Marco Ciampolini

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Acquanera - di Valentina D'Urbano

"Acquanera" è il secondo romanzo di Valentina d’Urbano. Viene dato alle stampe dopo l’ottimo esordio de "Il rumore dei tuoi passi" (che può vantare uno degli incipit più belli che mi sia capitato di leggere) e conferma i tanti pregi (e i pochi difetti) della scrittrice e illustratrice romana. Il romanzo è certo una storia di fantasmi, cimiteri e obitori, e ognuna delle sue 360 pagine trasuda inquietudine, cupezza e presenza della morte, ma è anche e soprattutto la storia di quattro generazioni di donne. Clara, Elsa, Onda e Fortuna sono tutte dotate di poteri paranormali, che vanno dalla capacità di vedere i morti e di parlare con loro (posseduta dalla medium Onda), all’abilità di Clara ed Elsa nel preparare unguenti e bevande miracolose, fino alle doti del tutto particolari di Fortuna, di cui non parlo per non spoilerare la trama. Il libro racconta la storia di ognuna di queste donne e si sofferma, in particolare, su quella di Fortuna, facendosi in questo senso romanzo di formazione. Fortuna cresce sperimentando l’odio e l’emarginazione pur non avendo, in apparenza, alcun potere sovrannaturale. Sconta la sua appartenenza a quella famiglia così inconsueta e la sua vita è un inferno, almeno fino a quando non incontra Luce, la figlia del guardiano del cimitero, anche lei odiata da tutti i bravi ragazzi, e le brave ragazze, del paese, per il suo aspetto sgradevole e per il suo odore fastidioso. L’amicizia con Luce (ragazza il cui passato è come un’ombra che grava da sempre su di lei) diventerà sempre più profonda e si trasformerà in qualcosa che nessuna delle due potrà più controllare (evito ogni spoiler). Altro protagonista del romanzo è il lago. Un lago che è pieno di cadaveri (non solo di suicidi). Un lago le cui acque assumono colori che, quando appaiono limpidi e puri come nei sogni di Elsa, simboleggiano la morte, mentre quando appaiono scuri e fangosi, come nell’ambiente che circonda la capanna in cui vive Onda, significano ricerca di un luogo appartato, lontano dal mondo dei vivi. Un romanzo psicologico, quindi; caratterizzato da immagini potenti e da una trama che ha un gran ritmo (tanto che se ne potrebbe facilmente ricavare un film). Peccato per il finale, che è piuttosto discutibile e non all’altezza di ciò che è venuto prima. Un romanzo che sarebbe da leggere assolutamente, quindi, se non risentisse pesantemente di una tendenza della scrittrice che già si era intravista nel brillante esordio letterario: quella di far muovere i protagonisti come se fossero pesci in un acquario, prigionieri di un tempo che passa eppure sembra non passare mai, ingabbiati in un luogo in cui nulla di ciò che esiste al di fuori di esso può entrare (non c’è politica, non c’è cronaca se non quella che riguarda la trama, non c’è musica, non c’è neanche geografia, non c’è nient’altro che il mondo disperato di queste donne) né influenzare minimamente le loro vite. A pensarci bene, anche certe illustrazioni della d’Urbano sembrano avere questa caratteristica, ma con una differenza: sono meno monocromatiche rispetto alla sua scrittura, hanno più sfumature, e dimostrano un’attitudine all’ironia e al sarcasmo che in questi primi due libri non si è vista. Chi vuole leggere questo romanzo deve prepararsi: nessuna delle sue pagine concede tregua. Dolore, disperazione, morte, emarginazione dominano il testo dall’inizio alla fine, senza mai un’apertura o il minimo spiraglio.

Rumore bianco - Don DeLillo

Don Delillo è un grande scrittore. Lo è per la qualità eccelsa dei suoi testi, per la sua capacità di scrivere dialoghi sempre originali, per l'abilità di creare personaggi interessanti. Non a caso è citato quale fonte di ispirazione da molte scrittrici e scrittori assai quotati. I suoi romanzi, tuttavia, hanno spesso trame poco potenti, che non inchiodano il lettore alle pagine e che, in termini di importanza, soccombono di fronte al peso preponderante di situazioni sempre al limite della follia e di dialoghi lunghi e molto ben articolati. “Rumore bianco” non fa eccezione. Parte piuttosto in sordina, con una sezione intitolata “Onde e radiazioni”, un centinaio di pagine in cui ci vengono presentati i principali protagonisti. Sono pagine davvero lente e occorre un atto di fiducia nei confronti dello scrittore per proseguire oltre con la lettura. La scarsa empatia che Delillo, come suo solito, sembra provare nei confronti dei suoi personaggi, che tratta anzi con spietatezza, evidenziandone gli aspetti più sordidi e gretti, non aiuta a entrare in simbiosi con i protagonisti della storia narrata. Con l’inizio della seconda parte, intitolata “L’evento tossico aereo”, arriva un primo cambio di ritmo e si cominciano a delineare gli intenti, che l’ultima parte del romanzo, “Dylarama”, sviluppa ampiamente. Di cosa parla questo libro? Contrariamente a ciò che lascia intendere il titolo, il tema centrale non è l’invadenza della tecnologia nel mondo moderno, che pure esiste. Il tema centrale sono le vite di tutti noi. Vite minacciate dall’inquinamento (nube tossica), dalle onde elettromagnetiche che agiscono sulle cellule del corpo umano, dalla delinquenza (che rende necessario il possesso di armi per autodifesa). In un ambiente sempre più ostile, gli uomini conducono le loro giornate secondo il ciclo produzione (lavoro) - consumo (il culto del supermercato) - famiglia. Ma le famiglie sono sempre più frammentate (Jack, il protagonista, è al quarto matrimonio e vive con la moglie Babette e molti figli nati dalle precedenti relazioni). In questo contesto minaccioso, la paura dilaga. Paura della morte, soprattutto. Una paura che neppure la fede in una delle tante religioni possibili può alleviare. Quando una nuova medicina sperimentale (il Dylar appunto), una droga capace di annullare la paura della morte, irrompe sulla scena, niente sarà più lo stesso, fino all’imprevedibile, e poco credibile, finale, in cui tutto si ricompone. Un piccolo messaggio di speranza? Un romanzo da leggere quindi, ma con attenzione, perché neanche i dialoghi accelerano il ritmo (quello tra Jack e Murray sulla morte e sull’aldilà occupa più di dieci pagine). Meno folle di “Cosmopolis”, meno rarefatto di “Body art”, meno creativo di “Great Jones Street” ma più a fuoco di questi e dell’ultimo, brevissimo, “Il silenzio”, il romanzo piacerà a tutti i lettori che amano la ricerca estrema della parola giusta e l’originalità dei testi.

Works - Vitaliano Trevisan

Che cos’è esattamente Works di Vitaliano Trevisan? Un memoir, certo, ma anche un ritratto a tinte fosche del tanto celebrato nord-est del miracolo economico, un punto di vista critico su quel che resta della società industriale vista dal suo interno.
Mai come in questo caso è opportuno scomodare la celebre frase di Whitman: “Chi tocca questo libro tocca un uomo”. Ed è infatti l’uomo Vitaliano Trevisan che si mette a nudo in questo lavoro lungo seicentocinquanta pagine, scritto in cinque anni e infarcito di note che, di fatto, sono ulteriori estensioni del testo (cosa che fa venire in mente Infinite Jest di Foster Wallace, ma le similitudini tra i due romanzi si fermano qui). Il racconto inizia nel 1976 – quando l’autore aveva sedici anni – e termina nel 2002.
La motivazione che spinge Trevisan a compiere il percorso narrato - fatto di colloqui di lavoro, assunzioni, dimissioni, crisi aziendali, cassa integrazione e mobilità - sarà sempre la stessa: “non ci sono i soldi”. Solo col tempo l’autore comincia a selezionare, tra le opzioni lavorative che gli si presentano di volta in volta, quelle che gli consentono di mantenere la testa sgombra a sufficienza da permettergli di scrivere. Salvo poi scoprire, di fatto, che il mestiere dello scrittore mal si concilia sia con il contemporaneo svolgimento di attività manuali – che liberano la testa ma torturano il corpo – sia con le professioni dell’intelletto – che hanno l’effetto esattamente opposto.
Operaio in una fabbrica di gabbie per uccelli, magazziniere in una ditta trasporti, muratore, cameriere, geometra in vari studi professionali, venditore di arredi, impiegato in aziende che producono arredi per negozi o mobili per cucine, gelataio in Germania, lattoniere e altro ancora: ognuno di questi lavori è un’esperienza dolorosa, di cui l’autore nulla ci risparmia. Trevisan traccia ritratti impietosi degli imprenditori veneti, si sofferma a lungo sulle tristi meccaniche che determinano invidie, rivalità e ripicche tra colleghi d’ufficio e affronta senza pregiudizi ideologici le dinamiche del lavoro in produzione, premurandosi di descriverne anche gli aspetti più tecnici. Ogni nuovo mestiere è vissuto dallo scrittore come un passaggio necessario da compiere, non solo per garantirsi il pane, ma soprattutto per raggiungere il suo obiettivo ultimo: la scrittura.
Neppure i dettagli più oscuri del percorso dell’autore ci vengono taciuti: lo spaccio della droga per integrare paghe da fame, i tradimenti degli amici, i rapporti difficili con la madre e la sorella, i giudizi trancianti degli altri, il senso costante del fallimento, il matrimonio che va a rotoli. Non mancano brevi passaggi su certi temi caldi degli anni Settanta (terrorismo, rivoluzione mancata, riflusso), e sull’evoluzione delle politiche neo-liberiste italiane ed europee di fine anni Novanta, che aprirono la porta all’istituzionalizzazione del precariato. Trevisan si ostina a chiamare “padroni” gli imprenditori, ma litiga con Toni Servillo che – occupandosi della messa in scena di un suo testo – vorrebbe che gli operai indossassero la tuta blu “alla Cipputi per così dire (…) dimostrando di avere la classica immagine dell’operaio che sembra essersi fossilizzata in tutte le teste borghesi e piccolo-borghesi”.
Un libro da leggere dunque, nonostante la stanchezza che alla fine prende il lettore, alle prese con un’opera lunghissima e stilisticamente imperniata su una prosa che ingloba il dialogo nel flusso della scrittura. La difficoltà di provare empatia per quest’uomo emotivamente denudato, quest’uomo portato per carattere a essere contro - contro i padroni, contro i colleghi, contro i familiari, contro la burocrazia, contro i partiti e, spesso, contro se stesso e le proprie scelte - penalizza il romanzo. Conquistano invece la grande capacità tecnica di Trevisan - che scrive davvero bene ed è capace di assicurare alla narrazione un ritmo costante, certo con pochi sussulti ma scorrevole - e la profondità dell’analisi che, per ampiezza e dettaglio, ha pochi paragoni in Italia, almeno nel campo letteratura industriale.
Queste le parole con cui lo scrittore conclude il romanzo: “Tutto ciò che potrebbe incriminarmi è frutto d’invenzione”.

La valle oscura - Anna Wiener

“La valle oscura” di Anna Wiener è – come il sottotitolo lascia intendere – un memoir: un romanzo autobiografico che racconta circa cinque anni di vita della scrittrice, ripercorrendo le scelte professionali e umane che ne hanno determinato il trasferimento da New York a San Francisco, e il passaggio dal mondo dell’editoria più tradizionale a quello high-tech delle startup e dei venture capitalist ( e della crescita apparentemente inarrestabile del profitto, dei principi della massima produttività e della dilatazione infinita dell’orario di lavoro, del nomadismo tecnologico pre-pandemia e delle insulse chat aziendali). Una riflessione, insomma, sul capitalismo tecnologico post-industriale, che non a caso si apre con la quotazione in Borsa del “social che tutti dicevano di odiare ma a cui nessuno riusciva a smettere di loggarsi” (Facebook) avvenuta nel 2012, e termina poco dopo le elezioni presidenziali vinte da Trump nel 2016; due momenti fondamentali della storia economica recente degli USA. Dall’apoteosi dell’era di Internet, e soprattutto dei social, alla temuta – dalle startup - rivincita del capitalismo tradizionale che, a conti fatti, non c’è stata.
La protagonista ama il settore dell’editoria, è disposta ad accettare gavetta e stage non pagati pur di farne parte, sia pure in ruoli non di primo piano come correttrice di bozze o lettrice di manoscritti. Tuttavia, deve arrendersi all’evidenza: “le difficoltà di conciliare uno stipendio netto da millesettecento dollari al mese con lo stile di vita mondano, festaiolo, agiato a cui l’industria editoriale spingeva” non sono più sostenibili per lei. Era certamente “bello ricevere gratis le ultime uscite”, ma sarebbe stato “più bello permettersi di comprarle”. Così, spinta dal desiderio di essere indipendente, di guadagnare, di trovare il suo posto nel mondo, si avvicina all’universo delle startup. Il suo primo contatto (fallimentare), con questa realtà, avviene a New York con una azienda del settore dell’editoria digitale. Seguirà il trasferimento a San Francisco, città in cui lavorerà prima in una startup di analisi dati (e qui il testo contiene preziose riflessioni sui big data e sul loro uso/abuso) e successivamente in un’altra startup che fornisce un cloud per l’archiviazione di dati (azienda identificabile nella GitHub, quella del gattopolpo). Il romanzo diventa a questo punto una vera miniera di informazioni sull’organizzazione del lavoro in queste società e sulla falsità del mito che le vuole veri e propri eden per i dipendenti, luoghi quasi ludici. La Wiener descrive un mondo fatto di tanti tecnici e di pochi umanisti, tutti ugualmente devoti alla causa dell’azienda, una moltitudine di individui non sindacalizzati che si identificano con l’azienda stessa, che indossano magliette e felpe col logo della startup anche nel tempo libero, che vogliono ottimizzare il proprio corpo - anche ricorrendo a discutibili pratiche di biohacking - per aumentare la loro produttività, convinti che questa sia l’unica via possibile per partecipare ai profitti del settore. La Wiener è bravissima nel descrivere tutto questo, come pure nei passaggi riguardanti un privato fatto di una serie infinita di cene in ristoranti più o meno a alla moda, di cibi poco appetibili e di poche digressioni (alcune alcoliche e lisergiche) a una vita fatta di lavoro “accaventiquattro”. Belle anche le riflessioni su San Francisco, sul suo essere città legata al mito hippy dei Sessanta e, allo stesso tempo, culla del sogno (incubo?) tecnologico. Un romanzo da leggere, quindi, i cui meriti saggistici superano quelli narrativi. Sì perché la Wiener, pur brava nella ricerca della parola giusta, lascia che la propria scrittura sia infettata dallo scarso trasporto che lei stessa nutre verso il mondo ipertecnologico, usando una prosa che predilige il monologo interiore al dialogo. Una prosa spesso infarcita di dettagli ambientali che la rendono prolissa. Data l’esilità della trama – che è tutta nel trasferimento da NYC a San Francisco e nei pochi cambi di azienda, che non comunicano mai il senso della grande avventura ma, piuttosto, delle transizioni da un business all’altro – affiora qua e là un po’ di noia, di stanchezza, di ripetitività. A me è piaciuto e, ripeto, ne consiglio la lettura, soprattutto a chi voglia approfondire l’argomento: “luci e ombre del moderno capitalismo post-industriale visto da una prospettiva non militante”. Chi invece nelle letture cerca la passione, il trasporto, l’intreccio dei sentimenti, il ritmo serrato (o magari l’adesione politica), non gradirà questo memoir. Tuttavia, farebbe ugualmente bene a leggerlo. Un po’ deludente il finale, scontato e tirato via. Una piccola nota: dopo l’epilogo ci sono due pagine di credits dell’autrice, a testimonianza di quanto lavoro d’équipe ci sia stato dietro a questo libro.

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