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Un cuore nero inchiostro - Robert Galbraith [i.e. J. K. Rowling]

14 settembre 2011. Josh Blay ed Edie Ledwell non sono ancora consapevoli del successo della loro idea. Tutto è nato in un cimitero, dalla passione per il disegno e l’arte, dal legame amoroso e sentimentale. “Un cuore nero inchiostro” è approdato su YouTube e nessuno si sarebbe mai aspettato cotanto riscontro mediatico, nemmeno, appunto, i creatori. I fan si moltiplicano, nasce anche un gioco ispirato alla saga chiamato “Il gioco di Drek”. Il fandom è entusiasta ma al tempo stesso non perdona. Non perdona l’approdo a YouTube, non perdona Edie. Se Josh è visto come un idolo nonostante la vera mente e motore tra i due sia la donna, è Edie ad essere dipinta come un mostro ingordo di fama e denaro. Da qui partono i soprannomi quali IngordEdie, Edie Contaballe, Edie Mangiatutto e chi più ne ha, più ne metta. Anomia, uno dei moderatori nonché co-fondatore insieme a Morehouse del gioco, non ammette errori. Non le concede possibilità di perdono. È mosso da un astio incontrollabile, sa tutto, ogni mossa e segreto del passato e presente della donna. Anomia che non rimanda tanto ad anonimo quanto a mancanza di normali standard sociali ed etici. Ogni occasione è buona per darle contro e scagliarsi contro di lei. Quattro anni. Quattro lunghi anni di continui attacchi a Edie.
Anno 2015. Cormoran Strike e Robin sono al Ritz. La serata ha preso una piega completamente inaspettata, una piega che potrebbe incidere sul futuro del duo. I casi però sono tanti e questo permette ad entrambi di “far finta di niente” e rimandare il discorso a data da destinarsi. Quando Edie Ledwell bussa alla porta dell’agenzia è una donna esausta, provata dagli anni di oppressione di Anomia, desiderosa di fermarlo e di conoscere la verità. Ha tentato il suicidio, è vero, ma adesso vuole provare a riprendersi la sua vita e a toglierla dalle mani del fandom. L’agenzia non può però aiutarla, non sono esperti di crimini informatici e scoprire chi è Anomia è quasi impossibile per chi non è del settore. Questa, almeno, la risposta di Robin che vede sul collo della donna dei lividi. Tuttavia, qualcosa cambia nel corso della vicenda perché poco dopo l’incontro con Robin la coppia viene ferita. Un grave doppio accoltellamento avvenuto nel cimitero di Highgate che ferisce a morte Edie Ledwell, di anni 30, e Josh Blay, di anni 25, sopravvissuto ma con gravi lesioni e paralisi conseguenti. Ma chi potrebbe essersi macchiato di questo reato? Sembra che le vittime siano state colpite da un taser e poi accoltellate alle spalle. Adesso non si tratta più di un crimine informatico e nonostante le indagini siano svolte dalle autorità vengono investiti del caso anche Cormoran, Robin e tutta la loro squadra al fine di scoprire chi sia Anomia e, se possibile, far anche giustizia. I sospetti di Scotland Yard, ad ogni modo, vertono tutti su un’organizzazione di estrema destra con finalità terroristiche e ideologie razziali.

«Era in momenti come quello che a Robin riusciva difficile rimanere arrabbiata con Cormoran Strike, per quanto irritante lui potesse essere in genere.»

Robert Galbtraith, alias J.K. Rowling, dona ai suoi lettori un romanzo stratificato, complesso, arguto. Un libro caratterizzato da molteplici tasselli che prendono forma e campo. Nulla è dato per scontato e nulla è come appare. Pagina dopo pagina il lettore viene travolto in un caso sempre più arzigogolato che porta, nel vero senso della parola, ad aprire un vaso di Pandora.
Al tutto si somma una prosa pulita, limpida, accattivante, mai prolissa. E non deve spaventare nemmeno la mole, il romanzo è godibilissimo e rappresenta un perfetto giallo all’inglese, con i giusti tempi e il ritmo mai troppo lento, mai troppo veloce. Qualche novità sul fronte sentimentale ma non quelle che molti lettori auspicherebbero, anzi. Vi è una maggiore presa di consapevolezza ma a far la differenza è il giallo. Un giallo che muove nell’attualità facendo riflettere sulla forza dei social e il loro impatto nel mondo circostante, sulla forza della parola del singolo se comunicata con i giusti mezzi sulla massa, l’effetto boomerang di quel che diventa virale, l’ossessione, la persecuzione anche mediatica, la vendetta e poi vi è il crimine, il crimine che esce dallo schermo e diventa concreto e reale. Il sangue che macchia il gioco che non è più solo questo. Ed ancora vi è la riflessione dettata da tutto quel che consegue anche il celarsi dietro uno schermo, l’accettarsi, il vivere con le proprie ossessioni, paure, deficienze. Il crearsi uno specchio, una maschera, in cui essere quel che non si è. Indossare i panni di quel che vorremmo essere, di un mito che non siamo ma che è esente da tutte le nostre paure e i nostri limiti fisici e psichici. Queste e molte altre sono le riflessioni che vengono suscitate da queste pagine.
Infine, ma non per importanza, la struttura del testo: dal prologo sino alla conclusione, anche l’impaginazione è espressione di attualità e riporta anche circostanze e dati che molti di noi hanno vissuto nella dimensione del web con maggiori o minori interazioni social e non. Questo rende ancora più corposo e veritiero il componimento.
L’attenzione non cala, la curiosità è tanta, il desiderio di conoscere chi è Anomia e chi ha ucciso Edie, ferito Josh, attuato il meccanismo complesso che si cela dietro i delitti, è insaziabile e il lettore, come in un perfetto rompicapo, si cala nei panni di Cormoran e Strike e prova a individuare egli stesso il colpevole. Perché i reati che si delineano sono su più piani ma sono veramente tante le dimensioni e i multilivelli di analisi che vengono descritti.
In conclusione, un altro godibilissimo capitolo delle avventure di due personaggi che si fanno sempre più apprezzare e che leggere è sempre un’attesa che poi viene ripagata. Uno di quei libri che il conoscitore si gode battuta dopo battuta e che desidererebbe non finissero mai. A quando il prossimo J. K. Rowling/Galbtraith?

«Robin ebbe l’impressione che fosse così assorto nei suoi pensieri da non rendersi nemmeno conto di quello che stavano facendo.»

Giura - Stefano Benni

«Giura che non mi dimenticherai. Giura su ogni scrigno di noce, e su ogni chicco di uva e grillo nascosto e stella del firmamento. Giura per il fiato che manca quando ci tuffiamo nella paglia, giù per dieci metri dal granaio, e dopo tanti voli siamo un po’ pesti ma felici.»

Protagonista di questo nuovo romanzo a firma Stefano Benni è Febo, adolescente di appena tredici anni che vive in un borgo sull’Appennino insieme ai nonni. All’ombra dei Castagni Gemelli tante leggende si susseguono, alcune paurosissime, altre di grande umanità e intensità. Tanti sono i personaggi che si susseguono che vanno da Slim e i sette fratelli di Carta a Zanza passando per Bue e il padre Chicco, ma tra tutti è lei ad essere la vera co-protagonista: Luna. Luna che vive con ‘Ca Strega, Luna che è selvaggia, Luna che è muta o forse muta non è ma dalla sua bocca non proferiscono mai parole, Luna che in uno di quei tanti lanci sulla paglia cade male e si ferisce alla schiena restando costretta su una sedia a rotelle. E anche se a poco a poco sente nuovamente i suoi piedi e anche se a poco a poco quella sensibilità arriva, non ne fa parola con l’amico di sempre. Poi, il mutamento, il rinnovamento, poi una profezia in un pomeriggio dei tanti su una mano di ferro. I destini che si separano, le strade che si allontanano per incroci e sentieri diversamente percorsi.

Luna si risveglia in un istituto di suore in cui potrà recuperare la voce grazie al dottor Mangiafuoco, Febo si ritrova in città dove porta avanti i suoi studi.
Passano gli anni, si susseguono gli avvenimenti. I due eroi sono separati eppure legati da un filo invisibile che li riporterà a ritrovarsi e riperdersi in un continuo di incontri preceduti da una separazione obbligata che mai risparmia, nemmeno quando, quell’unica volta, pensano di poter invece davvero restare insieme.

«Anche perché mi piaceva andare al fiume a pescare. E non è vero che è una cosa diversa, perché un amo in bocca fa male, e non è vero che i pesci non soffrono perché sono muti, come mi facevi capire tu Luna, quando ti mostravo le mie prede.»

Si ritrovano adulti, si rincontrano. Lei in quel del gelo nordico, lui in quel del caldo tropicale. Ancora una volta agli antipodi. Lui che ha fatto della passione per l’ecologia il suo lavoro e che adesso è padre, lei che ha fatto della sua assenza di voce la voce di altri dedicando la sua esistenza all’aiuto del prossimo, all’insegnare la lingua dei segni a chi non ha altri strumenti. Si ritroveranno per quell’ultima separazione che incombe e che non risparmia.

«Ma non scriverò più. Sognerò, piuttosto. Sogno e ti vedo mentre con aria di sfida mi dici “vedi, vado a testa alta, più in alto di tutti”. E il ramo cede e caschi dal fico. E io ragazza muta vengo a chiederti con i segni: ti sei fatto male? Poi ti aiuto a rialzarti, e ce ne andiamo. Dove? In quale pianeta? In nessun altro pianeta. Qui. È qui che siamo stati un po’ felici.»

Con “Giura” il lettore è partecipe di un romanzo in cui tutte le caratteristiche e tematiche tipiche dell’autore non vengono a mancare. Se già conoscete e amate la sua penna vi sentirete a casa. Non mancheranno luoghi e situazioni surreali avvalorati da quel giusto tocco di ironia e malinconicità, di brio e di nostalgia, di profezia e di fato, di destino e di vita. Il tutto in un caleidoscopio di personaggi che colorano le pagine con le loro variopinte sfumature e peculiarità. Il tutto in un mix di circostanze che, tra un tono leggero e l’altro, affrontano anche problematiche attuali e vicine a ogni uomo. Se al contrario non amate lo stile narrativo dello scrittore e non siete avvezzi a scritti caratterizzati da irreale e oniricità sarà un po’ più faticoso entrare nelle pagine, diventarne davvero partecipi, farle proprie.
Immaginario, visionario, fondato su quel filamento invisibile che unisce anime talvolta parallele.

«I due giganti erano felici di essere morti insieme. Ma anche se noi eravamo insieme e abbracciati, lo sapevamo. Ci avevano diviso, ancora una volta.»

L'osso del cuore - Valentina Santini

«Perché sei entrata nell’osso del cuore e non mi riesce levarti più.
Il cuore non ce l’ha l’osso.
Il mio sì.»

Il suo nome è Asma e cerca la sua mamma. Sa che da un giorno all’altro arriverà anche lei, che la riconoscerà subito perché forse è così che si riconoscono le persone. Dalle menomazioni, dalle mancanze. E lei con la sua mano vizza e menomata lo sa molto bene. Crede anche di riconoscerla quando quel giorno la vede arrivare. È lei, non può che essere lei. Non deve che essere lei. È come lei. Uguale in tutto, anche nelle ferite fisiche oltre che nell’anima. È condotta da lui, Esodo. Colui che per molti altri non è che un galoppino, un servo della dittatura. Eppure Esodo, quando vede la bambina che Asma è, sa che deve salvarla. La scuote, le scatena dentro quel tornare a voler vivere che ancora esiste in lui, a differenza e disappunto di tutto quel che poteva pensare o sperare.
È il 1976 e siamo dentro Casa Libertà, una comune, dove tutto è ammesso e dove si svolgono e celebrano atti di dubbia moralità e ancor meno legalità. Perché tutto è ammesso dal bene superiore, anche la punizione per il misfatto compiuto. Non ci sono limiti a quelle che sono le punizioni, i peccati da estirpare per le proprie colpe. Asma non è mai uscita da Casa Libertà, è una bambina all’inizio del romanzo. Quando incontra Laura crede davvero di aver trovato una madre per lei, mai però avrebbe pensato di incontrare anche lui. La realtà dei fatti è così diversa da quel che pensiamo, in questa Italia del 1976 in cui tutto è schiavo di una dittatura, un regime militare che si è imposto sul paese. E ancora, c’è l’arte. Una arte che emerge nella seconda parte dello scritto quando tra passato e presente la storia si ricompone, i tasselli del puzzle iniziano a combaciare, i volti a esistere in modo più concreto e uniforme.

«Ero capovolto. Il fare di Asma mi rifletteva come il pelo dell’acqua, mentre a me non era mai riuscito vedermi per bene nemmeno allo specchio. Questa consapevolezza divenne lampante: Asma era una cosa mia. Una bimba, il fine di tutto. Da diventarci matti.»

Romanzo d’esordio di Valentina Santini è “L’osso del cuore”, scritto edito dalla casa editrice E/O che fa il suo ingresso in libreria in questo trascorso mese di giugno. E quello di Valentina è un esordio davvero degno di nota. Uno scritto forte, emotivo, empatico e che non poteva che essere narrato così. Nulla risparmia Valentina ai suoi personaggi, né nella prima parte, né nella seconda. Solo e soltanto con questo stile e con questa vividezza l’opera avrebbe potuto rendere la sua componente emotiva, solo così essa sarebbe potuta davvero arrivare a quel lettore che, battuta dopo battuta, è trattenuto e rapito dalla storia ma anche colpito e segnato da questa. Uno scritto veramente bello, uno di quei libri che leggi per curiosità, perché intrigato dalla trama e che invece rappresentano un gioiello da non perdere. Che resta, che segna, che marchia il cuore, che coinvolge e fa riflettere. Una grande e potente storia d’amore e non solo.

«Pagine piene di scrittura per capire che la versione alternativa non esiste. I fatti sono conseguenze di azioni, di scelte. Avevo deciso. Stabilito eventi dall’inizio, senza saperlo»

L'orologiaio di Everton - Georges Simenon

«Del resto, non si trattava di controllo, Ben lo sapeva. Se a volte suo padre faceva in modo di vederlo, non era certo per sindacare il suo comportamento, ma solo per il piacere di un contatto, sia pure a distanza.»

C’è una strana quiete in quel di Everton, una cittadina scandita dal ritmo della quotidianità, di una vita fatta di bicchieri di latte bevuti a casa di donne che si occupano della prole e mariti che si dilettano tra i locali e i boccali di vino e birra. Una quiete che nasconde una strana forma di tenerezza che, a sua volta, è emblema e simbolo di “una quiete prima della tempesta”, di una quiete che si mixa a dolcezza. Sembra quasi un paradosso nel paradosso. Ben è solo un bambino di pochi mesi, profuma di latte e pane appena sfornato. Il padre, Dave Galloway, si ritrova solo con lui. La moglie se ne è andata. Non una riga, non una parola. Tanti piccoli fogli accartocciati e strappati con tanti piccoli grandi tentativi di scrivere di un messaggio forse d’addio, forse di commiato, forse di derisione. Una donna dal profumo e dalle scarpe volgari, scelta appositamente per questo. Una piccola sfida per Dave ma anche il suo personalissimo atto di ribellione contro il sistema. Che fare adesso? Per Dave conta solo la felicità del figlio e a questo si dedica interamente. Senza nulla mai mettere innanzi a lui. Ben prima di tutto. Come stai Ben? Sei felice Ben? “Sì, Dad”, rispondeva solennemente questi. Un bravo ragazzo, un giovane uomo cresciuto con un padre forse troppo silenzioso ma pur sempre un padre. Un bravo ragazzo che anche a scuola sapeva cavarsela. Sono passati quindici anni e Dave è adesso spiazzato. È un sabato sera. A differenza del precedente in cui era raffreddato e non era uscito, sta tornando da casa di Musak. C’è silenzio, troppo silenzio. Ben presto si accorge che manca anche il suo furgone, quello di seconda mano acquistato appositamente per i piccoli spostamenti del suo lavoro di orologiaio. Ben già sapeva guidarlo seppur non disponesse ancora di una vera e propria patente di guida. Eppure è Ben ad averlo preso, pare, da quel che viene ad apprendere da una famiglia vicina, per una fuga d’amore. E se non si fosse trattata solo di una fuga d’amore? Se quel figlio cresciuto affinché fosse felice si rivelasse un assassino? Un giovane uomo capace di togliere la vita ad altri e senza nemmeno pentirsene? Chi è davvero Ben? Quali e quante risposte dare a quei giornalisti che cercano lo scoop e che interrogano il padre con domande alle quali egli stesso fatica a rispondere perché forse conscio del fatto che quel figlio non lo conosce davvero?

«Ma Dave ascoltava? Gli pareva che le parole non fossero più parole, ma immagini che gli passavano davanti agli occhi come una pellicola a colori. Non avrebbe saputo ripetere una sola frase, eppure aveva l’impressione di aver seguito i movimenti di ciascuno dei personaggi citati.»

Ancora una volta Simenon propone ai suoi lettori un’indagine psicologica forte, profonda, mai lasciata al caso. Un’indagine accompagnata da un ritmo narrativo ben cadenzato, mai troppo rapido, mai troppo lento. Anzi. Siamo davanti a un libro in cui personaggi ordinari vengono strappati a una vita che credono essere la loro per essere condotti sull’orlo del baratro, un baratro che non consente ammissioni, scuse, scusanti, eccezioni. Si tratta di un rapporto causa-effetto. Il figlio ha commesso un reato di cui non sembra essersi pentito, anzi, sembra andarne fiero. Il padre, dal suo canto, non abbandona quel figlio che è appunto carne della sua carne. Prima cerca di analizzare e comprendere, è destabilizzato, risponde ai giornalisti e alla polizia quasi come se fosse in uno stato di nebbia e confusione, dopo cerca di seguirne le orme, il figlio è pur sempre inseguito dalle forze dell’ordine di sei Stati e dall’FBI, inoltre, scopre anche rifiutarsi di volerlo vedere. All’inizio cerca anche di giustificarne il perché poi prende consapevolezza del dato e del fatto.
Ed è qui che il confine psicologico è ancor più approfondito. Simenon ci fa dubitare di chi conosciamo, insinua in noi il dubbio di non conoscere davvero chi abbiamo accanto, anche nel caso di nostro figlio. Ci fa riflettere sul come e quanto talvolta pensiamo di comprendere e capire una persona per poi ritrovarci davanti a un’altra verità. A ciò si aggiunge la non spiegazione: il gesto di Ben non è mai spiegato, il padre a sua volta non si pone domande, non cerca risposte se non nell’affermazione di un atto di ribellione che accomuna nonno, padre e figlio in una dicotomia fatta di vivere o sopravvivere, in una realtà in cui quell’unico atto di rivolta, di uscire dagli schemi può essere “letale”. Come nel caso del nonno che sempre pagherà per quell’unica scappatella, o del padre che ha tentato la sua ribellione scommettendo su una donna che chiaramente non era adatta a lui. Ma non vi è ricerca di movente, non vi è ricostruzione dei perché. Non vi sono risposte. Forse perché in una condizione di completa apatia, non dialogo, l’unica soluzione è l’auto-annientamento. Per quanto incomprensibile o indescrivibile.
“L’orologiaio di Everton” ci presenta un Simenon che ci mostra la difficoltà del vivere, la ricerca di una redenzione nel sordido, l’incapacità di scegliere, la difficoltà dell’esistere. È un Simenon che narra dell’amore di un padre per un figlio, del suo dolore per la consapevolezza di non conoscere quella prole che voleva solo sapere felice e per la quale ha fatto tutto il possibile, di una verità e realtà sincera quanto spietata. Questo anche nella conclusione dove a permeare non è più quel senso di tenerezza che può accompagnare nella narrazione per mezzo di questo personaggio che non si giustifica ma che si sente vicino, quanto, invece, la solitudine. Una solutine che se precedentemente aleggia, adesso è completa e totale padrona della scena. Ma nella solitudine può esservi ancora una speranza di contatto, legame, nuovo inizio?

«Lo sguardo dei tre uomini non tradiva forse una stessa vita segreta, o meglio, una vita che aveva dovuto ripiegarsi su se stessa? Sguardo di esseri timidi, quasi rassegnati, mentre l’identica smorfia del labbro indicava una ribellione repressa. Erano tutti e tre della stessa razza, una razza opposta a quella di un Lane o un Musselman, o di sua madre. Gli pareva che in tutto il mondo non ci fossero che due tipi di uomini, quelli che chinano la testa e gli altri.»

L' ombrello dell'imperatore - Romanzo di Tommaso Scotti

«È a dir poco curioso come, a volte, il destino ci leghi nella maniera più strana. In questo caso, tramite un ombrello.»

A prima vista non è altro che un anonimo oggetto realizzato con cura e dedizione per il dettaglio, quella stessa cura e dedizione che è propria alla realtà nipponica. Eppure, è proprio quell’oggetto, quell’ombrello all’apparenza così innocuo a essere l’arma del delitto utilizzata per determinare la morte di Yuki Funagawa, nato il 2 dicembre 1986. È un particolare insolito, quell’ombrello. Uno di quelli con la copertura in plastica trasparente, un modello molto comune, di taglia grande, con le stecche di una settantina di centimetri. Questo si trova chiuso sul pavimento accanto alla vittima, il bianco della punta è completamente nascosto dal sangue rappreso e da tracce di bulbo oculare destro del deceduto. Un comunissimo bene contraddistinto, per l’occhio più acuto dell’osservatore, soltanto da un puntino rosso, a prima vista un adesivo o un simbolo dipinto situato sul manico di plastica bianca. È questo dettaglio che colpisce l’ispettore Takeshi James Nishida della squadra Omicidi della Polizia di Tokyo e soprannominato Boss dai colleghi per quella grande dipendenza da caffeina in latina della omonima marca. Takeshi è un hafu ovvero un mezzosangue di madre americana e padre giapponese. È anche per questo condannato a non salirci ai piani alti; in Giappone vige la religione dei protocolli, religione di cui Nishida non è un seguace: egli appartiene alla strada. E Takeshi ha anche ereditato i tratti caratteriali della realtà occidentale, tratti che lo rendono spesso impulsivo, poco accomodante e disincantato verso quella dimensione che lo circonda e che lo vorrebbe esattamente al suo contrario.

«Negli ultimi vent’anni si era fatto un nome risolvendo casi complicati e mettendo dentro non pochi delinquenti, nonostante a volte per ottenere risultati avesse dovuto usare metodi poco ortodossi. Il che purtroppo, unito alla sua abitudine estremamente non giapponese di dire in faccia alla gente come la pensava, non andava molto a genio ai suoi superiori. Anzi, ai suoi superiori non andava a genio per niente.»

Bastano pochi rilievi per appurare che oltretutto quell’ombrello appartiene alla persona più impensabile: l’Imperatore. Ma com’è possibile? E a chi appartiene quell’altro piccolo tratto di impronta digitale che dalle analisi risulta essere presente sullo stesso? Per il Tommy Lee Jones che è Takeshi, che sovente è stato paragonato a questo personaggio stante i suoi tratti particolari che lo rendono molto avvenente, avrà inizio una indagine atta a cercare di scoprire la verità in quella che è una morte tutt’altro che chiara.
A far da sfondo una Tokyo che non dorme mai e che ci viene proposta in una serie di tinte e retroscena, luci e ombre, che per mezzo di un protagonista che per il suo sangue misto riesce a far da ponte, scopriamo in modo completamente diverso. Tra le pagine dell’opera, inoltre, oltre all’indagine verrà quindi ritratta una perfetta fotografia della società giapponese a cui si affiancherà anche la trattazione di una serie di tematiche molto attuali e a noi vicine che non anticipo essendo collegate alla risoluzione dell’enigma che ci accompagna nel giallo.

«L’ispettore ne aveva viste abbastanza da sapere che la più grande oscurità è spesso nascosta alla luce del sole, ma in quel caso gli risultava difficile credere di avere di fronte un assassino.»

Quello di Tommaso Scotti è un esordio molto interessante che propone al lettore un protagonista che entra subito nelle sue simpatie e che con rapidità coinvolge e trattiene. Il conoscitore è incuriosito dalle vicende, affascinato dalla cultura nipponica e da questa figura dai tratti fisici appena tratteggiati eppure così vivida nella mente per carattere e determinazione. L’opera è inoltre ben strutturata. Parte da presupposti ben elaborati e a questi ne aggiunge altrettanti che rendono la narrazione più stratificata e l’enigma più articolato da risolvere.
Lo stile è fluido, rapido, limpido. Accompagna per mano, conduce senza difficoltà.
Un esordio, “L’ombrello dell’imperatore” che ci presenta un autore che tornerà ancora a far parlare di sé, che non vedo l’ora di rileggere e che sarà un piacere approfondire ulteriormente.

«C’è la nostra anima qui dentro, ed è un’anima di acciaio. Questa vite è il nostro testamento imperituro in un mondo usa e getta.»

Malinverno - Domenico Dara

«Osserva sempre la gente con attenzione, Astolfo, fissa i particolari, che ognuno, la sua storia vera, non la porta stampata sulla faccia ma nascosta dentro pieghe invisibili della pelle.»
Astolfo Malinverno sin da quando ha memoria, ha memoria delle parole. Articolate dalla madre, narrate dalle voci, lette dai libri. Parole che sono balsamo per il cuore, moto per vivere la vita con quell’emozione mancata, sentimento, verità. Un po’ come lo stesso ricordo di quella madre che tenendolo stretto al petto oltre che a insegnargli ad ascoltare i battiti del cuore, gli insegnava a osservare le esistenze vicine e lontane. È nato con un difetto alla gamba, leggermente più corta, eppure, è proprio questo difetto che gli consente da adulto di diventare il bibliotecario di Timpamara e inaspettatamente, poi, anche il custode di quelle anime accomiatate nel suo cimitero.
«Con la bocca di mia madre che narrava e animava il mondo, come se il mondo esistesse solo nella parola e con la parola, conobbi la vita e imparai ad amare i racconti e a capire presto che uomini e libri narrano in fondo le stesse storie.»
Ed è dal momento in cui viene incaricato di prendersi cura anche di quel luogo ove sono custodite le spoglie mortali dei cari degli abitanti del paese, che la sua vita cambia. Seppur all’inizio egli prenda con confusione l’incarico attribuitogli, ne rimanga perplesso, sorpreso, stranito, di poi si rende conto che al contrario quel luogo è una casa esattamente come la biblioteca e che, come nelle più inaspettate delle sorprese, lo sente suo. È durante uno dei suoi giri di perlustrazione iniziali che l’occhio gli cade sulla tomba di una donna dai lineamenti magnetici, dall’assenza di alcun riferimento sulla nascita, la morte, il nome, le origini. Ella è un’anima che lo ha chiamato e da allora lui la chiamerà Emma come la Emma di “Madame Bovary” di Flaubert. I giorni passeranno tra sogno, immaginazione, desiderio di conoscere il vero e tanta introspezione perché Malinverno per mezzo di questa donna del ritratto comincerà a interrogarsi sul suo vissuto, sul suo essere, sui suoi legami. E tutta quella quotidianità ostinatamente e minuziosamente costruita negli anni verrà ulteriormente infranta da un’altra figura che subentrerà nella sua vita con un mistero a farle da cappotto.
«Ci sottovalutiamo. Pensiamo di non essere capaci di affrontare certi dolori ma poi, alla prova dei fatti, dai meandri inesplorati del nostro organismo emergono minute molecole di sopportazione che si mischiano alle piastrine del sangue e irrobustiscono il corpo e ci fanno sopravvivere, malgrado ogni tentazione di arrendevolezza, come se Natura sapesse quanti dolori può distribuire, conoscesse la portata d’ognuno e mandasse il dolore giusto, quello che colma le misure senza affondarle, che noi nemmeno sapevamo di essere così resistenti ma Natura sì, Natura sapeva.»
Ha inizio da questi brevi assunti l’ultimo lavoro di Domenico Dara, testo quello presentato, che è intriso di una malinconica dolcezza e che con grande sensibilità e semplicità ci porta a guardarci dentro, a porci a nostra volta delle domande. È un libro intriso anche di nostalgia ma anche di tanta umanità, una umanità che trasuda da ogni pagina per mezzo della voce non solo del protagonista ma anche per mezzo delle voci di tutti gli abitanti del paese. A far da cornice e a esser parte portante dello scritto è ancora la letteratura, prevalentemente – ma non esclusivamente – classica che passando dal Don Chisciotte a Moby Dick ricompone quello che è l’io di Astolfo. Quest’ultimo è un protagonista che naturalmente suscita empatia nel lettore, che entra nelle sue grazie, in parte per la sua sensibilità, dolcezza e gentilezza, in parte per la grande immedesimazione che suscita. Ancora, ad impreziosire vi è la curiosità di far luce sull’arcano, un arcano a mio modesto parere intuibile ma la cui intuibilità non inficia sul proseguimento della lettura perché a prevalere è il viaggio posto in essere dal lettore per mezzo della voce di Malinverno.
L’opera scorre tra le mani del conoscitore con ritmi diversi. Accelera, rallenta, accelera ancora. Scuote per quel carattere malinconico che la caratterizza, per quell’aspetto nostalgico di cui è impressa, arriva per quella dolcezza sottesa che l’accompagna eppure può suscitare due reazioni diverse in chi legge: può trattenerlo o può respingerlo. E questo a causa della prosa narrativa di cui è caratterizzato. Questo continuo riferimento alla letteratura è uno degli aspetti forti del titolo ma anche più deboli perché rischia di far perdere di vista quello che è il filone centrale della narrazione e rischia altresì di far scemare l’interesse che se all’inizio è onnipresente ed è mosso anche da questo carattere, a lungo andare ne risente, affaticando e appesantendo l’avventura. Ancora, a rischiare di respingere il lettore vi è il tema che viene trattato che non è dei più semplici e nemmeno dei più allegri. Se queste ambientazioni e queste argomentazioni non sono di vostro interesse, infatti, il volume non riuscirà a colpirvi.
Ultimo nemico è la logica. Logica e riscontro nella verità che può rendere fallace alcuni passaggi nodali dell’evoluzione delle vicende, soprattutto se nel corso della vita si è vissuto almeno una parte di quell’esperienza che è la realtà della separazione da un legame e la realtà cimiteriale. Ecco perché consiglio la lettura di “Malinverno” staccandosi dalla logica, staccandosi dal dato del vero a ogni costo.
“Malinverno” è una storia che va letta lasciandosi trasportare dalle parole, facendosi condurre per mano da Dara, senza porsi troppe domande e senza cercare troppe risposte. È un viaggio introspettivo e come tale va vissuto. E allora sì che arriverà con tutta la sua forza e tutto il suo contenuto. Viceversa, potrà subire delle battute d’arresto, essere vissuto come farraginoso.
Infine, lo stile. Domenico Dara è dotato di una prosa magnetica, evocativa, musicale. Incuriosisce, trascina, trattiene ma rischia anche di “andare fuori rotta” per le digressioni continue che possono portarlo a essere un po’ troppo prolisso. Il libro conta 329 pagine ma sarebbe arrivato anche con una cinquantina di queste in meno, o comunque con qualche piccolo taglio o limatura. Ciò rischia di renderlo un autore non per tutti. Cosa che non deve essere necessariamente considerata come un difetto, anzi.
Leggere “Malinverno” è una esperienza sensoriale. Lascia tanto e arriva durante la lettura ma soprattutto dopo questa, a distanza di tempo. Commuove, emoziona, palpita.
«Perché se il destino dei libri è morire come esseri viventi, anche gli uomini, quando smettono di respirare, non diventano che storie.»

Donne dell'anima mia - Isabel Allende

Con “Donne dell’anima mia” ripercorriamo il percorso di vita di Isabel Allende dai tempi dell’infanzia sino ai giorni nostri in particolare soffermandoci sul suo essere da sempre femminista. Ella, infatti, sin dalle prime battute di questo titolo di appena 174 pagine e capitoli brevi composti da un paio di pagine ciascuno, si afferma tale sin dall’asilo, sin dalla più tenera età e dunque in netta contrapposizione con quel machismo che le ruotava attorno. Un componimento, dunque, autobiografico e il cui tema è chiaro sin da subito, pertanto, se non siete lettori amanti di questa tematica, suddetto scritto non potrà solleticare particolarmente le vostre corde e le vostre curiosità anche perché non esente da cliché. Se al contrario siete amanti della problematica potrà essere un buono spunto per arricchire il vostro bagaglio o comunque per avvicinarvici.
La Allende non ci risparmia di confessioni, non ci risparmia di riflessioni. La sua penna è rapida, informale, diretta. La pillola non viene resa più indolore, l’anima è messa a nudo per quello che è e per quello che può offrire. Nel suo bene e nel suo male.
Ecco perché può dividere. “Donne dell’anima mia” è un volume dove la protagonista è Isabel Allende e il suo femminismo. Non c’è spazio per storie di tempi che furono o per una prosa poetica ed evocativa come nelle sue opere del passato più celebri e famose. Non è oggetto del lavoro proposto e del suo essere scritto. Quindi se questo cercate, ne resterete delusi.
Se viceversa cercate una biografia, un testo che non è altro che una confessione, un memoir dell’essere passato e presente, una sorta di vademecum di valore e principi in cui credere, una lettera a cuore aperto, ecco allora che farà per voi. Certamente questo non è il libro con cui cominciare a leggere l’autrice per conoscerla nell’aspetto di scrittrice. Buona lettura!

Un'amicizia

«Ma cos’è un’amicizia? Non avevo vincoli di sangue né giuridici, diritti e doveri, ero semplicemente lì con lei su quella panchina a franare. La abbraccia più forte che potevo. Le asciugai le lacrime, provai a contenere la sua disperazione mentre si ribellava […] tentai di rassicurarla, consapevole di mentire. Perché le parole a questo servono: a sperare, ingannare, abbellire e migliorare, ma la realtà è un’altra e se ne frega dei nostri desideri.»
Bea ed Elisa sono come il giorno e la notte, distanti e diverse, un universo parallelo che non si sa per quale gioco del destino o regola matematica violata, giungono a incrociare le loro strade e a vivere gli anni più intensi della loro vita insieme sino al sopraggiungere di quello che sappiamo già dalle prime pagine essere un punto di rottura che come le ha unite le porterà a separarsi.
Siamo a T una fatiscente cittadina di periferia situata in Toscana, nei pressi di Livorno, con vista panoramica sulle isole dell’arcipelago. Elisa è la straniera, la forestiera. È giunta da Biella con la madre e il fratello con sempre più gravi problemi di droga, per tornare a vivere con il padre che non vede se non in occasioni ben prefissate essendo i genitori separati. Non si ama, non spicca per bellezza nonostante i suoi capelli rossi e quelle lentiggini che le solcano il viso. È presa in giro dai compagni, sbeffeggiata. Vive di parole ed è grazie alle parole e alla biblioteca che vede per la prima volta Lorenzo, coetaneo compagno di liceo del quale si invaghisce. Ed è ancora tra le mura di questo complesso che il suo rapporto con Bea passa dall’essere quello di derisione a quello di amicizia. Lei che è la più bella, che è già famosa per i suoi servizi fotografici, che mai può permettersi di prendere un chilo o di avere un ricciolo libero da quella chioma rigorosamente piastrata, diventa la sua migliore amica.
Passano i giorni, passano i mesi, passano gli anni. Siamo a cavallo degli anni duemila e con questi passano le vecchie abitudini del vecchio mondo e arrivano le nuove dettate da quella cosa chiamata internet ancora sconosciuta e perfino denigrata. Il padre di Elisa è un ingegnere e subito ne resta affascinato, ci si tuffa a capofitto e propone alle ragazze anche di aprire un blog. Erano tempi diversi, erano i primi spiragli di quello che sarebbe diventato il mondo e se Elisa è reticente, Bea ha già fiutato l’occasione e iniziato a perpetrare la sua strada. Si impone come la bella, viene denigrata e definitiva frivola per questo, eppure questo suo essere la porterà a fatturare 50 milioni di euro l’anno quando non sarà più Beatrice ma la Rossetti e di anni ne saranno passati quindici. Perché la Rossetti ci ha visto lungo e adesso tutto è cambiato, tutto ha uno spessore diverso. Anche la loro amicizia, un’amicizia che viene rivissuta per mezzo di diari di scuola e poi stesa su carta in un giorno con un altro in prossimità della Vigilia di Natale…
«Per quanto oggi possa suonare incredibile quando cominciarono a diffondersi i blog erano territorio di conquista non per quelle come Bea, ma per quelle come me. A chi navigava nel 2003 non fregava nulla di bellezza o di vestiti: erano aspiranti scrittori, oppure “amanti di qualcosa” come mio padre, che desideravano condividere la propria passione, persone in vena di esplorazioni e amicizie. L’imperativo era scoprire, non mostrarsi.»
Ma cosa ne è stato di Beatrice e di Elisa? Perché la loro amicizia è giunta alla fine? Cosa è successo? Silvia Avallone torna in libreria con “Un’amicizia”, opera che riporta l’attenzione del lettore a riflettere su un tempo che ormai ci sembra lontano anni luce ma che in realtà non lo è. Ci porta a guardarci indietro, a chiederci cosa è stato e cosa è, ci chiede di dare uno sguardo al nostro essere stati e al mondo che ci circonda. E ci chiede, ancora, se tutto questo, è davvero necessario, se una vita per essere vissuta ha davvero bisogno di essere raccontata.
Tanti sono i temi che affronta, senza paura e senza nulla risparmiare al conoscitore. C’è tanta filosofia, inoltre, tra queste pagine e c’è anche tanta introspezione. Lo stile narrativo è rapido, pungente, trattiene. Accelera per poi leggermente rallentare nella seconda parte quando è proprio la vicenda che ti chiede di diminuire la marcia della lettura per afferrare quei concetti, quei sottesi che chiedono di emergere tra le fila. La storia è interamente narrata da Elisa e il conoscitore è catapultato nella sua mente, nei suoi pensieri.
Un libro attuale, che chiede di essere letto, che parla di una storia che riguarda tutti noi e che semplicemente resta. Buona lettura!
«La vita ha davvero bisogno di essere raccontata, per esistere?»

L'inverno di Giona - Filippo Tapparelli

Non ha ricordi della sua infanzia Giona. Nemmeno uno. È consapevole di esser stato bambino ma la sua memoria è ferma ai giorni del presente o a quelli del passato prossimo. Vive in un tempo immobile dove i rammenti non esistono, dove non esiste un prima e dove la sua unica eredità è un logoro maglione rosso rattoppato che ha mutato la sua forma in funzione della sua crescita. Ha quindici anni, Giona. Vive con Alvise, un uomo che riveste la funzione di padre e nonno e che lo educa in modo austero, con la violenza, con il dolore, con il castigo. Perché questo è l’unico modo di apprendere, l’unico modo di far propria la conoscenza.

«Hai sbagliato e queste sono le conseguenze. Lo sai benissimo. Io ti spiego come fare ma tu continui a sbagliare. Non impari. Ecco perché ti punisco. La sapienza, Giona, si acquisisce attraverso la sofferenza. Deve essere così. Diffida da chi impara con gioia, perché ciò che si apprende senza dolore, altrettanto facilmente si dimentica.»

Anche i corpi raccontano una storia, l'una di precisione e di esattezza, di controllo, l'altra una di insicurezza, sottomissione, asservimento. Mentre Giona ha i capelli color iuta, il torace sottile, le gambe magre e lunghe, il collo e spalle spioventi, il vecchio ha capelli candidi, senza interferenze di grigio, mani grandi ma non sproporzionate, giuste per torcere la legna o insegnare, un corpo robusto quel tanto che basta a compiere i vari lavori e a incutere timore. Non solo nel nipote, ma in tutto il paese. Perché tutti, indistintamente, temono l’anziano. Tutti, indistintamente, si piegano al suo volere.

«Perché non hai portato il maglione di sopra, Giona? mi chiede di nuovo. […] Guardami, Giona. Ora ti insegnerò cosa è il freddo e cosa è una scelta. Brucia il maglione nella stufa o lascialo dov’è ed esci da questa casa. […] È facile, Giona. Butta il maglione nella stufa o vai fuori di qui. La sua voce è diversa. Più affilata. Se avesse un colore sarebbe grigia come la lama del suo coltello. “Non sai cosa fare, Giona? È facile. Brucia il maglione, ha detto il vecchio. Brucialo e accucciati per terra vicino alla stufa. Almeno ti scalderai ancora per qualche ora, fino a quando non si raffredda. E domani ci penserai”. Ma così lo perderò e avrò freddo per sempre. “Allora esci dalla porta, passa la notte al gelo e spera che domani gli sia passata. Spera che ti faccia ritornare a casa, spera che ti ridia il maglione. Ma non hai nessuna certezza che lo farà. Quale delle due cose è quella giusta, bambino?” Non so.»

Voce, che cosa devo fare? Voce, taci. Madre, dove sei? Padre, perché non vi trovo più? Mi sono allontanato soltanto per far pipì. Carbone, cosa ci fai qui micio? Scappare. Scappare da quelle punizioni, affrontare il passato, ricordare.

«I ricordi fanno male ma non uccidono, Giona. Sei stato coraggioso. Sei ancora vivo.»

Chi sei davvero Giona? Sei sicuro che questo sia il tuo vero nome? Un medico, un ospedale. Ciao Luca. Cos’è davvero l’inverno di Giona?
Una narrazione serrata, forse poco fluida, allucinata e capace di trasmettere la sensazione di trovarsi in una dimensione temporale sospesa, isolata, a sé, è il teatro in cui, per mezzo di un paese a ridosso della montagna le cui fondamenta sembrano sgretolarsi e in cui il confine tra verità e finzione è labile, sottilissimo, le vicende prendono campo. Il lettore è condotto per mano, è costretto a confrontarsi con un mondo fatto di violenza, cattiveria, brutalità, un universo privo di affetto alcuno, privo di ogni manifestazione positiva del sentimento. È costretto a confrontarsi con una stagione aspra e dura, metaforicamente e non. Ciò, almeno, sino all’ultima sezione, una discesa che dagli inferi in cui ci eravamo precedentemente calati, ci riporta alla dimensione del presente, a scenari completamente diversi ma comunque non meno aspri, tormentati, angoscianti e veritieri, a nuovi salti temporali, a nuove voci, nuovi protagonisti; una chiusa che ci porta capire cosa davvero è accaduto, qual è la verità, chi è davvero il personaggio principale e quale sia l’inverno che noi, insieme a lui, siamo costretti a fronteggiare. Il tutto sino a giungere ad un epilogo affatto scontato, che rimescola le carte, che sorprende.
Meritatamente vincitore della XXXI edizione del Premio Calvino, Filippo Tapparelli propone al lettore un romanzo fortemente evocativo, ambiguo, dalle atmosfere conturbanti, dai virtuosismi stilistici e dove niente è come appare. Invita il conoscitore a riflettere, lo obbliga a governare emozioni quali ansia e angoscia, a scrutarsi dentro, a indagare nel proprio buio.
Un esordio che ha quale colonna portante una storia insolita che tiene con il fiato sospeso dall’inizio alla fine, ben orchestrata e dal finale inaspettato e che ci permette di conoscere un autore che saprà ancora far parlare dei suoi lavori.

Bianco - Bret Easton Ellis

«Un atteggiamento tossico sembrava esondare da ogni post o commento o tweet, che ci fosse davvero oppure no. Si trattava di un fastidio del tutto nuovo, qualcosa che non avevo mai provato prima – e si accompagnava a un’ansia, a un senso di oppressione che provavo ogni volta che mi arrischiavo ad andare in rete, la sensazione che in un modo o nell’altro avrei commesso uno sbaglio per il semplice fatto di condividere ciò che pensavo a proposito di qualcosa. Tutto ciò sarebbe stato impensabile dieci anni prima – l’idea che un’opinione potesse diventare qualcosa di sbagliato – ma in una società inferocita e polarizzata c’era chi veniva bloccato a causa delle proprie opinioni e perdeva follower perché veniva percepito in modi che potevano essere inesatti. […] Come se nessuno sapesse più distinguere un essere umano da una serie di parole digitate su un touchscreen. Il clima culturale in generale pareva incoraggiare il dialogo ma i social media erano diventati una trappola e quello a cui in realtà miravano era silenziare l’individuo.»

L’idea di scrivere un nuovo romanzo, a distanza di ben trent’anni dall’uscita del primo, nasce in Ellis nel 2013 mentre si trovava in autostrada dopo aver trascorso una settimana a Palm Springs con un’amica con cui era stato al College negli anni ’80. Anni ben diversi da quelli attuali, anni in cui andare a scuola o non andarci, guardare un programma o un altro alla tv non aveva la stessa risonanza, protezione e ovattamento di oggi.

«Non fregava niente a nessuno i quello che guardavamo o no, di come ci sentivamo o di cosa desideravamo, e non eravamo ancora stati incantati dalla religione del vittimismo. Paragonata a ciò che oggi viene considerato accettabile ora che i bambini sono ipercoccolati fino all’inettitudine, era l’età dell’innocenza.»

Anni in cui comprese che non l’essere vincenti ma l’essere “frustrati, disillusi e feriti rendeva il piacere, la felicità, la consapevolezza e il successo sia più tangibili sia palesemente assai più intensi”. Ma adesso chi è Bret Easton Ellis oltre che “il cattivo” per eccellenza che divulga coscientemente sui vari canali social impressioni, considerazioni, provocazioni e pensieri? Come non far ciò, d’altra parte, in un’epoca in cui la libertà di parola si è evoluta al punto tale da diventare una cd. “responsabilità di parola” all’interno della quale viene abnegato ogni confine tra pubblico e privato tanto che ogni individuo si sente legittimato a proferir tutto ciò che passa per la mente? Il risultato pertanto del fenomeno è che i confini del che cosa è possibile o meno raccontare si sono talmente dilatati da raggiungere estremità vacue, non limiti.
E questo in un certo senso è quello che fa Ellis: analizzare il fenomeno radicato in una società fatta ormai di luci, neon, apparenze, oggetti scintillanti, droghe, alcol, sesso, estremizzazioni, feticismi e cercare di trovarne una spiegazione. Perché la prima impressione che emerge dalla lettura di “Bianco” è che, in questa lunga disamina che parte proprio dagli anni della sua giovinezza, passando a quelli che sono stati gli anni del successo, ci si stia trovando di fronte ad una spiegazione del perché Bret sia una persona così schietta e “stronza” o del come un uomo della sua età non riesca a far i conti con questo mondo così radicalmente cambiato a fronte del “quando si stava meglio” anche se in verità si stava peggio.
Per poter davvero apprezzare “Bianco” è necessario conoscere gli anni ’80 e considerarli quale il momento storico in cui un po’ tutto ha avuto inizio tra alienazioni e ossessioni ed eccessi, è necessario avere consapevolezza, ancora, di quelli che sono stati gli anni ’90 e duemila con tutte le relative conseguenze fino alla crisi economica del 2008 e il seguente decennio.
L’obiettivo di Ellis è senza dubbio quello, dopo aver dipinto un quadro che rappresenta una vera e propria panoramica del presente, di tirare le fila ma senza mai cadere nella rassegnazione o nella depressione. La narrazione è infatti intrisa di disincanto, di cinismo, di entusiasmo. “Bianco” può definirsi pertanto un saggio di critica cinematografica e di critica a quello che sin dal primo capitolo è definito come “Impero”, l’Impero americano.
Quello che avete davanti, se deciderete di leggerlo, è un testo stratificato, con molto da offrire, capace di suscitare riflessioni nel lettore ma che richiede un certo impegno nella sua discoperta. In parte per questa forte impronta autobiografica che lo caratterizza, in parte per la necessaria chiave di lettura che richiedere di applicare per essere apprezzato e compreso nelle sue varie sfaccettature, in parte per questa serie di tematiche scottanti che tratta.
Un saggio che consiglio a tutti coloro che cercano scritti di sostanza, attuali e volontariamente provocatori e a tutti coloro che vogliono interrogarsi sulle cause del tempo che viviamo.

«In passato, nell’ormai lontana epoca dell’Impero, gli attori potevano tutelare le loro identità scrupolosamente progettate ed enigmatiche in modo più facile e completo rispetto al giorno d’oggi, in cui tutti viviamo nel mondo digitale dei social media e dove i nostri telefoni catturano senza filtri istanti che una volta restavano privati e ciò che ci passa spontaneamente per la testa può venire tradotto in una frase o due su Twitter.»

Facciamo che ero morta - Jen Beagin

“Facciamo che ero morta”, si ripete Mona. Un gioco di quando era bambina, un modo per far sentire Mickey un padre decente per qualche minuto, un modo per non pensare alla sua vita e a quell’infanzia e adolescenza da cui lei non è uscita integra. Ventiquattro anni, donna delle pulizie e con un passato duro e crudo alle spalle, Mona, ogni martedì sera presta servizio di volontariato distribuendo kit di siringhe pulite ai tossici.

«Tra le persone che conosceva, aveva più cose in comune con i tossici che con chiunque altro. Come lei, erano invisibili al resto della società – loro in quanto tossici, lei in quanto colf – e, come lei, mangiavano praticamente qualsiasi cosa fosse coperta di glassa. Tra loro non c’erano buoni samaritani, esibizionisti o tipi alla Save the Children. Fumavano come turchi e mangiavano nachos e hot dog comprati al 7-Eleven, tutte cose che lei apprezzava»

Ed è durante uno di questi turni che lo vede: Mister Laido. Per i primi mesi di quel gioco di osservazione per lei, lui non era stato altro che un numero dall’epilogo già scritto, “un pellicano impantanato nel petrolio, sfinito e in condiscendente attesa della sua stessa disfatta”, poi, un libro dal titolo “La vita di Art Pepper” stabilisce il contatto e dal contatto nasce una relazione la cui sorte è inevitabile ma a cui, eppure, è impossibile sottrarsi.
Sin dal principio la protagonista dell’esordiente Jen Beagin colpisce il lettore per il suo essere semplicemente così se stessa e per le sue scelte: eclettica, triste e sola a causa di traumi vissuti nell’infanzia che le hanno arrecato disturbi mentali non superati nonostante cinque anni di terapia, ella si accontenta del suo lavoro di donna delle pulizie, vive le vite dei suoi clienti di cui conosce tutto grazie a quella intima confidenza che assume pulendo e al contempo si innamora di un quarantaquattrenne che per sei mesi riesce a restare “pulito” per poi ricadere nel suo programma di autodistruzione, programma in cui però non ha intenzione di coinvolgerla fino alla fine. Non solo, a renderla ancora particolare è la scelta di andarsene e di lasciar tutto per seguire il consiglio proprio di quest’ultima voce che per l’intero componimento le fa da eco nella mente. Abbandonata così Lowell, Massachusetts, la giovane giunge nel New Mexico e approda in una cittadina vicina a Taos abitata da una bislacca comunità di nullafacenti e new ager quali Yoko e Yoko.

«Tu non sei una lotofaga, Mona, – disse Nigel con pazienza. – Non più. Sei risalita a bordo e stai tornando a casa. È giunta l’ora di gir battendo co’ pareggiati remi il mar canuto. Rema con tutte le tue forze e non guardarti indietro»

Leggendo di Mona molteplici sono le sensazioni di dejà vu con “Eleanor Oliphant sta benissimo” di Gail Honeyman. Le due eroine, infatti, sono vicine proprio per il modo di porsi rispetto al mondo fuori e alla dimensione esterna a quella del proprio io a causa di traumi che le hanno segnate nell’età dello sviluppo, tuttavia, man mano che l’opera prosegue nel suo scorrimento, vediamo che in realtà questa apparente comunanza di romanzi, finisce con l’imbarcarsi su rette parallele che sono destinate a non incontrarsi mai e che forse mai si sono incontrate se non per qualche gioco della nostra mente. La differenza tra i due scritti risiede proprio nel contenuto, perché se Eleanor passa dalla solitudine all’amicizia, dal disturbo psichico alla terapia per la guarigione, alla speranza per un futuro diverso fatto di possibilità e di un principio, a un domani che diventa possibile, Mona è talmente contrita nella sua psiche e nel suo passato così poco lineare e affrontato, che si limita semplicemente a tentare di mutare la propria condizione andandosene in un’altra città ma senza davvero provare a cambiare la sua esistenza. Conosce persone, conosce situazioni e realtà paradossali sin dalla prima pagina, ma le manca quel qualcosa per riuscire. Lo dimostra il fatto che nonostante la sua giovane età mai pensi ad un’alternativa concreta al suo lavoro. Ama scattarsi foto in pose assurde e talvolta inquietanti, ha un rapporto provato con il suo corpo, potrebbe essere tutto, ma resta sempre lì. Ferma, immobile. Solo nell’epilogo e nelle telefonate a quel padre che fa accapponare la pelle, si può ipotizzare un presunto baluardo di speranza.
È un personaggio complesso, stratificato, grottesco, ironico, con un senso dell’umorismo tagliente, la nostra Mona, è una giovane donna con una prospettiva a trecentosessanta gradi tanto interna quanto esterna che però sopravvive e mai vive. Ha uno spiccato senso verso l’autodistruzione e verso l’autocommiserazione. La forza dell’autrice è proprio questa, riuscire a far entrare il lettore nella sua psiche, trascinandolo, sconvolgendolo con le vicende e le circostanze, lasciandolo perplesso innanzi a scelte e comportamenti e al contempo rivelando, in modo assolutamente casuale e non seguendo un filo logico-temporale preciso bensì in modo volontariamente impreciso e irruento, quegli avvenimenti della gioventù della donna. L’effetto è che il conoscitore torna indietro, rilegge, si assicura di aver letto bene, intuisce ma resta nel dubbio da questa totale assenza di certezza, si interroga, e va avanti e ancora avanti nel tentativo di far chiarezza, di capire, di scoprire cosa si cela in questo percorso cieco e oscuro.
In conclusione, un romanzo d’esordio che non lascia indifferenti, con una storia e con personaggi imperfetti che fanno della loro assenza di perfezione la loro forza e che ha quale grande obiettivo quello di invitare alla riflessione sul male di vivere, sulle sue difficoltà, sulle realtà che ci circondano, sulla solitudine, l’isolamento, la tristezza e la depressione di questa vita dai colori opachi, dal sapore amaro e dalla tonalità acuta e ingiusta.

Rien ne va plus - Antonio Manzini

Abbiamo lasciato Rocco Schiavone alle prese con un delitto irrisolto, o almeno parzialmente risolto, ovvero quello di Romano Favre, sessantacinquenne ragioniere in pensione e ex ispettore di gioco presso il casinò Saint-Vincent, ritrovato in “Fate il vostro gioco” privo di vita all’interno della sua abitazione a seguito di due coltellate letali (una prima al fegato e una seconda alla giugulare) e con in mano una fiche di un altro casinò. Il Vicequestore e la sua squadra, odorato che qualcosa nella ricostruzione dei fatti non tornava, si erano messi subito al lavoro riuscendo a scoprire una pista di denaro riciclato nonché individuando l’assassino. Eppure, nonostante questo buon risultato il caso non poteva (e non può) definirsi concluso e archiviato. Troppe ancora erano – e sono – le questioni irrisolte a cui gli agenti dovevano dare una risposta e individuare un colpevole. È da questi brevi assunti che ha inizio “Rien ne va plus” nuovo episodio di uno dei funzionari di polizia più eclettici e amati dal grande pubblico negli ultimi anni che si troverà a dover non solo risolvere l’indagine inconclusa ma anche ad indagare sulla misteriosa scomparsa di un furgone portavalori con un carico di due milioni e ottocentomila euro circa, “rubato”, probabilmente, da una delle due guardie giurate a bordo. Che le due indagini siano in realtà collegate? Rocco, quella puzza, la sente e pure forte. Ed ancora, chi è il mandante dell’omicidio del ragioniere Favre? Quale ruolo ha la sua morte in quello che è un disegno chiaramente più grande? Al contempo, il romano esiliato ad Aosta dovrà stare all’erta anche su quel che accade a Roma perché pare che Baiocchi abbia “cantato sul fratello indicando perfino alla polizia il luogo dove sta il cadavere”.
Tanti tasselli di un puzzle che Antonio Manzini compone e scompone con grande maestria e perfetta linearità. Una trama solida, quella presentata, dal buon intreccio narrativo, dall’ottima caratterizzazione dei personaggi, dalle molteplici tematiche trattate che coinvolgono tanto i colletti bianchi quanto truffe, omicidi, complotti in una serie di situazioni in cui niente è quel che appare, a cui si somma l’ormai abituale stile narrativo dello scrittore che è solito alternare la risoluzione di più delitti e vicissitudini atte a interrompere la narrazione al contempo a completarla.
In conclusione, un giallo perfettamente riuscito, che non delude le aspettative, che fa sentire il lettore “a casa”, che chiude le vicende del precedente volume lasciando ben sperare per la pubblicazione di un nuovo capitolo della serie e che, ancora, conferma le capacità dell'autore.

Storia di una balena bianca - Luis Sepùlveda

Il suo nome è Mocha Dick, è un capodoglio nato nelle acque fredde che circondano un’isola detta dagli uomini Mocha, il suo corpo splende dei colori della luna e si erge con tutta la sua forza maestosa nei ventisei metri che lo compongono. Egli è l’erede della forza e della resistenza di tutti i maschi del gruppo, è un capodoglio il cui mondo è fatto di silenzio perché "nessuna creatura si lamenta, grida, grugnisce o strilla sotto la superficie e solo noi giganti rompiamo a volte la quiete”. Abita nel mare delimitato dalla terra dove spunta il chiarore del giorno e dall’orizzonte in cui il sole si immerge per far posto alle stelle. Qui l’acqua è fredda, è attraversata dalle correnti gelide che arrivano da lontani confini dove tutto è bianco e dove il mare si trasforma in roccia color sale che cresce quando le notti sono molto lunghe e cala quando i giorni sembrano non avere fine; qui la sua missione ha luogo perché nell’implacabilità che è dell’uomo Mocha Dick ha conosciuto la popolazione dei lafkenche, della Gente del Mare, una popolazione che prende dalla riva soltanto il necessario per vivere e che ringrazia la generosità del mare celebrandolo con un rito antichissimo, una popolazione che prende dai boschi soltanto dopo aver ricevuto il permesso, una popolazione che con un rito particolarissimo celebra i defunti. Perché quando un lafkenche muore il suo corpo viene portato, alla sera, sulla riva del mare onde poter essere accompagnato da una delle quattro balene vecchie, una trempulkawe, sull’isola mgill chenmaywe, il luogo dove ci si riunisce prima del grande viaggio. Quaggiù il defunto si spoglia del suo corpo mortale fatto di carne e ossa per diventare leggero come l’aria per restare in attesa, insieme agli altri della sua stirpe che lo hanno preceduto nella morte, di questo. E in questa traversata Mocha dovrà dare prova di tutto il suo coraggio e di tutta la sua forza. Il suo compito, la sua missione è quella di proteggere dalla furia, dall’avidità e dalla cattiveria umana le quattro balene anziane anche se questo significherà non avere scrupoli, significherà essere considerato la maledizione dei balenieri, significherà essere l’implacabile giustizia del mare, significherà essere la forza di chi non ha più niente da perdere.

«Gli uomini vengono da molto lontano e nulla frena la loro cupidigia, nemmeno la morte. Vengono da regioni che non abbiamo mai visto né mai vedremo, perché attraversano un oceano grande come questo per raggiungere lo stretto chiamato da loro Capo Horn, che ha le rive piene di relitti, di silenziosi resti di naufragi, a testimonianza dell’audacia degli uomini, che non desistono mai»

Correva il 20 novembre 1820 quando nelle acque dell’Oceano Pacifico, lungo la costa del Cile, davanti all’isola di Mocha, un grande capodoglio bianco attaccò e affondò la baleniera Essex salpata dal porto di Nantucket, nell’Atlantico settentrionale, quindici mesi prima. Pare che l’attacco abbia trovato ragione nell’uccisione di una femmina di balena e il suo piccolo da parte dei ramponieri. E si narra ancora che molte navi furono necessarie per catturare il grande capodoglio del colore della luna soprannominato Mocha Dick con i suoi ventisei metri e oltre cento arpioni conficcati nel corpo. E si racconta ancora che nelle notti di luna piena dagli abissi, dalla costa occidentale della disabitata isola di Mocha, si veda emergere un grande capodoglio bianco il cui colore brilla nella notte più profonda.
È da questa leggenda che trae origine “Storia di una balena raccontata da lei stessa” di Luis Sepulveda, un racconto breve di appena novanta pagine che per contenuto e riflessione si rende adatto tanto alla lettura di un pubblico più adulto quanto più giovane. Con una penna fluente e leggera a cui si affiancano piacevolissime immagini a cura di Simona Mulazzani l’autore conduce in una intima analisi sulla natura in tutto il suo splendore e sul genere umano con tutte le sue contraddizioni.
Il risultato è un componimento di piacevolissima e facile lettura che si esaurisce in poche ore ma che non lascia insoddisfatto l’avventuriero conoscitore.

ps. nota bene, è da questa leggenda che trae origine il celebre Moby Dick. Buona lettura!

Fate il vostro gioco - Antonio Manzini

Dopo “L’anello mancante. Cinque indagini romane per Rocco Schiavone”, Antonio Manzini fa ritorno in libreria con “Fate il vostro gioco”, giallo che ci propone una nuova avventura del personaggio più famoso nato dalla sua penna e immaginazione; Rocco Schiavone.
Due coltellate, una all’altezza della giugulare e l’altro al fegato, hanno determinato la morte di Romano Favre, sessantenne pensionato ragioniere legato al casinò di Saint-Vincent per la sua attività di “ispettore di gioco”. Il ritrovamento ha avuto luogo per mano dei vicini di casa e più precisamente da parte di due vecchiette e da Arturo Michelini, croupier presso il casinò Saint-Vincent che, insospettiti dall’assenza di risposta da parte del contabile perfino di fronte alla fuga della sua amata gatta siamese chiamata Pallina, decidono di andare a verificarne lo stato di salute. Sangue, tanto sangue. Non vi sono dubbi sulle cause del decesso. Sul luogo intervengono Schiavone e la sua squadra che già dai primi rilievi si rendono conto che qualcosa nella ricostruzione dei fatti non torna. Basti pensare, in merito, a quel bic bianco rinvenuto sul comodino del defunto o ancora a quella fiche del casinò di Sanremo (perché di questo casinò e non del più vicino Saint-Vincent?) racchiusa nella sua mano. O ancora, basti pensare, a quella porta finestra lasciata misteriosamente aperta e a quella toppa della porta con al suo interno inserite le chiavi di casa. Tanti tasselli, questi, che non solo fanno capire a Schiavone di trovarsi di fronte ad “un morto che parla” ma che al contempo aprono la prospettiva su uno scenario ben più ampio, fatto di riciclaggio, di criminalità, di sotterfugi, di gioco d’azzardo, di ludopatia, di strozzinaggio, di usura e molto altro ancora. E seppur il vicequestore riesca ad arrivare alla conclusione e alla risoluzione del caso, le trame e le prospettive sono talmente intricate e ben articolate tra loro da rendere inevitabile il proseguo delle vicende proposte in un nuovo e separato capitolo. Da qui, il finale aperto sull’indagine e il sipario che definitivamente – e dolorosamente – scende su quel maledetto “7-7-2007”.
Quello che ci troviamo di fronte in questo nuovo capitolo delle avventure del romano esiliato vicequestore, è un testo con tutte le caratteristiche del giallo, è un testo con un ottimo intreccio narrativo, è un testo con un mistero che regge su tutta la linea e che è caratterizzato da un rapporto causa-effetto ben cadenzato e ritmato, ma è anche un testo in cui riscopriamo la figura di questo eclettico funzionario di polizia. Paradossalmente, infatti, si percepisce dalla sua voce la stanchezza di una vita fatta di dissoluzione e dolore, si percepisce la stanchezza di un lavoro usurante in prossimità dei cinquant’anni, si percepisce la nostalgia per quei tempi ormai andati che mai potranno fare ritorno. Il suo è un tono malinconico, molto più vicino ai romanzi noir che ai gialli veri e propri, se vogliamo. E forse questo è dovuto al fatto che Rocco, così come il suo vicino Italo Pierron, ancora non hanno superato il tradimento di Caterina, occorso in quel di “Pulvis et Umbra”. Tratti immancabili e che non mutano attengono invece all’indole rozza, schietta, smaliziata, cinica e ironica a cui siamo abituati sin dai primi episodi.
Un giallo che tiene bene nonostante questo non fosse semplice visto il grande successo e la meravigliosa riuscita proprio di “Pulvis et Umbra”, che ad oggi, insieme a “7-07-2007”, è sicuramente il capitolo meglio riuscito dell’intera saga. Non ci resta altro che aspettare il prossimo volume delle avventure di questo versatile personaggio.

«Pensavo che siamo come i serpenti. Ci lasciamo dietro la vecchia pelle perché abbiamo bisogno di quella nuova. Ma la vecchia pelle c’è stata. È un fatto, senza la vecchia pelle quella nuova non c’è» p. 378

«Che tu puoi essere qui e altrove, sei sempre tu e io sono sempre io. Tempo, spazio, non importa, Rocco. Quello che conta è che siamo qui. La differenza? A me certe cose non interessano più, a te sì. Ma il motiov lo conosci.» p. 380

«Lei sa come far credere che qualcosa sia vera? È semplice. Si dicono un sacco di verità comprovate e in mezzo, come un’insalata, si butta una cazzata che la gente prenderà per buona.» p. 388

Il commissario Bordelli - Marco Vichi

Primo capitolo delle avventure del fortunato commissario Franco Bordelli, “Il commissario Bordelli” è ambientato nella mia Firenze ma del 1963. È estate e il caldo non concede tregua alcuna. Una ricca signora è deceduta inspiegabilmente nel letto apparentemente colpita da un attacco di asma, il ritrovamento avviene grazie alla segnalazione della dama di compagnia Maria che dopo aver provato ripetutamente a chiamarla non ricevendo risposta, si allarma. I principali sospettati sono i nipoti, due uomini e le rispettive consorti che però, al momento della dipartita si trovano nella residenza versiliana per una serata mondana. Il loro alibi sembra essere inoppugnabile così come la morte per cause naturali dell’anziana. Peccato che dopo un breve esame del medico legale, appaia chiaro e inequivocabile che in realtà essa sia stata assassinata. Affiancato dal giovane neoarrivato Piras, Bordelli darà inizio alle indagini e condurrà per mano il lettore sino all’epilogo solleticandolo con le sue idee e molteplici curiosità.
Se non avete mai letto alcun romanzo con questo protagonista e di questo scrittore probabilmente vi chiederete dove si è nascosto il giallo. O meglio, vi renderete conto che seppur il giallo nelle sue pagine ci sia, di fatto, in questo scritto come in tutti gli altri, molto spazio viene lasciato all’atmosfera e ai personaggi, spesso, collaterali e/o da cornice. Il cinquantatreenne Bordelli, militante nel corpo speciale San Marco della Marina Militare durante la Seconda Guerra Mondiale e fumatore accanito in perenne tentativo di togliersi il vizio, accompagna con la sua voce, e la sua figura, chi legge mostrandogli i retaggi di una epoca che non esiste più ma che a tratti si respira ancora. Colpisce per il suo senso della giustizia, per il suo desiderio di amore con la donna giusta, per il suo non giudicare e non discriminare il prossimo a causa di un passato difficile e/o di un passato fatto di illeciti penali. Tra l’altro, non dobbiamo dimenticare, che il protagonista trae ispirazione da un vero commissario Bordelli, vicino di casa di Vichi, e da alcune delle sue avventure dell’età giovanile.
Piacevole, rapido e riflessivo. Non eccede mai nella velocità della narrazione che anzi assume toni cadenzati e rilassanti che fanno della lentezza la loro colonna portante. Un uomo di altri tempi che conquista e fa innamorare.

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