può affermare con assoluta certezza che ha inizio la compiutezza della medesima?
Con una penna forte, diretta e che nulla risparmia al lettore, Silvia Avallone, stupisce, conquista, semplicemente spiazza. Per tematiche. Per stile. “Da dove la vita è perfetta” è un testo doloroso, che ti arriva dentro, che ti fa stringere il cuore, un elaborato che nel suo insieme tratta una serie di problematiche non scontate ed anzi di grande impatto sociale. Tra le sue pagine troverete la solitudine, l’abbandono, la maternità non voluta in contrapposizione a quella desiderata, la sconfitta dell’impossibilità di scegliere diversamente, l’impotenza di poter cambiare le proprie vite, l’amarezza, l’attesa, la rinuncia, la complessità del rapporto genitori-figli e figli-genitori, bambini cresciuti troppo in fretta e costretti a prendersi carico di responsabilità troppo grandi, giovani che schiacciati dai doveri sono finiti con l’intraprendere il sentiero errato perché non hanno guide, non conoscono, né vedono altre vie in quella ricerca disperata di una fuga, e troverete ancora l’egoismo per quel desiderio che dirompente acceca e travalica tutto, perfino la ragione, nonché, la consapevolezza che perfino il dolore diventa sopportabile se giustificato dalla necessità di far del bene a quella creatura che ha formato quel “noi”, plurale, dalla volontà indiscussa di volerle garantire un futuro. Questo e molto altro ancora è, “Da dove la vita è perfetta”. Uno scritto ove l’autrice si supera, e si dimostra apprezzabilmente maturata.

«”Siamo, come si dice, arrivati ad un punto di non ritorno”. “Allora non ritorni” le disse semplicemente. “Non ritorni dove sa già che non troverà niente. Cambi strada. Vada altrove”.» p. 137
   
«Perché pensi che le torri, i cortili non siano interessanti? Li hai mai guardati, hai preso appunti? Finché non le metti nero su bianco, le cose, non le vedi. E poi, chi te l’ha detto che ti deve venire facile? Niente di più falso. Pensa che una volta ci ho impiegato un mese a scrivere una frase. Perché volevo che fosse perfetta e non lo era mai» p. 187

«Quando qualcuno ti abbandona, e lei lo sapeva bene, ti lascia in eredità un vuoto. Che rimane li, tra le costole, e non c’è modo di mandarlo via. Però, le disse. Tu avrai una vita intera per costruirci intorno delle cose belle. Sai, io non conto niente alla fine. E’ il mondo dove andrai ad abitare che conta. Un giorno ripasserò di qui, tra cinque, sei anni, te lo prometto. E la bambina più bella che vedrò giocare anzi non la più bella, la più felice, penserò che sei tu.» p. 305

Una perfetta sconosciuta - Alafair Burke

La trentasettenne Alice Humphrey mai si sarebbe aspettata che quel lavoro, caduto dal cielo proprio nel momento del bisogno, si sarebbe rivelato un’arma a doppio taglio. Quando infatti il sedicente Drew Cambell le propone di gestire una piccola galleria nel Meatpacking District, la “Highline Gallery”, la donna, che da otto mesi è in stato di disoccupazione, accetta senza porsi troppe domande. Non si insospettisce minimamente del fatto che l’autore delle foto esposte, Hans Schuler, non voglia (e si rifiuti di) apparire, né del fatto che un presunto anonimo benefattore lo abbia preso sotto l’ala, né dell’assenza ed irreperibilità di colui che l’ha contattata, tanto che, anche se ritiene il contenuto delle immagini alquanto opinabili, il suo unico pensiero è quello di, almeno per una volta, avere il merito delle sue imprese. Alice, figlia d’arte di Frank Humphrey, regista, e dell’ex attrice, Rose Sampson, nonché sorella del quarantunenne Ben Humphrey, fratello problematico con precedenti in materia di droga, da sempre cerca di riscattarsi dal marchio di “figlia di papà”. Quale migliore occasione? I preparativi iniziano e si prolungano per appena tre settimane; il lancio della galleria non manca di farsi attendere e sorprende addirittura la stessa direttrice che, per quante aspettative potesse nutrire, non sarebbe mai arrivata ad ipotizzare un così eclatante furore e corsa all’acquisto delle foto. Il giorno seguente, le accuse. Pornografia. Pedofilia. Riuscitasi a mettere in contatto con Drew, si accorda col medesimo per parlare dei fatti il mattino seguente. Giunta in Galleria viene subito colpita da una serie di elementi: le vetrate della medesima sono state interamente coperte da fogli di carta da pacchi, all’interno non riesce ad accendere le luci, tutti gli oggetti che ne caratterizzavano l’arredamento sono scomparsi, ed il suo capo è riverso in una pozza di sangue. La polizia, non tarda, inoltre, a sottoporre alla sua attenzione, una foto che sembrerebbe ritrarla nella posa di un bacio col defunto. Ma come questo è possibile, se, di fatto, ella a malapena lo conosceva ed il massimo del contatto fisico avuto altro non era che il premere le proprie dita sulla carotide per verificarne il battito cardiaco? Che qualcuno stia cercando di incastrarla?
Joann Stevenson, ragazza madre, ha cercato di offrire la migliore delle vite alla figlia quindicenne Becca. Adesso che finalmente è riuscita ad ottenere, tra mille sacrifici, un lavoro stabile e una casa di loro proprietà, è fiera di sé e dei suoi traguardi. Da un paio di mesi, inoltre, va avanti la frequentazione con quel docente che le ha rubato il cuore. Il mondo, quindi, semplicemente le cade addosso quando, al mattino si rende conto che l’adolescente è scomparsa. Cosa le è successo? E perché? Che la sua sparizione sia collegata in qualche modo alla Galleria di Alice?
Hank Beckman è stato più volte reguardito: deve smetterla di seguirlo. Deve farla finita. Eppure lui non può, non può non controllare le mosse di colui che è il colpevole della sua morte. Ellen, la cara sorella, aveva una dipendenza, e lui non se ne è accorto in tempo..
Con “Una perfetta sconosciuta” Alafair Burke, dà vita ad un thriller caratterizzato dall’intrecciarsi ed alternarsi di più trame che, piano piano, riportano ad un mistero unico.
L’opera è intrisa altresì di una penna semplice, chiara, gradevole seppur talvolta tenda ad anticipare troppo. Si legge facilmente ma non conquista per pathos ed intensità risultando a tratti acerba. Il lettore ha la sensazione di trovarsi in una dimensione in cui non è completamente parte, come se vi fosse un vetro tra lui e il contenuto dello scritto. Lo sviluppo degli avvenimenti è buono, seppur prevedibile.
Non solo. Se in un primo momento la lettura prende ed incuriosisce, nel resto il testo è tutto un sali/scendi, e questo proprio perché se da un lato è facile - come anzidetto - intuire le intenzioni della scrittrice (riuscendo così ad anticiparne le mosse), dall'altro, la stessa, "caricandolo" eccessivamente, finisce col renderlo macchinoso.
Nel complesso "Una perfetta sconosciuta" è un prodotto apprezzabile ma non eccelso, un volume con una buona base di partenza ma penalizzato dal "voler mettere troppo", dal "voler far troppo".

Consigliato a chi ama il genere o a chi cerca una lettura senza pretese, piacevole con cui trascorrere qualche ora diversa.

La bambina e il sognatore - Dacia Maraini

Nani Sapienza non è il classico maestro di scuola: egli fa del suo mestiere una missione, una passione, gioia, ed orgoglio.
Il suo primo obiettivo è quello di far riflettere i suoi alunni e per farlo si avvale di favole, di racconti, di miti greci, e si, perfino della cronaca nera. Quest’ultimo elemento, in particolare, lo porta a suscitare molteplici malumori, tanto dei genitori della città di S., quanto della preside. La morte di Martina, inoltre, la figlia di otto anni, venuta a mancare a causa della leucemia, è una ferita ancora aperta, è una ferita che ha provocato la pausa del suo matrimonio nonché l’isolamento, la solitudine. Quando dunque, in sogno, gli appare un’altra bambina con un cappottino rosso, a sua volta di otto anni e con la stessa camminata a paperina della sua piccola creatura, una bambina che guarda caso scopre essere misteriosamente scomparsa durante il tragitto per andare a scuola, per lui non è soltanto un caso, è un segno.
Se avete avuto modo di leggere una o più opere di Dacia Maraini, il primo elemento che sovvenirà alla vostra mente è proprio la grande differenza rispetto a predette. In queste pagine, infatti, non troverete le ambientazioni – né le atmosfere – di Bagheria, di Isolina, e neanche, quelle de “La lunga vita di Marianna Ucria”. “La bambina e il sognatore” è in primo luogo un viaggio introspettivo dove la mente è chiamata costantemente a riflettere, ad aprirsi. L’intento dell’autrice è chiaramente quello di porre l’attenzione del lettore su alcune tematiche di particolare rilevanza sociale, e, così facendo, di indurlo alla ponderazione, a chiedersi “perché” e a darsi una risposta. Il tutto avviene attraverso i pensieri di Nani, mediante i suoi dialoghi con gli studenti e grazie ad una scrittura fluida, costante, chiara, ed attuale; una scrittura che si conforma con l’oggetto del testo distaccandosi ulteriormente dai precedenti lavori. Al dialogo tra il docente e la sua classe si somma anche quello interiore dell’uomo con il suo “uccellaccio”, conversazioni dove il suo animo sognatore e fiducioso si contrappone a quello più pragmatico, cinico e amaro.
Tra le varie problematiche trattate, la violenza sulle donne e quella sui bambini, sono pregnanti. A queste se ne aggiungono altre, quali, il fanatismo religioso nei suoi estremismi, la prostituzione minorile, il turismo sessuale, i rapporti padri-figli. Numerosi anche i titoli presenti atti a consentire, al conoscitore, di approfondire il tema (vedi: “La battaglia di una sopravvissuta contro lo sfruttamento sessuale di donne e bambine” di Somaly Mam, o ancora, “Io nojoud, dieci anni, divorziata” di Nojoud Ali).
Con “La bambina e il sognatore” Dacia Maraini ci invita a guardare il bicchiere mezzo pieno ma soprattutto a cercare il bene anche quando il male sembra essere onnipresente ed onnipotente, ci invita ad interrogarci prima ancora di interrogare e giudicare, a cercare risposte quando le domande finiscono con l’essere celate, obliate. E’ un elaborato fiducioso quello presentato, uno scritto dove ella ci suggerisce di lasciare ai figli uno sguardo aperto sul mondo (ciò traspare soprattutto dai passi in cui in classe, i piccoli musulmani, rischiano di essere schiacciati dalla mentalità dei padri che esigono che smettano di studiare, che non ascoltino parole diverse da quelle del genitore), un testo forte dove la scrittrice parla alla ragione, da intellettuale, da filosofa, dove senza indugi abbandona il suo stile classico onde consentire alla chiacchierata con chi ha intorno.
In conclusione, disturbante, profondo, riflessivo.

«Spero solo che tu ci rifletta sopra, Ahmed, devi capire da te dove il ragionamento fila e dove diventa ingarbugliato.. me lo fai questo favore? Ci provi a ragionare con la tua testa? Io non ti dico di scegliere fra le cose che dice tuo padre e quelle che ti dico io, ti prego solo di pensare con il tuo cervello, perché tu, come me, come tutti gli altri qui dentro, sei dotato di un motore che funziona perfettamente, e questo motore si chiama mente. E sono sicuro che, come me, come noi, la tua mente conosca il senso della giustizia. Ora ti chiedo: è giusto considerare inferiore un bambino solo perché di pelle nera e di religione diversa, quando sappiamo che quella pelle deriva dalla melanina e non da una cultura inferiore e quella religione ha lo stesso diritto della tua di essere praticata?» p. 93

«Non so quanto resisterò in questo paesino di montagna, mangiando pesce di lago e di fiume, ascoltando i discorsi amari di mia madre, guardandola muoversi come una leonessa in gabbia. Ma pure so che non me ne andrò fino alla fine della vacanza, perché la tenerezza mi prende alla gola; assieme a una pietà rabbiosa, alla voglia di scappare, e anche di abbracciarla e di baciarla su quel collo di tartaruga. Perché so che, come dice lei, questa è l’ultima occasione per starle vicino. E dopo ci perderemo per sempre» p. 172

«Ma lui ridacchia e pretende di esprimere il suo rozzo pensiero che identifica col buon senso, un po’ come il coro che commenta le azioni dei protagonisti nella tragedia greca: si presenta quale assennatezza ma è solo conformismo» p. 221

«E’ consolante per una comunità pensare che la responsabilità stia altrove, che i malandrini non appartengano a quel luogo, e che degli sconosciuti malviventi siano venuti da fuori a uccidere e devastare il povero quartiere innocente. La città intera si considera estranea a questa sparizione di cui ormai non si parla più, ma che pesa sulle coscienze dei più sensibili. Ci si può liberare di un enigma risolvendolo, dicono i saggi, non seppellendolo. Anche se ormai siamo abituati a seppellire tutto, perfino le più schifose immondizie: un poco di terra sopra e buona notte! Ma ogni tanto la terrà si apre e manda fuori un improvviso puzzo di foglia. E i pettegolezzi riprendono» p. 267

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