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La valle oscura
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Wiener, Anna

La valle oscura

Milano : Adelphi, 2020

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“La valle oscura” di Anna Wiener è – come il sottotitolo lascia intendere – un memoir: un romanzo autobiografico che racconta circa cinque anni di vita della scrittrice, ripercorrendo le scelte professionali e umane che ne hanno determinato il trasferimento da New York a San Francisco, e il passaggio dal mondo dell’editoria più tradizionale a quello high-tech delle startup e dei venture capitalist ( e della crescita apparentemente inarrestabile del profitto, dei principi della massima produttività e della dilatazione infinita dell’orario di lavoro, del nomadismo tecnologico pre-pandemia e delle insulse chat aziendali). Una riflessione, insomma, sul capitalismo tecnologico post-industriale, che non a caso si apre con la quotazione in Borsa del “social che tutti dicevano di odiare ma a cui nessuno riusciva a smettere di loggarsi” (Facebook) avvenuta nel 2012, e termina poco dopo le elezioni presidenziali vinte da Trump nel 2016; due momenti fondamentali della storia economica recente degli USA. Dall’apoteosi dell’era di Internet, e soprattutto dei social, alla temuta – dalle startup - rivincita del capitalismo tradizionale che, a conti fatti, non c’è stata.
La protagonista ama il settore dell’editoria, è disposta ad accettare gavetta e stage non pagati pur di farne parte, sia pure in ruoli non di primo piano come correttrice di bozze o lettrice di manoscritti. Tuttavia, deve arrendersi all’evidenza: “le difficoltà di conciliare uno stipendio netto da millesettecento dollari al mese con lo stile di vita mondano, festaiolo, agiato a cui l’industria editoriale spingeva” non sono più sostenibili per lei. Era certamente “bello ricevere gratis le ultime uscite”, ma sarebbe stato “più bello permettersi di comprarle”. Così, spinta dal desiderio di essere indipendente, di guadagnare, di trovare il suo posto nel mondo, si avvicina all’universo delle startup. Il suo primo contatto (fallimentare), con questa realtà, avviene a New York con una azienda del settore dell’editoria digitale. Seguirà il trasferimento a San Francisco, città in cui lavorerà prima in una startup di analisi dati (e qui il testo contiene preziose riflessioni sui big data e sul loro uso/abuso) e successivamente in un’altra startup che fornisce un cloud per l’archiviazione di dati (azienda identificabile nella GitHub, quella del gattopolpo). Il romanzo diventa a questo punto una vera miniera di informazioni sull’organizzazione del lavoro in queste società e sulla falsità del mito che le vuole veri e propri eden per i dipendenti, luoghi quasi ludici. La Wiener descrive un mondo fatto di tanti tecnici e di pochi umanisti, tutti ugualmente devoti alla causa dell’azienda, una moltitudine di individui non sindacalizzati che si identificano con l’azienda stessa, che indossano magliette e felpe col logo della startup anche nel tempo libero, che vogliono ottimizzare il proprio corpo - anche ricorrendo a discutibili pratiche di biohacking - per aumentare la loro produttività, convinti che questa sia l’unica via possibile per partecipare ai profitti del settore. La Wiener è bravissima nel descrivere tutto questo, come pure nei passaggi riguardanti un privato fatto di una serie infinita di cene in ristoranti più o meno a alla moda, di cibi poco appetibili e di poche digressioni (alcune alcoliche e lisergiche) a una vita fatta di lavoro “accaventiquattro”. Belle anche le riflessioni su San Francisco, sul suo essere città legata al mito hippy dei Sessanta e, allo stesso tempo, culla del sogno (incubo?) tecnologico. Un romanzo da leggere, quindi, i cui meriti saggistici superano quelli narrativi. Sì perché la Wiener, pur brava nella ricerca della parola giusta, lascia che la propria scrittura sia infettata dallo scarso trasporto che lei stessa nutre verso il mondo ipertecnologico, usando una prosa che predilige il monologo interiore al dialogo. Una prosa spesso infarcita di dettagli ambientali che la rendono prolissa. Data l’esilità della trama – che è tutta nel trasferimento da NYC a San Francisco e nei pochi cambi di azienda, che non comunicano mai il senso della grande avventura ma, piuttosto, delle transizioni da un business all’altro – affiora qua e là un po’ di noia, di stanchezza, di ripetitività. A me è piaciuto e, ripeto, ne consiglio la lettura, soprattutto a chi voglia approfondire l’argomento: “luci e ombre del moderno capitalismo post-industriale visto da una prospettiva non militante”. Chi invece nelle letture cerca la passione, il trasporto, l’intreccio dei sentimenti, il ritmo serrato (o magari l’adesione politica), non gradirà questo memoir. Tuttavia, farebbe ugualmente bene a leggerlo. Un po’ deludente il finale, scontato e tirato via. Una piccola nota: dopo l’epilogo ci sono due pagine di credits dell’autrice, a testimonianza di quanto lavoro d’équipe ci sia stato dietro a questo libro.

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