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Catalogo della rete ReaNet - Biblioteche lungo l'Elsa e l'Arno

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I più letti

  1. 1

    Vai all'inferno, Dante! Luigi Garlando

  2. 2

    Cambiare l'acqua ai fiori Valėrie Perrin

  3. 3

    1: I leoni di Sicilia Stefania Auci

  4. 4

    Stalker Daniele Nicastro

  5. 5

    Il falco Sveva Casati Modignani

  6. 6

    La misura del tempo Gianrico Carofiglio

  7. 7

    Mio fratello rincorre i dinosauri Giacomo Mazzariol

  8. 8

    Fiore di roccia di Ilaria Tuti

  9. 9

    Un caso maledetto Marco Vichi

  10. 10

    I grigi Guido Sgardoli

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I più richiesti

  1. 1

    Cambiare l'acqua ai fiori Valėrie Perrin

  2. 2

    2: L'inverno dei leoni Stefania Auci

  3. 3

    Gli occhi di Sara Maurizio De Giovanni

  4. 4

    Un tè a Chaverton house Alessia Gazzola

  5. 5

    Vecchie conoscenze Antonio Manzini

  6. 6

    La disciplina di Penelope Gianrico Carofiglio

  7. 7

    Sembrava bellezza Teresa Ciabatti

  8. 8

    Tre Valėrie Perrin

  9. 9

    Due vite Emanuele Trevi

  10. 10

    Fiori Maurizio de Giovanni

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Acquanera - di Valentina D'Urbano

"Acquanera" è il secondo romanzo di Valentina d’Urbano. Viene dato alle stampe dopo l’ottimo esordio de "Il rumore dei tuoi passi" (che può vantare uno degli incipit più belli che mi sia capitato di leggere) e conferma i tanti pregi (e i pochi difetti) della scrittrice e illustratrice romana. Il romanzo è certo una storia di fantasmi, cimiteri e obitori, e ognuna delle sue 360 pagine trasuda inquietudine, cupezza e presenza della morte, ma è anche e soprattutto la storia di quattro generazioni di donne. Clara, Elsa, Onda e Fortuna sono tutte dotate di poteri paranormali, che vanno dalla capacità di vedere i morti e di parlare con loro (posseduta dalla medium Onda), all’abilità di Clara ed Elsa nel preparare unguenti e bevande miracolose, fino alle doti del tutto particolari di Fortuna, di cui non parlo per non spoilerare la trama. Il libro racconta la storia di ognuna di queste donne e si sofferma, in particolare, su quella di Fortuna, facendosi in questo senso romanzo di formazione. Fortuna cresce sperimentando l’odio e l’emarginazione pur non avendo, in apparenza, alcun potere sovrannaturale. Sconta la sua appartenenza a quella famiglia così inconsueta e la sua vita è un inferno, almeno fino a quando non incontra Luce, la figlia del guardiano del cimitero, anche lei odiata da tutti i bravi ragazzi, e le brave ragazze, del paese, per il suo aspetto sgradevole e per il suo odore fastidioso. L’amicizia con Luce (ragazza il cui passato è come un’ombra che grava da sempre su di lei) diventerà sempre più profonda e si trasformerà in qualcosa che nessuna delle due potrà più controllare (evito ogni spoiler). Altro protagonista del romanzo è il lago. Un lago che è pieno di cadaveri (non solo di suicidi). Un lago le cui acque assumono colori che, quando appaiono limpidi e puri come nei sogni di Elsa, simboleggiano la morte, mentre quando appaiono scuri e fangosi, come nell’ambiente che circonda la capanna in cui vive Onda, significano ricerca di un luogo appartato, lontano dal mondo dei vivi. Un romanzo psicologico, quindi; caratterizzato da immagini potenti e da una trama che ha un gran ritmo (tanto che se ne potrebbe facilmente ricavare un film). Peccato per il finale, che è piuttosto discutibile e non all’altezza di ciò che è venuto prima. Un romanzo che sarebbe da leggere assolutamente, quindi, se non risentisse pesantemente di una tendenza della scrittrice che già si era intravista nel brillante esordio letterario: quella di far muovere i protagonisti come se fossero pesci in un acquario, prigionieri di un tempo che passa eppure sembra non passare mai, ingabbiati in un luogo in cui nulla di ciò che esiste al di fuori di esso può entrare (non c’è politica, non c’è cronaca se non quella che riguarda la trama, non c’è musica, non c’è neanche geografia, non c’è nient’altro che il mondo disperato di queste donne) né influenzare minimamente le loro vite. A pensarci bene, anche certe illustrazioni della d’Urbano sembrano avere questa caratteristica, ma con una differenza: sono meno monocromatiche rispetto alla sua scrittura, hanno più sfumature, e dimostrano un’attitudine all’ironia e al sarcasmo che in questi primi due libri non si è vista. Chi vuole leggere questo romanzo deve prepararsi: nessuna delle sue pagine concede tregua. Dolore, disperazione, morte, emarginazione dominano il testo dall’inizio alla fine, senza mai un’apertura o il minimo spiraglio.

Rumore bianco - Don DeLillo

Don Delillo è un grande scrittore. Lo è per la qualità eccelsa dei suoi testi, per la sua capacità di scrivere dialoghi sempre originali, per l'abilità di creare personaggi interessanti. Non a caso è citato quale fonte di ispirazione da molte scrittrici e scrittori assai quotati. I suoi romanzi, tuttavia, hanno spesso trame poco potenti, che non inchiodano il lettore alle pagine e che, in termini di importanza, soccombono di fronte al peso preponderante di situazioni sempre al limite della follia e di dialoghi lunghi e molto ben articolati. “Rumore bianco” non fa eccezione. Parte piuttosto in sordina, con una sezione intitolata “Onde e radiazioni”, un centinaio di pagine in cui ci vengono presentati i principali protagonisti. Sono pagine davvero lente e occorre un atto di fiducia nei confronti dello scrittore per proseguire oltre con la lettura. La scarsa empatia che Delillo, come suo solito, sembra provare nei confronti dei suoi personaggi, che tratta anzi con spietatezza, evidenziandone gli aspetti più sordidi e gretti, non aiuta a entrare in simbiosi con i protagonisti della storia narrata. Con l’inizio della seconda parte, intitolata “L’evento tossico aereo”, arriva un primo cambio di ritmo e si cominciano a delineare gli intenti, che l’ultima parte del romanzo, “Dylarama”, sviluppa ampiamente. Di cosa parla questo libro? Contrariamente a ciò che lascia intendere il titolo, il tema centrale non è l’invadenza della tecnologia nel mondo moderno, che pure esiste. Il tema centrale sono le vite di tutti noi. Vite minacciate dall’inquinamento (nube tossica), dalle onde elettromagnetiche che agiscono sulle cellule del corpo umano, dalla delinquenza (che rende necessario il possesso di armi per autodifesa). In un ambiente sempre più ostile, gli uomini conducono le loro giornate secondo il ciclo produzione (lavoro) - consumo (il culto del supermercato) - famiglia. Ma le famiglie sono sempre più frammentate (Jack, il protagonista, è al quarto matrimonio e vive con la moglie Babette e molti figli nati dalle precedenti relazioni). In questo contesto minaccioso, la paura dilaga. Paura della morte, soprattutto. Una paura che neppure la fede in una delle tante religioni possibili può alleviare. Quando una nuova medicina sperimentale (il Dylar appunto), una droga capace di annullare la paura della morte, irrompe sulla scena, niente sarà più lo stesso, fino all’imprevedibile, e poco credibile, finale, in cui tutto si ricompone. Un piccolo messaggio di speranza? Un romanzo da leggere quindi, ma con attenzione, perché neanche i dialoghi accelerano il ritmo (quello tra Jack e Murray sulla morte e sull’aldilà occupa più di dieci pagine). Meno folle di “Cosmopolis”, meno rarefatto di “Body art”, meno creativo di “Great Jones Street” ma più a fuoco di questi e dell’ultimo, brevissimo, “Il silenzio”, il romanzo piacerà a tutti i lettori che amano la ricerca estrema della parola giusta e l’originalità dei testi.

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