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Chiedi alla polvere
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Fante, John

Chiedi alla polvere

Torino : Einaudi, c2004

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Cattura fino dall’incipit, questo straordinario romanzo di John Fante del 1939, il terzo del ciclo di Arturo Bandini, ma il secondo a essere pubblicato (La strada per Los Angeles fu rifiutato da tutti gli editori e fu pubblicato solo nel 1985). L’ironia amara delle prime righe e l’eccezionale descrizione emotiva della passeggiata lungo la Olive Street (in cui “le orrende casupole di legno trasudavano storie di omicidio”) fino al tuttora esistente Biltmore Hotel (con le file dei taxi in attesa dei ricchi clienti e le donne, bellissime ed eleganti, che escono dalla porta d’ingresso) mettono subito in chiaro al lettore che quello che sta per leggere è un romanzo che non dimenticherà. È vero, il testo è crudo (comunque molto meno di Aspetta primavera, Bandini e di La strada per Los Angeles, incredibilmente audaci per i tempi in cui furono scritti). È politicamente scorretto. È dedicato a quelle zone di Los Angeles povere, piene di insetti e polverose che erano Bunker Hill e i suoi dintorni, non certo a quelle ricche di Hollywood e Bel Air. Ed è altresì vero che il suo protagonista, Arturo Bandini (ma anche Camilla, Vera, Sammy, Hellfrick e molti altri personaggi) si comportano in un modo spesso detestabile. Tuttavia, proprio in questo risiede la forza del romanzo, nel riuscire a far appassionare il lettore alle vicende di uomini e donne traboccanti umanità. Arturo, in particolare, è carne e sangue: è pieno di difetti (è maleducato, razzista e spendaccione; è un cattolico imbottito di condizionamenti religiosi e, a tratti, si comporta come un misogino) ma anche di pregi (è generoso, romantico e, a modo suo, è capace di amare con gentilezza). Ma, soprattutto, l’incarnazione di Arturo proposta da questo romanzo (diversa da quelle precedenti) crede nella sua arte e spende la sua intera esistenza nell’inseguimento di un sogno: diventare uno scrittore di successo. Per raggiungere questo obiettivo si trasferisce dal Colorado, dove vive con la famiglia di origine italiana, a Los Angeles. Lo fa perché va cercando l’ispirazione o meglio, perché vuole vivere una vita che sia talmente ricca di esperienze e fatti e personaggi interessanti da poterla trasferire su carta e trasformarla in un grande romanzo. Per questo Arturo non è un uomo d’azione e appare spesso passivo: perché osserva, direi registra, ogni vicenda, con l’occhio di chi sa che poi elaborerà quella vicenda, fino a trasformarla in materia narrativa. Ogni pagina di questo libro (ancora oggi attualissimo, sia per i temi trattati sia per lo stile narrativo) è stupenda, e il romanzo è pieno zeppo di momenti memorabili: il bagno nelle acque dell’oceano (le cui onde sembrano in grado di bagnare persino il lettore, tanto le descrizioni di Fante sono potenti); l’immagine vivida di Camilla che esce dall’acqua; la scena dell’amore con Vera o, sempre con Vera, il momento in cui lei mostra ad Arturo le sue cicatrici; il terremoto vissuto a Long Beach (in cui il cattolico Arturo arriva a giudicare l’evento sismico una punizione di Dio per il suo peccato); le scene del fumo della marijuana con Camilla. Ma ci sono tantissimi altri momenti da ricordare, oltre a questi. La storia di amore e odio con Camilla è una delle più originali che mi sia mai capitato di leggere, così come originali sono i dialoghi di Arturo con la stessa Camilla. Fante sa dosare crudezza e poesia con una abilità che è solo dei grandi e in questo romanzo, per la prima volta, la trama è davvero coerente e potente (Aspetta la primavera, Bandini scritto in terza persona, è più una raccolta di straordinari racconti sull’adolescenza di Arturo, vissuta nella miseria più nera, oltre che un grande omaggio alla professione del padre, mentre La strada per Los Angeles è un formidabile esercizio narrazione a briglia sciolta). Non voglio aggiungere altri commenti che non siano un invito esplicito a leggere e rileggere questo romanzo (e anche gli altri del ciclo). Una doverosa avvertenza: leggete il prologo, scritto da John Fante, solo dopo aver letto il libro. Si tratta, infatti, di un racconto autonomo, che ha il pregio di spiegare l’origine del titolo, ma che ha il notevole difetto di riassumere il contenuto del romanzo e di anticiparne il finale. Concludendo: chiedete alla polvere della strada se questo romanzo è un capolavoro e lei vi risponderà che sì, lo è, senza ombra di dubbio.

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