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L'orologiaio di Everton
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Simenon, Georges

L'orologiaio di Everton

Milano : Adelphi, c2005

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Maria Darida
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«Del resto, non si trattava di controllo, Ben lo sapeva. Se a volte suo padre faceva in modo di vederlo, non era certo per sindacare il suo comportamento, ma solo per il piacere di un contatto, sia pure a distanza.»

C’è una strana quiete in quel di Everton, una cittadina scandita dal ritmo della quotidianità, di una vita fatta di bicchieri di latte bevuti a casa di donne che si occupano della prole e mariti che si dilettano tra i locali e i boccali di vino e birra. Una quiete che nasconde una strana forma di tenerezza che, a sua volta, è emblema e simbolo di “una quiete prima della tempesta”, di una quiete che si mixa a dolcezza. Sembra quasi un paradosso nel paradosso. Ben è solo un bambino di pochi mesi, profuma di latte e pane appena sfornato. Il padre, Dave Galloway, si ritrova solo con lui. La moglie se ne è andata. Non una riga, non una parola. Tanti piccoli fogli accartocciati e strappati con tanti piccoli grandi tentativi di scrivere di un messaggio forse d’addio, forse di commiato, forse di derisione. Una donna dal profumo e dalle scarpe volgari, scelta appositamente per questo. Una piccola sfida per Dave ma anche il suo personalissimo atto di ribellione contro il sistema. Che fare adesso? Per Dave conta solo la felicità del figlio e a questo si dedica interamente. Senza nulla mai mettere innanzi a lui. Ben prima di tutto. Come stai Ben? Sei felice Ben? “Sì, Dad”, rispondeva solennemente questi. Un bravo ragazzo, un giovane uomo cresciuto con un padre forse troppo silenzioso ma pur sempre un padre. Un bravo ragazzo che anche a scuola sapeva cavarsela. Sono passati quindici anni e Dave è adesso spiazzato. È un sabato sera. A differenza del precedente in cui era raffreddato e non era uscito, sta tornando da casa di Musak. C’è silenzio, troppo silenzio. Ben presto si accorge che manca anche il suo furgone, quello di seconda mano acquistato appositamente per i piccoli spostamenti del suo lavoro di orologiaio. Ben già sapeva guidarlo seppur non disponesse ancora di una vera e propria patente di guida. Eppure è Ben ad averlo preso, pare, da quel che viene ad apprendere da una famiglia vicina, per una fuga d’amore. E se non si fosse trattata solo di una fuga d’amore? Se quel figlio cresciuto affinché fosse felice si rivelasse un assassino? Un giovane uomo capace di togliere la vita ad altri e senza nemmeno pentirsene? Chi è davvero Ben? Quali e quante risposte dare a quei giornalisti che cercano lo scoop e che interrogano il padre con domande alle quali egli stesso fatica a rispondere perché forse conscio del fatto che quel figlio non lo conosce davvero?

«Ma Dave ascoltava? Gli pareva che le parole non fossero più parole, ma immagini che gli passavano davanti agli occhi come una pellicola a colori. Non avrebbe saputo ripetere una sola frase, eppure aveva l’impressione di aver seguito i movimenti di ciascuno dei personaggi citati.»

Ancora una volta Simenon propone ai suoi lettori un’indagine psicologica forte, profonda, mai lasciata al caso. Un’indagine accompagnata da un ritmo narrativo ben cadenzato, mai troppo rapido, mai troppo lento. Anzi. Siamo davanti a un libro in cui personaggi ordinari vengono strappati a una vita che credono essere la loro per essere condotti sull’orlo del baratro, un baratro che non consente ammissioni, scuse, scusanti, eccezioni. Si tratta di un rapporto causa-effetto. Il figlio ha commesso un reato di cui non sembra essersi pentito, anzi, sembra andarne fiero. Il padre, dal suo canto, non abbandona quel figlio che è appunto carne della sua carne. Prima cerca di analizzare e comprendere, è destabilizzato, risponde ai giornalisti e alla polizia quasi come se fosse in uno stato di nebbia e confusione, dopo cerca di seguirne le orme, il figlio è pur sempre inseguito dalle forze dell’ordine di sei Stati e dall’FBI, inoltre, scopre anche rifiutarsi di volerlo vedere. All’inizio cerca anche di giustificarne il perché poi prende consapevolezza del dato e del fatto.
Ed è qui che il confine psicologico è ancor più approfondito. Simenon ci fa dubitare di chi conosciamo, insinua in noi il dubbio di non conoscere davvero chi abbiamo accanto, anche nel caso di nostro figlio. Ci fa riflettere sul come e quanto talvolta pensiamo di comprendere e capire una persona per poi ritrovarci davanti a un’altra verità. A ciò si aggiunge la non spiegazione: il gesto di Ben non è mai spiegato, il padre a sua volta non si pone domande, non cerca risposte se non nell’affermazione di un atto di ribellione che accomuna nonno, padre e figlio in una dicotomia fatta di vivere o sopravvivere, in una realtà in cui quell’unico atto di rivolta, di uscire dagli schemi può essere “letale”. Come nel caso del nonno che sempre pagherà per quell’unica scappatella, o del padre che ha tentato la sua ribellione scommettendo su una donna che chiaramente non era adatta a lui. Ma non vi è ricerca di movente, non vi è ricostruzione dei perché. Non vi sono risposte. Forse perché in una condizione di completa apatia, non dialogo, l’unica soluzione è l’auto-annientamento. Per quanto incomprensibile o indescrivibile.
“L’orologiaio di Everton” ci presenta un Simenon che ci mostra la difficoltà del vivere, la ricerca di una redenzione nel sordido, l’incapacità di scegliere, la difficoltà dell’esistere. È un Simenon che narra dell’amore di un padre per un figlio, del suo dolore per la consapevolezza di non conoscere quella prole che voleva solo sapere felice e per la quale ha fatto tutto il possibile, di una verità e realtà sincera quanto spietata. Questo anche nella conclusione dove a permeare non è più quel senso di tenerezza che può accompagnare nella narrazione per mezzo di questo personaggio che non si giustifica ma che si sente vicino, quanto, invece, la solitudine. Una solutine che se precedentemente aleggia, adesso è completa e totale padrona della scena. Ma nella solitudine può esservi ancora una speranza di contatto, legame, nuovo inizio?

«Lo sguardo dei tre uomini non tradiva forse una stessa vita segreta, o meglio, una vita che aveva dovuto ripiegarsi su se stessa? Sguardo di esseri timidi, quasi rassegnati, mentre l’identica smorfia del labbro indicava una ribellione repressa. Erano tutti e tre della stessa razza, una razza opposta a quella di un Lane o un Musselman, o di sua madre. Gli pareva che in tutto il mondo non ci fossero che due tipi di uomini, quelli che chinano la testa e gli altri.»

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